Quando a marzo del 2020 l’Italia si è trovata a lottare contro il nemico sconosciuto del coronavirus,  una delle prime misure adottate per uscire più indenne possibile è stata quella basata sulla chiusura di tutte le attività e sullo stop alla vita sociale. Quello strumento di difesa  faceva ben sperare sul fatto che nel giro di poco tempo tutto sarebbe divenuto acqua passata. Siamo vicini al Natale e la situazione è sempre uguale. Alla luce di quanto accaduto in questi mesi è possibile tracciare dei modelli matematici che ci permettano di capire l’andamento del coronavirus in prospettiva futura? È possibile in vista del 2021 giocare d’anticipo contro questo virus?

 Il modello matematico del professor Isaac Ben Israel

L’impatto che il Sars-CoV-2  ha avuto sulla popolazione mondiale è stato devastante e, nei primi mesi della sua espansione, ci si è ritrovati ad applicare previsioni e modelli di comportamento sulla base delle esperienze legate alle precedenti pandemie. Ma il Covid-19 nel frattempo ha fatto il suo cammino differenziandosi dagli altri coronavirus. È stato ad aprile, dopo aver avuto la possibilità di analizzare un primo andamento del virus, che si è fatta spazio nel mondo scientifico e tra i media la teoria del professore israeliano Isaac Ben Israel, capo del programma di studi sulla sicurezza all’Università di Tel Aviv e presidente del Consiglio nazionale per la ricerca e lo sviluppo, che ha trovato fondamento nel numero 70. Sulla base dei dati analizzati in tutto il mondo, secondo il professore è possibile affermare che un ciclo epidemico da coronavirus ha la durata di circa 70 giorni. Lo studioso ha notato che il virus raggiunge una fase di picco tra la quarta e la sesta settimana per poi calare e azzerarsi tra l’ottava e la nona settimana, avendo così in totale una durata di più o meno 70 giorni.

Il ciclo epidemico, secondo Isaac Ben Israel, segue il suo percorso a prescindere dalle misure di contenimento adottate dagli Stati che si trovano a far fronte all’emergenza sanitaria. Proprio per questo motivo l’israeliano ha ribadito più volte l’inutilità delle misure drastiche del lockdown che dovrebbero lasciare spazio semplicemente alla misura del distanziamento sociale senza isterie perché il virus, a prescindere da tutto, segue la sua fase ciclica che ha un inizio, un picco e una fine. Il tutto, per l’appunto, entro le nove settimane.

Le perplessità sulla teoria dei 70 giorni

La teoria di Ben Israel fino ad oggi ha trovato nella realtà pochi riscontri. A sottolineare l’imprecisione della teoria ciclica basata sui 70 giorni è stato fra gli altri Nadav Davidovitch, direttore della School of Public Health dell’Università Ben-Gurion del Negev. A prova delle sue affermazioni che non accolgono quelle dello scienziato israeliano è il caso della Svezia, Paese che sin dall’inizio del coronavirus non ha mai adottato delle misure drastiche di contenimento. Lì la situazione è molto critica, il virus da quando ha iniziato la sua espansione, non ha mai mollato la presa nemmeno dopo i 70 giorni. In tutto ciò, come ha osservato Nadav Davidovitch, nella teoria della fase ciclica del coronavirus, non è stata individuata una data specifica da dove partire con la conta di inizio epidemia. In effetti in Italia si sa di certo che il paziente numero 1 è stato individuato a Codogno lo scorso febbraio ma, a distanza di tempo, è stato rilevato che il virus circolava nel territorio nazionale già nel novembre del 2019. E poi, analizzando le curve dell’andamento dell’epidemia nelle nove settimane previste da Ben Israel, in nessuna nazione si è arrivati al contagio pari a zero.

Ci sono stati dei cali significativi che hanno permesso di riprendere in mano le redini della vita economica e sociale, ma mai la chiusura di una fase ciclica. In Italia ad esempio, una fase di stallo con un netto calo di contagi si è verificata a partire dai primi giorni di giugno fino a metà di agosto. In Spagna la situazione è stata sempre critica con un calo durato solo un mese a giugno. In Francia due mesi di tregua tra giugno e luglio. Da aprile a giugno una fase di appiattimento in Israele, che è durata da aprile fino ai primi di luglio in Belgio. In Corea del Sud la tregua è stata registrata tra aprile e maggio e, in Svezia, tra giugno e agosto. In nessun caso si è arrivati allo zero.

