Altro che modello vincente da prendere come esempio nella lotta al coronavirus. La seconda ondata di Covid-19 ha spazzato via quello che restava del “modello italiano“. Il dato sui morti di giovedì 3 dicembre è lì a confermarlo: 993 in 24 ore. Un record pressoché assoluto che, nella giornata più nera dell’Italia dall’inizio dell’emergenza sanitaria, ha fatto sì che il Belpaese si piazzasse al secondo posto nella classifica delle nazioni con più decessi, alle spalle degli Stati Uniti (2.923) e davanti al Messico (800).

Un numero così elevato di morti è inspiegabile, anche considerando i valori registrati dagli altri Stati europei. Gli stessi esperti non riescono a giustificare un fenomeno del genere. “Il motivo di tanti morti in Italia resta è un mistero. Una teoria è perché abbiamo una popolazione anziana, ma non basta”, ha spiegato alla Stampa il professore ordinario di epidemiologia e statistica medica all’Università di Torino, Lorenzo Richiardi. Scendendo nel dettaglio, c’è un altro dato italiano che fa tremare i polsi. Luca Ricolfi, dovente di Analisi dei dati presso l’Università di Torino, nonché presidente della Fondazione David Hume, ha sottolineato a Italia Oggi che “in questa fase siamo i peggiori dopo il Belgio”. “La favola del modello italiano è la più grandiosa bufala della pandemia”, ha aggiunto Ricolfi.

Numeri da brividi

Le parole di Ricolfi, e di tanti altri esperti, si basano su alcuni dati. Analizzando e confrontando l’andamento dei contagi e il numero dei morti di 27 diversi Stati, notiamo come l’Italia sia al secondo posto. In particolare, prendendo in esame i decessi medi settimanali per 100mila abitanti di ottobre e novembre, al primo posto troviamo il Belgio con 6,57. A seguire, si legge nell’elaborazione della Fondazione Hume sui dati della Johns Hopkins University, ecco l’Italia con 3,67, davanti a Francia (3,56), Svizzera (3,47), Spagna (3,21) e Austria (2,99).

I tanto vituperati Stati Uniti, accusati nei mesi scorsi di una gestione dell’emergenza pessima, hanno totalizzato 2,19 decessi medi settimanali ogni 100mila abitanti. La Germania ha fatto ancora meglio, con 0,95, poco peggio della Svezia ferma a 0,91. Insomma, altro che modello italiano: dalle nostri parti i decessi viaggiano a velocità folle. E quel che è peggio è che nessuno riesce a darsi una spiegazione plausibile.

I dati parlano chiaro

Ricolfi ha quindi spiegato che esiste una relazione molto stretta tra il numero di tamponi fatti e quello dei morti. “Se i tamponi passano da 100 a 200, i morti passano da 100 a 25”, ha affermato il professore. Dunque, se si raddoppia il numero dei tamponi la mortalità si riduce del quadruplo. Per il resto, sì, è vero: l’epidemia in Italia sta rallentando. Ma lo sta facendo in modo molto lento, lentissimo. Oggi il rischio di incontrare una persona contagiosa è circa 25 volte quello di luglio, e questo per sottolineare come il modus operandi del governo non abbia sostanzialmente aggredito più di tanto la curva epidemiologica quando si poteva ancora prevenire la seconda ondata.

“Il modello italiano è un falso colpevolmente accreditato dalla maggior parte dei media, giornali, radio e tv”, ha chiosato Ricolfi. Se la narrazione dell’esecutivo giallorosso ha retto, ha aggiunto il professore, i motivi sono due: da una parte dobbiamo considerare il fattore politico, visto che “la maggior parte della stampa e della tv pubblica ha un occhio di riguardo per il governo”, dall’altro c’è il fattore tecnico, dato che “non è facile leggere i dati” e spesso viene usata un’evidente ingenuità. Soprattutto agli occhi degli esperti.

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