Con lo scoppio della seconda ondata della pandemia di coronavirus, l’Italia si è trovata nuovamente impreparata a fare i conti con una crisi sanitaria che sino allo scorso anno sarebbe stata considerata soltanto una remota e distopica possibilità. Tuttavia, dallo scorso febbraio in avanti, alcune parole e talune definizioni sono diventate parte integrante della nostra quotidianità. Numero dei contagi, numero delle ospedalizzazioni, bollettino giornaliero e indice Rt sono divenuti i dati più discussi nelle trasmissioni televisivi, nonché titoli di apertura dei maggiori giornali nazionali e dei telegiornali.

In questa zuppa, che assomiglia molto ad un quadro dadaista, però, molti hanno iniziato a perdersi. Non soltanto i comuni cittadini, spesso all’ascolto di dati estrapolati dal loro contesto, ma gli stessi tecnici e gli stessi politici spesso sono sembrati in confusione di fronte all’enorme mole di informazioni provenienti soprattutto dagli ospedali e dal fronte dei contagi. In questo scenario, dunque, impossibile che non si generasse il più totale caos come accaduto la scorsa primavera, mettendo le istituzioni sia sanitarie internazionali sia politiche nazionali nella condizione di “isolare” determinati parametri per valutare il proprio margine di azione. E fu così che, di punto in bianco, si scelse il parametro matematico dell’indice Rt per valutare il grado di diffusione del patogeno e di incremento dei casi giornalieri per ragionare riguardo alla possibilità di introdurre restrizioni volte a tutelare la salute pubblica.

L’indice Rt, infatti, è un mero rapporto matematico, non diverso dalla famosa “X” delle equazioni che tanto abbiamo odiato alle scuole medie ed alle scuole superiori. Preso a denominatore il valore dei positivi nella giornata di ieri e a nominatore quello dei positivi nella giornata di oggi, l’indice Rt sarà uguale al loro rapporto. Se il suo valore risultasse superiore a 1, significa che la pandemia continua ad accrescere il numero dei contagi; se il risultato fosse inferiore ad 1 significa che il numero complessivo di infezioni è in fase discendente; se il valore fosse esattamente 1 nulla sarebbe invece cambiato rispetto al giorno precedente.

Visto sotto questa luce, l’indice Rt appare una misura fondamentale per valutare il grado di efficacia delle restrizioni e il modo in cui esse hanno impattato sulla diffusione della pandemia. E al tempo stesso, è necessario per valutare l’evolversi della situazione nelle settimane future e a tenere sotto controllo la pendenza e l’incidenza della curva dei contagi. Il vero errore però è stato compiuto nel divinizzare l’importanza di questo dato e soprattutto nel metterlo in correlazione con un sostanziale miglioramento della situazione, perché la strada per l’errore è molto semplice da essere intrapresa.

Come sottolineato precedentemente, infatti, un indice Rt vicino all’1 ma superiore ad esso non significa nel modo più assoluto che la pandemia stia regredendo: anzi, proprio in virtù del dato è certificata la sua crescita, seppur graduale e probabilmente sotto maggiore controllo. Anche perché, soprattutto, esso rimane un mero moltiplicatore, sostanzialmente privo di significato senza un moltiplicando cui essere rapportato. E in sintesi, dunque, pensare di poter procedere a degli allentamenti grazie ad un Rt ridotto ma superiore all’unità non possiede un fondamento logico alcuno, almeno in assenza di altri parametri maggiormente incoraggianti – come la decrescita del tasso di ospedalizzazioni o un rapporto maggiore tra terapie intensive e sub-intensive libere e occupate.

Il problema nasce però da una peculiare caratteristica umana: quando ci si trova davanti ad un dramma, la tendenza è quella di “appigliarsi” a tutti quegli elementi “amici” che ci possono dare sicurezza. E in assenza di certezze per quanto riguarda la prevenzione del coronavirus e – nonostante l’avanzamento delle ricerche – sulla sua cura ha spinto tecnici e politici ad affidarsi alla matematica astratta – la quale, bene o male, quasi tutti conosciamo e può essere utilizzata anche per spiegarci l’andamento della situazione. Ma da qui al divinizzarla, forse, il passo è stato decisamente più lungo della gamba.

Come già affermato, per procedere a sblocchi graduali e soprattutto per valutare l’andamento della situazione a pandemia in corso i dati migliori da analizzare sarebbero quelli provenienti dal vero fronte della guerra, ossia gli ospedali. Perché in una situazione sotto controllo e dagli ampi margini d’azione, il sistema sanitario nazionale sarebbe perfettamente in grado di gestire gli ingressi e sarebbe costantemente provvisto di posti letti per i nuovi malati. Tutto questo, però, ancora non sta accadendo, nonostante alcune regioni abbiano recentemente cambiato in meglio il proprio colore diminuendo il numero delle restrizioni. E ciò ha evidenziato ancora una volta la sostanziale impreparazione delle istituzioni e la mancanza forse di personaggi in grado di leggere correttamente i dati forniti dagli istituti sanitari nazionali.

In conclusione, dunque, le analisi che vengono portate avanti ancora in questi giorni e che trovano il loro fondamento sull’indice Rt non sono soltanto formalmente errate, ma risultano anche fuorvianti nella corretta gestione dei contagi. Tutto questo mentre, ovviamente, il popolo italiano si trova a fare i conti con una pandemia uscita nelle scorse mani palesemente fuori controllo e che vive in modo sempre più problematico il presente a causa dell’incertezza del futuro. E in questo scenario, purtroppo, la politica sembra non muoversi in modo ottimale, fondando le proprie scelte, se non sul lancio dei dadi, su dei piani di intervento che poggiano i loro pilastri su delle basi alquanto traballanti.

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