Il coronavirus corre veloce nel Regno Unito, inizia ad acquisire nuovamente dimensioni preoccupanti in Francia, ha già portato alla paralisi della capitale Madrid in Spagna e mette nuovamente alla prova la resistenza del sistema sanitario in Italia. Tra i maggiori Paesi europei, quello che stando alle statistiche per ora se la sta cavando meglio è la Germania, ove non mancano scenari di criticità come quelli della capitale Berlino ma in cui la pandemia non sta galoppando, per ora, ai ritmi degli altri Stati di riferimento del Vecchio Continente.

La Germania appare messa molto meglio degli altri Paesi, per ora, in quanto a numero di contagi e da più parti è sorto un interrogativo circa l’enigma tedesco, nuovamente legato al minor impatto che il Covid-19 ha avuto nel Paese rispetto agli Stati limitrofi. Uno scenario molto simile a quello della primavera, ma come è possibile spiegarlo?

La Germania ha infatti registrato solo di recente un sensibile aumento dei contagi registrati, con l’aumento giornaliero del 17 ottobre che è stato pari a 7.830 nuovi positivi; i numeri per milione di abitanti continuano a restare inferiori a quelli dei partner europei, come testimoniato dai dati raccolti dal Financial TimesE non si può dire che questo sia imputabile a una mancanza di capacità di tracciamento dei focolai: in Germania, infatti, al 10 ottobre risultavano esser stati effettuati circa 15 milioni di tamponi, il 50% in più rispetto che in Italia, e il Robert Koch Institute, centrale organizzativa principale della risposta sanitaria nazionale, pubblica giornalmente dei dettagliati report sull’evoluzione non solo demografica ma anche geografica del contagio.

Dunque, la motivazione per il più lento procedere della “seconda ondata” di Covid-19 nel Paese è più complessa. In primo luogo, gioca un ruolo sicuramente il fatto che la Germania, non essendo stata investita con la medesima virulenza dalla prima ondata di contagio, ha potuto incassare il colpo partendo da una posizione di maggiore solidità. Il Rki ha pubblicato nella giornata del 13 ottobre la più aggiornata delle sue strategie sanitarie, fondata in primo luogo su un’importante premessa: non ha senso pensare all’imminente arrivo di un vaccino come alla panacea definitiva per il superamento del Sars-Cov-2, ma serve operare strategicamente tamponando i focolai, inseguendo e tracciando i contagi e potenziando le cure tenendo conto lo scenario attuale, in cui l’ingresso in campo del vaccino è ancora tutto da dimostrare.

A ciò si unisce una strategia politica che ha puntato con forza a giocare d’anticipo: già a fine agosto la Cancelliera Angela Merkel ha preparato i tedeschi alle sfide sanitarie (ed economiche) dell’autunno, non abbassando la guardia riguardo la prevedibile ripresa dei contagi e proseguendo nella linea che già a marzo e aprile, complice il mancato scatenamento del Paese di una tempesta paragonabile a quella che ha travolto la Lombardia, Berlino aveva seguito: rigoroso monitoraggio di parametri ritenuti veri e propri livelli di guardia, controllo della comunicazione dal governo ai cittadini per enfatizzare la logica della prevenzione, coordinamento con i Lander per modulare eventuali restrizioni locali. Nei suoi rapporti il Rki monitora con attenzione i parametri-soglia fissati dalla Cancelleria, l’indice di replicazione Rt (che si mira a contenere sotto quota 1 nei singoli scenari locali) e il tasso di contagiati per 100mila abitanti: sopra la soglia dei 50 casi per 100mila abitanti, registrati al 17 ottobre in 84 distretti sanitari su 412, parte un ulteriore livello di guardia che può lasciar prefigurare restrizioni.

La Germania ha dunque potuto operare con una logica di prevenzione e il fatto che la Merkel abbia annunciato presto “limitazioni nei contatti nelle zone dove le nuove infezioni superano i 50 nuovi contagi per 100mila abitanti sia in pubblico che in privato” è in tal senso comprensibile in quest’ottica: meglio operare prima, e su scala locale, che imporre misure di valore nazionale che rischiano di causare spaesamento e di dimostrare di esser costretti a andare non in controllo ma all’inseguimento del virus.

Confrontando le curve pandemiche della Germania con quelle degli altri Paesi, si nota infatti che il numero di casi per milione di abitanti, che si attesta nelle ultime settimane tra i 50 e gli 80 per milione di abitanti, sta gradualmente acquisendo un tasso di crescita paragonabile a quello avuto a fine settembre nel Regno Unito e attualmente in sviluppo in Italia. Ogni giorno guadagnato nell’implementare strategie ben coordinate significa una riduzione del rischio di un boom autunnale e, soprattutto, di un rovinoso restringimento nazionale alla libertà di movimento. Che risulterebbe devastante per il sistema sociale ed il tessuto economico. La Germania se la sta cavando meglio, dunque, per ragioni connesse alle tempistiche della seconda ondata (partita più tardi in terra tedesca), per una maggiore allerta e per un’oggettiva capacità politica di prendere in tempo le misure adatte a prevenire l’esplosione del Covid-19. Queste – lo ripetiamo – hanno come obiettivo di fondo scongiurare un lockdown nazionale ma risultano funzionali solo se ben mirate nelle zone in cui i parametri più preoccupanti, indice di replicazione e percentuali di contagi. Nessun complotto tedesco, dunque: ma nemmeno la Germania può dirsi pienamente al sicuro. Il Covid ha dimostrato da tempo di essere un nemico, troppo spesso, imprevedibile e difficile da affrontare.

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