Come se la caverà la Cina con Covid?“, si è chiesto il New York Times dopo che Pechino ha abbandonato la Zero Covid Policy per fare spazio ad una graduale convivenza con il virus. Non è una domanda scontata, visto che, in seguito all’allentamento delle rigorose misure sanitarie, gli ospedali cinesi stanno facendo i conti con un’ondata senza precedenti di pazienti Covid.

Certo, la maggior parte dei cittadini desiderosi di essere curati nelle strutture non presenterebbe sintomi gravi. Ma le foto diffuse sui social cinesi, con immagini di sale di attesa completamente intasate, lasciano presagire una fisiologica impennata di contagi che potrebbe drenare preziose risorse sanitarie, soprattutto nelle città rurali dell’entroterra.

A Guangzhou, Shijiazhuang e Pechino, ha scritto Caixin, le cliniche sono piene di pazienti e stanno emergendo infezioni incrociate tra gli stessi pazienti e il personale medico. Gli esperti prevedono un picco di infezioni nei prossimi due o tre mesi, con circa il 60% della popolazione infetta.

Nel caso in cui dovesse verificarsi uno scenario del genere, tutto questo, oltre a spremere i pronto soccorso degli ospedali e le unità di terapia intensiva già sommersi, travolgerebbe gli operatori sanitari. Lasciando il governo cinese alle prese con una sfida delicatissima.

Quanti contagi?

Se nella prima fase della pandemia la Cina è stata tutto sommato in grado di far fronte all’emergenza sanitaria, a costo dell’attuazione di regole rigidissime, adesso c’è il rischio che Pechino possa farsi trovare impreparata dal ritorno di fiamma del virus.

In questo momento, in Cina è difficile rispondere anche alla domanda più elementare su quante persone siano infette dal Covid. Il motivo è semplice: il governo ha allentato i requisiti dei test di massa e ha reso volontaria la segnalazione dei risultati dei test a casa. Lo scorso 13 dicembre la Cina ha riportato 2.291 nuovi casi confermati, una frazione delle circa 30.000 nuove infezioni al giorno che il Paese segnalava prima di revocare il requisito dei test di massa. 

Come se non bastasse, i numeri dei casi sono destinati a essere ulteriormente soppressi dopo che la Commissione sanitaria nazionale cinese ha dichiarato che avrebbe smesso di segnalare le infezioni asintomatiche (che per altro costituivano la stragrande maggioranza dei risultati positivi).

La nuova sfida della Cina

La Cina dovrà insomma abituarsi a convivere con il virus. La convivenza potrà tuttavia rivelarsi complessa, almeno in un primo momento. Oltre la Muraglia, infatti, circa due terzi delle persone di età superiore ai 60 anni e solo il 40% delle persone di età superiore agli 80 anni ha ricevuto una vaccinazione di richiamo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che i booster sono fondamentali quando si tratta di vaccini nazionali cinesi, che utilizzano virus inattivati ​​e che, a detta di alcuni epidemiologi, si sarebbero dimostrati meno efficaci delle alternative straniere che utilizzano la più recente tecnologia mRNA.

In attesa che il programma di vaccinazione faccia il suo corso, è inevitabile che nel Paese aumentino i contagi e, probabilmente, anche i decessi. Ciò che è ancora più preoccupante è la minaccia di casi gravi, che arrivano solitamente dopo il picco dei casi totali, aumentando la pressione sugli ospedali e sulle unità di terapia intensiva.

La stragrande maggioranza dei pazienti Covid ha sintomi lievi, ma date le cifre in gioco (circa 1,4 miliardi di persone), lasciano presupporre che potrebbe esserci ancora spazio per un numero elevato di casi gravi, con una conseguente carenza di risorse mediche.

Basta del resto guardare quanto accaduto ad Hong Kong all’inizio del 2022, quando una grande epidemia della variante Omicron altamente contagiosa ha causato quasi 6.000 morti. In quell’occasione, un gran numero di residenti risultati positivi si è riversato nei pronto soccorso degli ospedali pubblici, provocando un grave sovraffollamento. Ora la Cina continentale deve affrontare una sfida simile.

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