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Guerra sui numeri, sulle cifre, sui dati. Ambiguità sui termini utilizzati, contraddizioni giornaliere sulla reale situazione epidemiologica in Italia e perfino ripetuti alterchi tra rinomati esperti e virologi. Nel frattempo, in attesa del nuovo “lockdown mascherato” contenuto nell’ennesimo Dpcm varato dal governo giallorosso, le decisioni politiche continuano a essere influenzate da un clima di sostanziale incertezza. Alla luce dei nuovi casi quotidiani e del numero di morti, era davvero il caso attuare un’altra stretta economica?

Secondo alcuni esperti non c’è altra soluzione: per bloccare i contagi è necessario frenare il più possibile il contatto tra le persone. Altri ritengono che sacrificare ulteriormente il tessuto economico del Paese rappresenti una cura peggiore del male da curare. Sul tema, se chiudere o meno l’Italia (e in che dosi chiuderla), sarebbe necessario un confronto approfondito, mettendo sul tavolo pro e contro, ma soprattutto le evidenze scientifiche che spingerebbero in una determinata direzione piuttosto che nell’altra.

Il problema è che il governo giallorosso continua a navigare a vista, senza avere un piano a lungo termine. D’accordo che la pandemia è in continua evoluzione, ma l’improvvisazione mostrata in questi giorni dall’esecutivo è risultata a tratti imbarazzante. In ogni caso, gli ultimi bollettini sanitari hanno registrato ripetuti record di nuovi casi giornalieri. In quello di sabato 24 ottobre si contavano quasi 20mila casi mentre il giorno prima 19.143. Di fronte a cifre del genere, c’è chi ha suggerito di mettere in campo subito misure stringenti.

Asintomatici, pauci-sintomatici e lievi

Per capire la suddivisione dei casi quotidiani – ovvero quanti sono i pazienti asintomatici, quelli che si trovano in una situazione critica e così via – si può leggere la tabella 17 riportata a pagina 20 nell’ultimo aggiornamento nazionale pubblicato dall’Istituto superiore di sanità (Iss). La figura in questione illustra, dal 3febbraio al 26 ottobre scorso, la “percentuale di casi di Covid-19 diagnosticati in Italia per stato clinico al momento della diagnosi e settimana di diagnosi”.

Innanzitutto dobbiamo spiegare la tabella: raffigurati in nero troviamo i deceduti, mentre in rosso i casi critici. Poi abbiamo l’arancione per i casi severi, il giallo per i lievi, il celeste peri guariti. Abbiamo infine il blu per i pauci-sintomatici e il verde per gli asintomatici. Mentre gli asintomatici sono pazienti che, pur risultando positivi al test per il coronavirus, non presentano alcun sintomo, i pauci-sintomatici sono coloro che hanno sintomi così modesti da passare inosservati. In base alla suddetta suddivisione, quanti tra i nuovi casi giornalieri sono asintomatici? Più in generale, quanti sono i pazienti non gravi? A giudicare dai dati dell’Iss, la quasi totalità.

Il ruolo degli asintomatici

C’è una differenza abissale tra la prima ondata e quella che sta attraversando adesso l’Italia. Sempre considerando la solita tabella 17, mentre lo scorso febbraio i casi diagnosticati rientravano tutti tra i gravi, oggi la tendenza si è completamente invertita. Oltre il 50% sono asintomatici. A questi si devono tuttavia aggiungere i pauci-sintomatici (come detto coloro che presentano sintomi talmente lievi da essere trascurati) e i casi lievi. Risultato: i casi severi sono pochissimi, e ancor meno coloro che si trovano in stato critico.

Certo, oggi si effettuano più tamponi rispetto alla scorsa primavera, e questo ha indubbiamente aumentato la percentuale di asintomatici. In ogni caso, dall’estate in poi, il numero di pazienti “severi” e “critici” si è mantenuto costante. Altro aspetto da considerare: gli asintomatici e i pauci-sintomatici sono pericolosi dal momento che hanno entrambi la facoltà di infettare altre persone senza saperlo. In ogni caso, quello che è importante sottolineare è l’inutilità di allarmare la popolazione con annunci fuorvianti.

Il virus circola, la curva ha ripreso a salire. Ma un conto è avere a che fare soltanto con pazienti in fin di vita, un altro con persone positive guaribili con un po’ di isolamento. Potrebbe essere utile, ad esempio, potenziare strutture intermedie tra abitazioni private e ospedali così da accogliere i casi più lievi (quasi tutti) e limitare la diffusione del contagio all’interno delle famiglie (e al tempo stesso alleggerire la pressione sulle strutture sanitarie). Guai a girarsi dall’altra parte facendo finta che niente stia accadendo. Ma al tempo stesso guai ad attivare perennemente la leva dell’allarmismo.

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