Il periodo somiglia drammaticamente a quello del 2011, quando le primavere arabe sconvolgono il Magreb e destabilizzano l’intero nord Africa. I ricordi di quel periodo sono tutto sommato recenti e per questo soprattutto in Italia si guarda con molta attenzione a tutti i movimenti che investono i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo in queste settimane. Dalla guerra a Tripoli, passando per la delicata fase di transizione in Algeria ed il golpe in Sudan. Il nord Africa ribolle tra proteste, battaglie e caos mai del tutto domati.

Dall’Algeria alla Tunisia

Apparentemente tutto si sta svolgendo in modo tranquillo, con proteste pacifiche o comunque dove non si assiste ad una cruenta fase repressiva. Eppure l’Algeria continua a fare paura. Qui dallo scorso mese di febbraio è in atto una fase di protesta molto partecipata in tutte le principali città del paese. I primi manifestanti scendono in piazza per chiedere il ritiro della candidatura del presidente Abdelaziz Bouteflika, poi via via le proteste assumono toni più marcati pur se sempre pacifici ma ciò che si chiede è la testa del capo dello Stato. Quest’ultimo si dimette lo scorso 2 aprile, ma lo scenario non cambia: i manifestanti venerdì scorso tornano in piazza per spingere a favore di una fase di transizione più smarcata dall’attuale entourage.

Per questo, nonostante Bouteflika si sia fatto da parte ed il presidente ad interim Bensalah abbia promesso elezioni il 4 luglio, in Algeria si continua a protestare. E questo non può fare altro che incutere timore alla comunità internazionale: ci si chiede, in particolare, fino a che punto potrebbero spingersi le manifestazioni. Con eventuali gravi conseguenze per tutto il nord Africa: una destabilizzazione del sistema algerino, avrebbe ripercussioni importanti ed immediate nel Mediterraneo. Dal possibile aumento dei migranti, fino agli accordi economici su gas e petrolio che riguardano anche l’Italia.

In Tunisia invece attualmente non ci sono disordini, ma il paese appare come un’autentica polveriera. L’economia arranca, la disoccupazione giovanile tocca punte molto elevate e, soprattutto, in autunno il Paese va al voto. A dicembre il suicidio in diretta Facebook di un giovane giornalista a Sidi Bouzid riaccende i timori per nuove proteste. Da qui ai prossimi mesi la Tunisia, assieme all’intera area del Magreb, tratterrà il fiato: le elezioni presidenziali e legislative saranno un banco di prova tanto fondamentale quanto delicato per la sponda sud del Mediterraneo.

I fronti più caldi: Libia e Sudan

Fin qui si parla però di paesi che, nonostante numerose difficoltà, al loro interno regge al momento l’apparato istituzionale e statale. Algeria e Tunisia mettono preoccupazione, ma c’è una parte di questa regione che negli ultimi giorni presenta già notevoli problematiche. In Libia si combatte dal 4 aprile per la presa di Tripoli, in Sudan nei giorni scorsi un colpo di Stato a seguito di importanti proteste rovescia la trentennale esperienza di Omar Al Bashir alla presidenza. Si sta verificando quanto si vocifera già da diversi mesi: il mondo arabo appare scosso da proteste e manifestazioni, figlie di tensioni mai sopite e di economie in perenne affanno.

Una polveriera non esplosa del tutto, la cui deflagrazione rischierebbe di colpire in primis l’Italia. Non è un caso che tutto stia avvenendo in maniera quasi contemporanea. In medio oriente da diverso tempo spirano venti di proteste a sua volta originati da un quadro sempre più frammentato nella regione. Un “effetto domino” che scuote contemporaneamente le acque del Mediterraneo e le sabbie del Sahara e che, inevitabilmente, preoccupa un’Europa sorniona che troppo spesso in passato assiste passivamente all’evolversi di situazioni che in alcuni casi, come in Libia, contribuisce colpevolmente a creare.

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