Attività chiuse, comprese le scuole, direttive per il distanziamento e massima allerta di fronte ad un nemico invisibile appartenente alla famiglia dei coronavirus: il Mers. Non è l’immagine dell’Italia del 2020 ma della Corea del Sud nel 2015. In quell’anno il virus è stato portato in patria da un coreano superdiffusore dopo un viaggio in Arabia Saudita, luogo focolaio della malattia con un picco raggiunto nel 2014.

L’emergenza coreana nel 2015

Il 20 maggio del 2015 segna una data importante nel calendario della Corea del Sud: a partire da quel momento sono stati vissuti momenti di preoccupazione per la positività al Mers riscontrata in un uomo di 68 anni rientrato dall’Arabia Saudita. É apparso chiaro infatti sin dall’inizio che la positività al virus non sarebbe rimasta circoscritta solo a quel caso dal momento che il paziente superdiffusore prima di ricevere l’esito che avrebbe cambiato i suoi prossimi giorni di vita si era sottoposto a ben tre precedenti visite in altrettanti istituti ospedalieri dai quali era uscito senza sapere la causa del suo malessere. Nel giro di pochi giorni la Corea Del Sud si è trovata a fare i conti con un nemico che fino all’anno precedente sembrava solamente una minaccia per l’Arabia Saudita.

Più di 17mila persone chiuse in casa e più di 1600 persone messe in quarantena precauzionale dopo l’intervento del governo coreano accusato di essere intervenuto tardivamente a contenere l’emergenza. Il diffondersi dei contagi fino ad allora era stato agevolato dal fatto che tutti, in assenza di una diramazione d’allarme, continuassero a svolgere la vita di sempre. Un importante numero di contagi si è infatti registrato anche durante una partita di golf. Sono stati contati in totale 200 casi di contagio e 36 vittime in tutta la nazione dell’Asia orientale. Solamente qualche mese dopo, a luglio, la Corea dl Sud è uscita dall’epidemia.

“Quei ricordi sono ancora vivi”

“Abbiamo vissuto momenti di preoccupazione ed io personalmente, mi sono sentito molto solo”. È questa la testimonianza di Pierfrancesco, palermitano di origine, che si era è trasferito in Corea del Sud proprio in quel periodo per motivi di lavoro. “All’improvviso-racconta su InsideOver– ci siamo ritrovati a vivere con delle misure restrittive a causa di un virus altamente letale e non c’era molta informazione in merito, almeno in un primo momento”. Pierfrancesco rivive quel momento con non poca emozione: “Io ero da poco in quella zona e mi sono sentito catapultato in una situazione che sembrava un film, un incubo. Confesso – continua Pierfrancesco, che nonostante il nuovo coronavirus sia stato ed è molto più contagioso, mi sono trovato psicologicamente pronto ad affrontarlo, come se non fosse più una novità”. Su InsideOver anche la testimonianza di una giovane agrigentina che per motivi di studio viaggia all’estero: “In quel periodo-racconta la studentessa- confesso che ho avuto paura mi accadesse qualcosa di terribile. Era il primo mese che mi trovavo lì e chiudermi in casa con le notizie poco confortanti non è stato semplice”.

Le esperienze passate dietro il modello sudcoreano?

Anche in Corea del Sud il nuovo coronavirus ha colpito di sorpresa. A metà febbraio, quando il mondo considerava ancora l’epidemia un affare cinese, le tv del Paese asiatico hanno iniziato a parlare del caso del cosiddetto “Paziente 31”. Si trattava di una donna di ritorno dalla Cina che nella città di Daegu ha partecipato a un rito della setta della Chiesa di Gesù Shincheonji. Sarebbe stata lei il superdiffusore in grado di accendere il primo vero focolaio Covid in Corea. Un po’ come l’uomo di 68 anni che cinque anni prima aveva portato la Mers dall’Arabia Saudita. E come nel 2015, il Paese ha iniziato ad avere paura. La curva dei contagi ha subito una rapida impennata verso l’alto. Il periodo è lo stesso della scoperta dei primi casi di coronavirus nel nord Italia. Ma c’è una profonda differenza tra il nostro Paese e quello asiatico: se da noi a fine febbraio sono apparse scene di assalti ai supermercati e di gente colta dal panico, in Corea tutto si è svolto in maniera più composta.

