Anche la Sars-CoV-2, proprio come tutti i virus, va incontro a mutazioni. Trasformazioni del genere, è importante ricordarlo, sono tanto più numerose quanto più velocemente l’agente patogeno riesce a trasmettersi da un soggetto a un altro. Considerando che nell’ultimo anno il nuovo coronavirus ha infettato, in tutto il mondo, quasi 80 milioni di persone, uccidendone circa 2 milioni, era pressoché scontato attendersi le suddette mutazioni.

In virtù dell’ultimo allarme partito da Londra sulla variante della Sars-CoV-2, più contagiosa di oltre il 70% rispetto alla forma tradizionale, la comunità di esperti si è subito divisa in due schieramenti. Da una parte troviamo chi sostiene che non sia necessario preoccuparsi più di tanto del virus inglese (così è stato rinominato da alcuni media) e che l’ultimo arrivato, in nessun modo, potrà compromettere l’efficacia dell’imminente vaccino. Il fronte opposto è invece occupato da chi, preoccupato dall’assenza di dati, è dubbioso circa le caratteristiche del virus mutato. In attesa di capire dalle analisi scientifiche se la variante rilevata nel Regno Unito rappresenti veramente un problema, proviamo a unire i (pochi) elementi che abbiamo a disposizione per dare vita a un quadro quanto più nitido possibile.

Perché non bisogna preoccuparsi

Come detto è normale che i virus mutino. Nel caso dei coronavirus, gli esperti hanno spesso sottolineato come le trasformazioni avvengano in modo molto lento e graduale e, il più delle volte, senza modifiche degne di nota. Qualcosa di molto simile, ben prima dell’allarme di Londra, è avvenuto in Cina dove, accanto al virus riscontrato a Wuhan, primo epicentro noto della pandemia di Covid-19, è spuntata la cosiddetta variante di Shanghai. Che cosa è successo? Una variante più aggressiva del virus è riuscita a soppiantare quella meno aggressiva.

Dalla Germania, Christian Drosten, direttore del dipartimento di virologia della Charitè, il policlinico universitario di Berlino, ha spiegato che il ceppo del coronavirus inglese “non è poi così nuovo” e “non ci si dovrebbe lasciar disturbare” dalla sua scoperta. “Non sono così preoccupato al momento. Tuttavia, proprio come tutti gli altri, mi trovo in una situazione alquanto poco chiara per quanto riguarda le informazioni”, ha aggiunto. “Non dobbiamo avere paura delle mutazioni”, ha aggiunto Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di Statistica medica ed Epidemiologia della Facoltà di Medicina e Chirurgia dellUniversità Campus Bio-Medico di Roma. Nel corso di un’intervista a Il Sole 24 Ore, Ciccozzi ha usato toni rassicuranti: “È attraverso le mutazioni che si favorisce l’adattamento del virus all’uomo. E questa che arriva dalla Gran Bretagna non è la prima”.

Perché bisogna preoccuparsi

L’unico motivo che spinge alcuni esperti verso il campo dell’apprensione è la momentanea mancanza di informazioni certe. Massimo Antonelli, direttore del reparto di Rianimazione del Policlinico Gemelli di Roma e membro del Comitato tecnico scientifico (Cts), ha espresso le sue considerazioni sulla variante inglese in un’intervista rilasciata al Corsera. “Se è vero che determina una maggiore diffusione, la conseguenza sarà all’inizio un aumento di contagi, poi di ricoveri in terapia intensiva e infine di morti. Ci sarebbe un ulteriore pressione sugli ospedali”. In ogni caso, sempre ragionando sul piano delle ipotesi, “a giudicare dai dati disponibili, l’efficacia di questi vaccini non dovrebbe essere compromessa, ma ci vorranno mesi prima di avere una percentuale di popolazione immune e quindi poterci ritenere al sicuro”.

Aggiungiamo infine le preoccupazioni espresse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sul possibile effetto nefasto che il virus inglese potrebbe avere sui tamponi. Sulla base dei “segnali preliminari, la variante del Covid-19 che si è diffusa in Gran Bretagna può essere in grado di diffondersi più facilmente tra le persone” e secondo “informazioni preliminari può influenzare le prestazioni di alcuni test diagnostici”. L’Oms ha precisato inoltre che “non ci sono prove che indicano cambiamenti nella gravità della malattia, ma anche su questo aspetto sono in corso valutazioni”.

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