L’obiettivo principale è piuttosto chiaro: recuperare, preferibilmente in fretta, il più alto numero possibile di vaccini. L’Italia si trova a metà del guado, in parte preoccupata per la tanto incombente quanto annunciata prossima ondata di Covid-19, e in parte in ansia per una campagna di immunizzazione ancora troppo lenta. Di questo passo, ragionano gli esperti, il piano vaccinale produrrà gli effetti desiderati ben oltre i limiti temporali prefissati – e in parte anticipati – dal ministro della Salute, Roberto Speranza. Altro che 13 milioni di vaccinati entro aprile. Gli indicatori, con i dati aggiornati alla mattinata del 10 marzo, parlano di appena 5.78 milioni di dosi utilizzate, per un totale di 1.74 milioni di cittadini coperti dalla doppia dose.

Di questo passo, la luce in fondo al tunnel appare quanto mai lontana, o comunque molto più distante di quanto non comunicato da ministri e tecnici vari. Certo, gli esperti tireranno in ballo la variabile non considerata rappresentata delle ultime varianti del virus, più contagiose e quindi pericolose. Ma nascondersi dietro un dito, alla lunga, potrebbe non bastare. Serve organizzazione, e serve un piano strutturale da affiancare quello vaccinale. In altre parole, l’Italia dovrebbe trovare un modo per ottenere più vaccini rispetto a quelli inviati – con il contagocce – dall’Ue.

Le soluzioni sul tavolo

Le soluzioni per stoccare più fiale di vaccini nei magazzini italiani sono tre, non tutte praticabili. La prima: entrare a gamba tesa sul sistema delle quote europeo, approvando i vaccini non ancora autorizzati dall’Ema (Agenzia del farmaco europea) grazie al contributo dell’Aifa, oppure stringendo accordi con le Big Pharma (pratica avversa dall’Ue). In questo modo, tuttavia, si verrebbe a creare una frattura diplomatica tra Roma e Bruxelles. Dunque, ipotesi pressoché impossibile.

Seconda soluzione: fare pressione sulla Commissione europea affinché spinga le case farmaceutiche – le stesse con le quali sono stati stretti accordi piuttosto opachi, e non proprio efficienti – si sbrighino a produrre più sieri. Ipotesi che, in parte, l’Ue sta già percorrendo, anche se con scarsi risultati (almeno, nel breve periodo). Terza ipotesi: produrre il vaccino sul territorio italiano. Quest’ultima opzione è probabilmente la migliore presente sul tavolo, ma è anche la più complessa da attuare. E per un motivo molto semplice:

costruire una struttura adibita solo ed esclusivamente alla produzione di vaccini anti Covid, o riadattarne una esistente, richiede un procedimento piuttosto lungo

Tra la riconversione dell’azienda, lo stoccaggio dei materiali, lo stanziamento di finanziamenti, la costruzione materiale degli edifici, possono passare da vari mesi ad anni prima di avere uno stabilimento ad hoc per la produzione di dosi anti Sars-CoV-2.

Accelerare i tempi

Questa, dunque, è la situazione generale. È tuttavia possibile pensare di accelerare i tempi ottenendo, in ogni caso, risultati eccellenti. Anziché produrre da zero i farmaci necessari per stroncare la pandemia di Covid, e al posto di acquistare i prodotti “finiti” direttamente dalle Big Pharma, l’Italia potrebbe pensare di dedicarsi solo alla parte finale della produzione dei vaccini. Quella denominata fill and finish, cioè riempitura e rifinitura del prodotto. In altre parole, l’Italia non andrebbe a bussare alla porta delle singole case farmaceutiche per richiedere stock di dosi pronte all’uso, tra l’altro già opzionate o prenotate dai vari Regno Unito, Stati Uniti, Israele ed Emirati Arabi. Al contrario, chiederebbe alle aziende di ricevere la parte “grezza” del vaccino, in modo tale da completare la procedura finale all’interno di aziende italiane, molte delle quali teoricamente pronte ad adempiere a un compito simile.

Facciamo un esempio, confrontando il vaccino al vino. L’Italia vuole produrre un determinato tipo di vino, ma non può farlo in quanto priva del brevetto e di un sito capace di realizzarlo. La società che produce il rinomato vino non venderà mai il suo brevetto a un conglomerato italiano, né – se la richiesta del bene è altissima – destinerà stock equi a tutti i richiedenti. Semplicemente, chi ha pagato di più verrà accontentato per primo. L’Italia potrebbe però chiedere alla società di farsi inviare, dietro compenso, un enorme silos di vino, per poi imbottigliare il vino in maniera del tutto autonoma. A quel punto Roma avrebbe il suo vino, mentre l’azienda, pur senza alterare la griglia delle prenotazioni, avrebbe intascato un bel gruzzoletto.

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