Certo, ad influire potrebbero essere state le differenze caratteriali tra italiani e coreani, con questi ultimi considerati tendenzialmente più “composti” e meno propensi ad esternare le proprie sensazioni. È anche vero però che, per restare all’esempio precedente, se per gli italiani la comparsa di un allarme sanitario è risultato una novità, per i coreani no. Nella loro memoria era ben presente ancora quanto accaduto nel 2015. Quando si è trattato di attuare norme di distanziamento e confinamento, per i sudcoreani non è bastato fare altro che tenere gli stessi comportamenti di cinque anni prima, seppur su scala più vasta.

La storia degli ultimi mesi ha raccontato poi di un modello coreano fatto anche di tecnologia, capacità di tracciamento dei contagi e di test sulla popolazione. Oggi il coronavirus è ancora ben presente ed anzi pochi giorni fa il primo ministro Chung Sye-kyun ha parlato della possibilità di estendere alcune misure di contenimento. Tuttavia i numeri sono molto più bassi, specie se paragonati all’Italia e ai Paesi europei. Si parla di “terza ondata” con un’asticella dei contagi giornalieri di poco oltre i 500 nuovi casi. Dunque il modello sudcoreano ha funzionato. Ed è impossibile non pensare al fatto che, grazie all’epidemia del 2015, il Paese era forse già pronto all’emergenza.

L’importanza dell’esperienza

In questi anni di epidemie in giro per il mondo ne sono state contate diverse. Tuttavia quanto accaduto in Corea del Sud nel 2015 è importante prenderlo in considerazione, soprattutto perché quell’epidemia ha colpito un Paese che, al netto delle differenze caratteriali, presenta anche delle similitudini con l’Italia e l’Europa. A partire dal sistema politico, passando per un’economia molto industrializzata e un’alta densità urbanistica. Dunque, partendo dall’esempio sudcoreano, è possibile davvero ritenere l’esperienza di passate epidemie fondamentale per preparare una popolazione? Il professor Paolo Bonanni, epidemiologo e ordinario di Igiene generale e applicata all’Università degli studi di Firenze, non esclude questa ipotesi: “La pandemia del 2009 (quella dell’influenza suina, ndr)è stata modesta, dunque non sono molti gli esempi recenti di grandi emergenze del genere – ha dichiarato a InsideOver – I sudcoreani da parte loro hanno certamente la coscienza di quanto vissuto cinque anni fa. Questo potrebbe aver influito nella gestione dell’attuale epidemia”.

L’esperienza è dunque importante, ma non è l’unico elemento fondamentale: “Restando al caso sudcoreano – ha proseguito Bonanni – Oggettivamente il loro Paese ha saputo contenere il Covid. Ma non solo per il ricordo della Mers del 2015. Loro sono molto tecnologici, hanno sviluppato molte App per il tracciamento e con una vasta adesione della popolazione. Inoltre sono persone molto inquadrate, che generalmente obbediscono alle autorità civili. Tutti questi elementi hanno contribuito alla riuscita della loro strategia anti coronavirus”.

“È impossibile semplificare – ha aggiunto l’epidemiologo – impossibile anche scindere i vari elementi. Ogni popolo ha le sue caratteristiche che nelle fasi di emergenza come queste escono fuori. Ad esempio a me ha colpito molto leggere che in Svezia, dove si è deciso un approccio molto easy, oggi le terapie intensive sono piene al 99%. I coreani hanno scelto diversamente. Ha inciso l’esperienza passata, ma anche un vasto insieme di elementi che hanno contribuito al successo del loro piano.”

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