Non si sa se siano le ultime dalla Turchia o dall’Europa, comunque sono queste. Il tribunale di Istanbul condanna sei giornalisti e intellettuali (tra i quali i fratelli Ahmet e Mehmet Altan, figli di Cetin Altan, scrittore e parlamentare scomparso nel 2015 e considerato uno dei maggiori autori in lingua turca del Novecento) all’ergastolo aggravato perché legati, dice l’accusa, a Feto, la rete del predicatore Fetullah Gulen che Recep Erdogan considera la mente del fallito golpe dell’estate 2016. Certo, in Turchia ci sono altre 15 mila persone in carcere perché accusate di golpismo o terrorismo, e altre 135 mila sono state epurate e hanno perso il lavoro, che volete che siano sei giornalisti in più o in meno. Però tutto tace. Tace l’Europa, tacciono gli Usa. Fate il paragone con quanto è stato detto e scritto su Navalnyj e il Cremlino e troverete anche abbastanza assordante questo silenzio.

Ancor più assordante se paragonato alle grida di giubilo con cui è stata accolta la scarcerazione di Deniz Yucel, giornalista tedesco di origine turca rimasto per un anno in galera con la solita accusa id complotto contro lo Stato. Si scrive scarcerazione ma si legge liberazione, perché Yucel in teoria dovrebbe rimanere in Turchia e affrontare un processo in cui rischia 18 anni di carcere, ma in pratica prenderà il primo aereo per Berlino e arrivederci a tutti.

La liberazione del giornalista tedesco è arrivata dopo lunghi colloqui tra Germania e Turchia, con l’ultimo capitolo scritto qualche giorno fa dalla visita in Germania di Binali Yildirim, il premier turco, e dal suo incontro con la cancelliera Merkel. I due Paesi erano arrivati sull’orlo della crisi diplomatica dopo una serie di scontri: le autorità tedesche avevano proibito in Germania i comizi dei politici turchi a favore del referendum costituzionale voluta da Erdogan, questi aveva reagito invitando i turchi residenti in Germania a non votare per la Merkel, la cancelliera aveva risposto invitando i tedeschi a non recarsi in Turchia e a non investire nel Paese. Un contrasto che non conveniva a nessuno e che infatti è stato ricomposto con le parole entusiaste di Yildirim: “La Germania è la colonna portante dell’Europa, parlare con la Germania è parlare con tutta l’Europa”. Poche ore dopo Yucel usciva dalla prigione.

Alla fin fine, dunque, l’Europa che tanto si preoccupa per i diritti e le questioni umanitarie si fa convincere dalle ragioni del commercio e dell’economia. In tutta questa vicenda, infatti, può cantare vittoria solo Recep Erdogan. È vero che Cavallo Pazzo si era isolato rispetto alle cancellerie di mezzo mondo. Ma è anche vero che quando ha deciso di uscire dall’isolamento, tutti gli hanno dato retta. In poche settimane Erdogan è stato a Parigi da Macron, a Roma da Mattarella e Gentiloni (e da papa Francesco) e ha mandato il suo primo ministro dalla Merkel. Nello scarso tempo libero ha incontrato Putin e Rouhani e si è messo a litigare con Israele per Gerusalemme. Un’offensiva diplomatica in piena regola che non fa proprio pensare a un leader intimidito e costretto all’angolo.

Noi continuiamo a baloccarci con l’idea che non lo faremo mai entrare nella Ue, ma chi ci dice che Erdogan lo voglia davvero? Che il tema del gran rifiuto europeo non gli serva, invece, quasi solo per eccitare l’orgoglio nazionale dei turchi? E soprattutto, chi ci dice che sia la Turchia a rimetterci di più? È vero, alle merci turche farebbero gran comodo le nostre esenzioni doganali. Ma all’Europa farebbe altrettanto comodo imboccare la porta turca spalancata sull’Est, anche perché da lì sta arrivando a tutta forza la Cina con il suo progetto della nuova Via della Seta. Intanto, per non sbagliare, gli versiamo sei miliardi di euro perché si prenda cura dei due milioni e mezzo di profughi siriani che, con gli aiuti per anni recapitati all’Isis, ha così tanto contribuito a creare. A proposito: i giornalisti che rivelarono le complicità turche con i terroristi islamisti ora sono in esilio in Germania.

Non pare granché intimidito, Erdogan, neppure dagli Stati Uniti. I quali, duri e puri nella difesa dei curdi sulle rive dell’Eufrate fino a bombardare l’esercito siriano e a sfiorare la rissa con la Russia, si mostrano molto più malleabili quando si tratta di difendere i curdi del Nord della Siria, del cantone di Afrin e del Rojava. Quelli, cioè, che sono ora bombardati proprio da Erdogan. Al Rais, in quel caso, gli americani hanno bisbigliato di “usare moderazione”. Infatti l’esercito turco non li pesta tutti i giorni ma un giorno sì e uno no. Insomma, è la solita storia, il solito spirito democratico e umanitario a zig zag. E secondo voi Erdogan dovrebbe averne paura?

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