Sono passati alcuni giorni dall’inizio della campagna vaccinale anti Covid in Gran Bretagna e, tra clamore mediatico e dubbi sugli eventuali effetti collaterali, vi è un nuovo dettaglio che desta scalpore e fa discutere. Si tratta della piccola tessera cartacea distribuita dopo la prima dose, spesso scambiata per l’immunity passport, che resta ancora solo un’ipotesi al vaglio di politici e studiosi.

La tessera post vaccino non è l’immunity passport

Dopo che ai pazienti verrà somministrata la prima dose, questi riceveranno una scheda che mostra il nome del vaccino, la data e il numero di lotto. Sulla stessa scheda, che si raccomanda di conservare nel portafogli o in borsa, verranno poi registrati anche i dati del richiamo vaccinale. Nessun tipo di informazione personale o di dato sensibile sarà registrato sul minuscolo promemoria che servirà soprattutto in caso di effetti collaterali per risalire velocemente alla data e al lotto somministrato. Questo dovrebbe placare le ire di chi è pronto a vedere nella piccola scheda, per la quale non è previsto nessun obbligo (né di portarla né di mostrarla), una violazione della privacy.

Come dovrebbe funzionare l’immunity passport

La questione dei passaporti di immunità è venuta fuori già nelle prime fasi della pandemia, ed è stata discussa in numerosi Paesi tra cui la Gran Bretagna, dove è tornata in auge nel momento in cui Londra è stata la prima nazione ad autorizzare il vaccino Pfizer. L’idea di base è che chiunque sia stato vaccinato riceva un pass speciale, che gli consente di fare cose come andare al ristorante o al cinema senza dover subire restrizioni. Si pensa ad una forma elettronica, esattamente come è avvenuto per le app di tracciamento: più semplice da gestire alla luce del fatto che gli smartphone ormai sono parte integrante delle nostre vite. Il governo del Regno Unito è fermamente convinto che questi non saranno mai obbligatori sul suo territorio, né tantomeno potranno essere utilizzati come lasciapassare per accedere a servizi pubblici, benefici di vario tipo o per l’accesso nelle scuole statali. Se il settore pubblico non può, al momento, richiedere una costrizione del genere, quello privato potrebbe, presto o tardi, farne uso: potrebbero chiederlo numerosi studi privati o aziende per liberarsi dal regime di smartworking e tornare a lavorare in presenza, ma anche ristoranti, bar, cinema, palestre e impianti sportivi e, ancora, alcune compagnie aeree che potrebbero arrivare a chiedere una tale certificazione per salire a bordo.

A sostenere questa ipotesi due figure di spicco della lotta britannica al Covid come il sottosegretario allo Sviluppo del Vaccino Covid Nadhim Zahawi e il Chief Medical Officer del Regno Jonathan Van-Tam, epidemiologo di chiara fama, che più volte ha sottolineato la necessità che la tecnologia alla base del lancio del vaccino includa un registro completo e affidabile dei vaccinati. Circa un mese fa, tuttavia, lo Scientific Advisory Group for Emergencies (Sage), organo consultivo del governo britannico che fornisce consulenza al governo centrale in caso di emergenza, ha sostenuto che se la certificazione dell’immunità è teoricamente possibile, tuttavia sono necessari ulteriori dati e considerazioni prima di poter fare qualsiasi raccomandazione: questi dati dovrebbero già pervenire a fine anno, essendo legati allo studio dell’immunizzazione post-infezione nei pazienti guariti e ai primi effetti della campagna vaccinale.

La Gran Bretagna divisa sul tema

Ora che la campagna vaccinale ha avuto inizio, l’economia britannica sembra scalpitare e, con essa, anche una buona dose della politica interna. Per questa ragione, il dibattito sul passaporto d’immunità è tornato più vivo che mai nelle ultime ore. Se i consulenti scientifici restano titubi, sia per le implicazioni scientifiche sia per le eventuali conseguenze in termini di diritti e discriminazioni, alcuni ministeri vedono a questo strumento come una possibilità per allentare le misure draconiane e dare ossigeno all’economia. Secondo il Times, sarebbe perfino stata individuata la società che potrebbe produrli: si tratterebbe della De La Rue, l’antica società tipografica britannica che si occupa della stampa di francobolli, banconote, passaporti. Una volta che le persone sono state vaccinate – e rilasciata la documentazione per dimostrarlo – sarebbero in grado di viaggiare, lavorare e socializzare a piacimento.

Tuttavia, alcuni esperti affermano che tali speranze potrebbero essere premature. Gli studi sui vaccini hanno dimostrato solo come si riduca la probabilità che le persone sviluppino il Covid-19 sintomatico, ma dicono ancora poco su come su come i vaccini influenzano la trasmissione. Dunque, oltre che di dubbia legittimità costituzionale, i passaporti d’immunità potrebbero essere perfino inutili se non, addirittura, controproducenti.

Dubbi scientifici ed etici: la comunità scientifica sugli immunity passport

Un paper pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, il mese scorso, riconosce che alcuni considerano i passaporti immunità “non etici e poco pratici”, ma sostiene che “una forte presunzione d’immunità dovrebbe essere a favore di preservare la libera circolazione delle persone, se possibile” poiché un ritorno alla normalità porterebbe “benefici individuali e sociali”, aggiungono gli autori.

L’introduzione di passaporti immunità è all’esame di diversi Paesi, tra cui Regno Unito, Estonia, Italia e Cile; sebbene al momento non ci siano informazioni sugli effetti del loro uso, la certificazione sanitaria per scopi di salute pubblica è già utilizzata in altri contesti, ad esempio nella gestione della febbre gialla. I passaporti possono assumere forme diverse, come un braccialetto, applicazione per smartphone o certificato. Durante i periodi di blocco, i passaporti dell’immunità potrebbero consentire agli individui immuni di seguire requisiti meno rigorosi in merito alle distanze fisiche e ai viaggi, forse consentendo loro di tornare al lavoro, prendersi cura di coloro che sono a rischio, visitare amici e parenti o intraprendere altre attività che li espongono a virus.

I problemi immunologici legati a tali passaporti sono essenzialmente due: il grado di immunità indotta (una risposta immunitaria potrebbe solo attenuare la gravità della malattia, o potrebbe prevenire qualsiasi malattia sintomatica e persino il trasporto di agenti patogeni, che è necessario per l’immunità di gregge) e la durata dell’immunità. I critici dei passaporti di immunità sottolineano persistenti incertezze sulla risposta immunitaria al Covid-19, sostenendo come l’’immunità sia ancora un mistero e che questa incertezza rende i passaporti di immunità irrealizzabili. Le preoccupazioni riguardano anche la sensibilità e specificità dei test utilizzati per definire l’immunità, specialmente nelle popolazioni con una bassa incidenza di infezioni precedenti, e la necessità di un numero impraticabile di test da eseguire per garantire che una popolazione rimanga immune.

Venendo alle questioni etiche, le bioeticiste Natalie Kofler e Françoise Baylis hanno affermato in uno studio pubblicato su Nature che i passaporti dell’immunità sono “il massimo della follia” e dovrebbero essere combattuti “con le unghie e con i denti”. Kofler e Baylis hanno evidenziato come, nel 19 ° secolo a New Orleans, l’immunità alla febbre gialla sia stata usata come arma per giustificare la supremazia bianca, denunciando la possibilità che oggi possa avvenire la stessa cosa; senza dimenticare che l’idea di essere dichiarati immuni potrebbe incentivare pratiche scorrette, comportamenti rischiosi e minare le reti di solidarietà sociale così preziose in una pandemia.

 

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