Nelle ultime settimane il coronavirus è tornato a occupare le prime pagine dei giornali, dando l’impressione che il Covid sia “tornato” tra noi. È bene fare subito un paio di chiarimenti. Il primo: il virus non se n’è mai andato, neppure nei soleggiati giorni di luglio, quando gli italiani hanno preso d’assalto mari e montagne. Il secondo: i dati sui contagi devono essere letti nel modo corretto, senza prendere la situazione alla leggera ma senza neppure creare allarmismi di alcun tipo.

Il refrain, ripetuto da più parti, del rischio di una ipotetica “seconda ondata” è penetrata così a fondo da aver spaventato la popolazione italiana. Gli effetti di un simile martellamento, più che creare consapevolezza, hanno reso le persone sensibili e impressionabili. Proviamo a fare chiarezza rispondendo alle domande più comuni su quanto sta accadendo.

È vero che siamo tornati ai livelli di maggio?

Gli ultimi bollettini diffusi dal Ministero della Salute parlano chiaro. Ieri, 24 agosto, ci sono stati 953 positivi e 4 decessi, in calo rispetto ai 1.210 casi e 7 vittime di domenica. Numeri alla mano, le cifre si avvicinano a quelle registrate a maggio, quando l’Italia era ancora in lockdown. Ma ci sono tuttavia da considerare almeno due differenze sostanziali.

Intanto, in quel periodo, l’Italia contava centinaia e centinaia di vittime giornaliere. Inoltre le terapie intensive traboccavano di pazienti intubati. Un’altra differenza: i contagiati di maggio (e dintorni) avevano un’età media di 60 anni o più e si trovavano spesso in condizioni critiche. Adesso i positivi hanno mediamente 34 anni e non presentano complicazioni degne di nota. Dunque, sì: i numeri sono tornati a salire ma il paragone con il passato non regge.

Gli ospedali e le terapie intensive sono piene?

Gli ultimi dati parlano di 65 pazienti ricoverati nelle terapie intensive di tutta Italia. I contagi aumentano ma i reparti che accolgono i casi più critici restano vuoti o comunque per nulla affollati. I dati di ieri hanno sottolineato un calo dei ricoveri in terapie intensive di 4 unità. I ricoverati con sintomi sono 1.045, con un +74 rispetto alla giornata precedente, mentre le persone in isolamento domiciliare ammontano a 18.085 (+687).

Qual è l’identikit dei nuovi contagiati?

Se in un primo momento erano gli over 60 a esser finiti nell’occhio del ciclone, ora il trend sembra essersi invertito. È di 34 anni la media dei nuovi positivi, molti dei quali vengono scoperti a fatica perché asintomatici. È solo grazie all’elevato numero di tamponi effettuati ai viaggiatori provenienti da Paesi a rischio (Spagna, Croazia, Grecia e Malta, ad esempio) e alle campagne di screening che sono stati scovati diversi casi che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. Movida e villeggiatura scriteriata, cioè senza rispettare gli accorgimenti delle autorità sanitarie, sono le cause principali dell’impennata di positività in tutto il Paese.

Questo cambiamento è dovuto a una mutazione del virus?

Il dibattito divide la comunità scientifica. Alcuni hanno effettivamente ipotizzato che il virus sia diventato più “buono”. La prova starebbe nel D614G, mutazione del Sars-CoV-2 che renderebbe il virus più contagioso ma meno virulento. È pur vero che tale mutazione sarebbe presente in Italia da febbraio. Dunque difficilmente l’attuale scenario può essere imputato a una trasformazione del virus. In ogni caso la variazione della curva epidemiologia è collegata a doppia mandata con i casi di rientro dalle vacanze, di giovani e asintomatici. Il lavoro di tracciamento e testing prosegue.

Quali sono le regioni italiane con più casi?

Sempre prendendo in considerazione il bollettino di ieri, notiamo come tre regioni non abbiano presentati casi. Si tratta di Molise, Basilicata e Valle d’Aosta. Al primo posto della classifica dei nuovi contagi troviamo invece il Lazio, con 146 casi, seguito da Veneto, Campania ed Emilia Romagna (116 positivi ciascuno), Lombardia (110) e Sardegna (91). Insomma, ci troviamo di fronte a un quadro da monitorare. Niente a che vedere, però, con l’apocalisse descritta da alcune fonti.

Qual è la differenza fondamentale rispetto al recente passato?

Il numero dei tamponi è decisamente più elevato. Come se non bastasse, oggi, vengono testate non solo le persone che mostrano sintomi ma anche gli insospettabili. È per questo che sono stati rintracciati moltissimi casi di asintomatici. Appare quindi evidente che i dati registrati nei mesi più duri della pandemia fossero alquanto sottostimati. Dulcis in fundo, in questo momento i nuovi positivi corrispondono a persone che non presentano sintomi o che al massimo mostrano sintomi lievi. C’è una bella differenza rispetto al periodo compreso tra marzo e aprile.

A quanto ammonta il tasso di letalità in Italia?

Prima di tutto dobbiamo spiegare che cosa si intende per tasso di letalità: la percentuale di morti rispetto al totale dei positivi al tampone. L’ultima fotografia offerta dall’Istituto superiore di Sanità ha così suddiviso le percentuali in base alle varie fasce d’età. La fascia che ha totalizzato il numero più alto è quella compresa tra gli 80 e gli 89 anni (34,8%), seguiti dagli ultra 90enni (33,9%) e dai 70-79 (26,7%). A seguire troviamo un tasso di letalità pari al 10,9% per la fascia 60-69 anni e al 2,8% per i 50-59. Complessivamente, considerando i numeri registrati, il tasso di letalità è pari al 14,2%.

L’Italia ha fatto meglio o peggio degli altri Paesi?

Dipende ovviamente da quale Paese viene preso in esame. Ci sono poi vari parametri da considerare, come ad esempio il numero di abitanti di quel dato Paese. Facciamo un esempio. In Brasile ci sono stati quasi 116mila morti (a fronte dei 35mila nostrani) ma la popolazione brasiliana è molto più nutrita di quella italiana. Calcolatrice alla mano, il Brasile ha 539 decessi per ogni milione di abitanti; l’Italia 586. Facendo luce sulle corrette proporzioni, la nazione più disastrata dovrebbe essere il Belgio, con 862 decessi per mille abitanti.

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