Due modelli industriali diversi, che funzionano secondo logiche diametralmente opposte e seguono bussole dai poli invertiti. La Cina e l’Occidente, nel mondo del lavoro così come nella quotidianità, utilizzano approcci conformi ai rispettivi retroterra culturali. Da un punto di vista antropologico il popolo cinese ha sempre vissuto in uno Stato verticale, dove contava solo chi occupava la posizione più alta della piramide; gli altri, ad eccezione di burocrati e funzionari, erano sudditi. Fatte le dovute eccezioni, il revival di questo modello ha trovato terreno fertile nelle aziende più importanti del paese. Così, al posto delle masse, una schiera di lavoratori intercambiabili obbedisce a ogni ordine del datore di lavoro-imperatore e nessuno ragiona senza usare l'”io” al posto del “noi”. Se fino a qualche decennio fa questi due mondi erano separati da decine di migliaia di chilometri, oggi la globalizzazione ha reso possibile confronti più che mai ravvicinati tra due mentalità applicate all’industria.

Lo scontro di civiltà applicato al mondo del lavoro

I casi più eclatanti in cui lo scontro di civiltà genera veri e propri smottamenti sono quelli in cui le ricche aziende statali di Pechino inglobano le aziende occidentali in difficoltà. La Cina, nonostante qualche conto ballerino, è in ascesa e la sua economica in salute. Il Dragone investe, spende e spande, mangiando intere imprese d’oltre Oceano. Così che vengono in superficie le differenze tra due modelli opposti, le stesse che possono spiegare perché in questa particolare fase storica la Cina (ma potremmo dire l’Asia in generale) sta vincendo la sfida con l’Occidente. Senza scendere troppo in profondità in una questione che richiederebbe interi trattati sociologici, giuridici e storici, possiamo limitarci ad analizzare tre punti di rottura utili a dare una risposta approssimativa alla domanda indiretta che ci siamo posti.

Dalla culla alla tomba

Il primo punto di rottura tra il modello industriale cinese e quello occidentale è dato dalla mentalità. Le più grandi aziende cinesi, come ad esempio la Foxconn, seguono i lavoratori dalla culla alla tomba, nel senso che offrono loro più di un semplice posto in cui lavorare un certo numero di ore. I lavoratori di queste aziende-città vivono la loro vita in simbiosi con lo stesso mondo aziendale del quale fanno parte. Hanno un posto di lavoro ma abitano negli appartamenti messi a disposizione dall’impresa; percepiscono una paga ma spendono i soldi guadagnati nei supermercati e negozi presenti nel campus aziendale, molto spesso gestiti dalla fabbrica. Il lavoratore medio finisce per identificarsi con l’azienda e considera il suo capo una sorta di imperatore. Labile è il confine tra lavoro e schiavitù, e la colpa è di un retaggio imperiale duro a morire. Al di là delle leggi, i cinesi raramente limitano la giornata di lavoro a 8 ore, ancor meno spesso chiedono ferie o permessi extra; spesso effettuano gli straordinari gratis, e questo per semplice senso di dovere. Il loro unico scopo sembra essere quello di produrre.

Cultura e leggi diverse

Ogni mattina i vari capi reparto allineano gli operai e fanno loro cantare canzoni di incoraggiamento, oppure il team esegue esercizi fisici. La squadra deve lavorare in sintonia e, per certi versi, deve essere armonica proprio come la società teorizzata dal presidente Xi Jinping. Qui entra in gioco il secondo punto di rottura, che è la cultura. Mentre in Occidente i lavoratori conoscono i loro diritti, vivono in un contesto politico diverso, sono individualisti e hanno richieste ben precise nei confronti del datore di lavoro, i cinesi sembrano riesumare il confucianesimo applicato al contesto lavorativo. La disciplina è ferrea, l’educazione quasi militare; i risultati sono i bilanci dell’azienda in positivo e poche spese, ma il prezzo pagato dai singoli lavoratori è altissimo. Per quanto riguarda l’ultimo punto, le leggi, basta ricordare che in Cina i sindacati non sono vietati perché i sindacalisti sono un appendice del Partito comunista cinese; di conseguenza le tensioni interne alle aziende sono pressoché nulle, o quanto meno silenziate. Le aziende, poi, sono gestite per lo più dallo Stato in totale autonomia. Il modello industriale cinese è vincente? Al momento è presto per dare giudizi. Possiamo però dire che si adatta alla perfezione a questa fase storica.

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