Cosa è accaduto nella seconda fase di contagio

Dopo un’estate relativamente tranquilla, l’Europa è tornata a rivivere l’incubo di marzo. Questa volta i contagi sono partiti dalla Spagna, almeno secondo uno studio internazionale che ha rintracciato nella mutazione denominata 20A.EU1 la variante del virus diffusasi dal Paese iberico a partire da settembre. La nuova “versione” del coronavirus avrebbe reso l’agente patogeno meno letale, ma molto più contagioso. Da qui un’impennata in grado di avere conseguenze destinate ad incidere sul periodo natalizio. Guardando i grafici di quella che, forse impropriamente, è stata chiamata seconda ondata, si nota come un “ciclo epidemico” dei settanta giorni è effettivamente presente. Non si sta arrivando, come nella prima fase, ad un azzeramento della curva tuttavia è possibile riscontrare un raggiungimento del picco a 40 giorni dall’inizio della fase clou della nuova emergenza.

In Italia ad esempio, stante il fatto che è impossibile parlare di “paziente zero” della seconda ondata visto che un azzeramento non c’era mai stato, la curva è tornata a crescere a fine settembre. I primi veri timori sono arrivati il 9 ottobre, quando per la prima volta si è sforato il tetto dei 5.000 casi giornalieri. Da qui in poi la crescita è stata esponenziale. Vale per la curva dei contagiati, così come per i ricoverati in ospedale e nelle terapie intensive. Il picco di questa nuova fase si è raggiunto il 13 novembre, con 40.902 nuovi contagiati in 24 ore. Dopo 40 giorni dai primi allarmi ed esattamente a 34 da quel 9 ottobre che ha iniziato a mettere paura, la curva si è stabilizzata per poi iniziare una lenta ma graduale discesa. Lo dimostra il fatto che nella prima settimana di dicembre, a un mese dal picco, non si è mai andati oltre i 20.000 casi giornalieri.

Stessa situazione in Francia, dove il virus è tornato a fare paura a fine settembre con il picco raggiunto il 7 novembre, data dove i casi giornalieri hanno sforato quota 80.000. Oggi nel Paese transalpino, a distanza di circa 70 giorni dalle prime nuove impennate, non si va più oltre i 15.000 casi al giorno. Si è lontani dall’azzeramento della curva, ma al tempo stesso la situazione è tornata sotto controllo. In Israele, dove la crescita dei nuovi contagiati ha subito un repentino innalzamento tra luglio e agosto, si è giunti al picco il 30 settembre. In Belgio il picco è arrivato il 29 ottobre, a distanza di sei settimane dai primi rialzi della curva.

Servono le misure di distanziamento ma non i lockdown

Oltre agli andamenti delle curve, i Paesi sopra menzionati hanno in comune il fatto che i vari governi nel frattempo sono intervenuti con nuovi provvedimenti. In Italia il Dpcm che ha “colorato” le regioni a seconda dei vari allarmi locali, è datato 3 novembre. In Francia si è avuta una nuova serrata, seppur più leggera rispetto al lockdown di primavera, il 2 novembre. Evidentemente le misure prese hanno “governato” il ciclo epidemico. Quest’ultimo è possibile prevederlo nella sua durata, così come ipotizzato dal Isaac Ben Israel ad aprile ma, a differenza di quanto teorizzato dal medico israeliano, non è naturale. Al contrario, appare molto influenzato dall’azione dei governi. Lo si può vedere dall’andamento della curva in Svezia, “irregolare” nella prima fase e ancora più indecifrabile, in un’alternanza repentina di picchi e discese, nella seconda.

In vista del 2021 c’è quindi forse una lezione che si può imparare. Qualora gli effetti dei vaccini dopo le festività natalizie non dovessero notarsi, con nuovi picchi di contagio in vista, è possibile prevedere la durata dei cicli epidemici. Non per azzerare le curve, obiettivo questo fuori portata, ma almeno per arrivare ad avere la situazione sotto controllo sul fronte soprattutto ospedaliero. Nel momento in cui dovessero arrivare nuove impennate dei contagi, adesso è possibile sapere che con un apposito controllo dell’epidemia entro i 40 giorni si verificherà il picco. In tal modo potrebbero programmarsi aperture e chiusure delle attività in base alle esigenze. Magari evitando, come accaduto a marzo, lockdown generalizzati.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.