“Con la comparsa di Omicron, la pandemia da Covid in Europa dovrebbe plausibilmente avviarsi verso la fine”. Parola di Hans Kluge, direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in Europa, secondo cui la nuova variante di Sars-CoV-2 potrebbe arrivare a contagiare il 60% dei cittadini europei entro marzo, prima della probabile uscita dall’incubo. Nelle ultime settimane, sulla scia dell’effetto combinato delle vaccinazioni e della trasformazione del virus, che lo avrebbe reso meno pericoloso rispetto alla sue forme precedenti, i principali valori epidemiologici, ovvero ospedalizzazioni e decessi, sono scesi in quasi tutta l’Europa. La logica conseguenza di un ammorbidimento del Covid-19 consiste in un altrettanto alleggerimento delle restrizioni anti contagio.

La scorsa primavera il Regno Unito era stato il primo Paese europeo ad aver scandito una road map per tornare alla normalità. Ebbene, il 27 gennaio Londra ha rimosso le ultime limitazioni rimaste, e cioè l’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi chiusi (all’aperto, da queste parti, non sono mai state imposte), compresi negozi e mezzi pubblici, la preferenza dello smatworking e il passaporto vaccinale, previsto, ricordiamolo, solo per consentire l’accesso a concerti e grandi eventi. Tra l’altro, per sbloccare i suddetti passaporti vaccinali era necessario dimostrare il completamento del ciclo vaccinale o anche la propria negatività mediante un test antigenico, anche un semplice test fai da te facilmente falsificabile.

In ogni caso, Boris Johnson – secondo alcuni per sviare l’attenzione dalla spinosa vicenda del Partygate – ha sancito un vero e proprio liberi tutti. E questo nonostante Sars-CoV-2 totalizzi ancora in media un centinaio di migliaio di contagi al giorno. Ma ormai nessuno sembra più interessarsi al reale numero dei positivi, anche perché il più delle volte un’eventuale impennata di casi non comporta più una crescita esponenziale di ricoveri e decessi.

Il ritorno alla normalità

Lo abbiamo sperato e sognato. Il fantomatico “ritorno alla normalità” non è mai stato così vicino, almeno a giudicare dalle recenti mosse dei governi europei. Emblematico il caso della Danimarca, uno dei Paesi più rigidi ed efficaci nel contenere il virus, che a partire dal primo febbraio ha scelto di revocare tutte le restrizioni imposte per arginare la quarta ondata, nonostante il numero record di contagi. A spingere la decisione, come anticipato, la minore pericolosità della variante Omicron e l’alto numero di persone immunizzate. Covid-19, in altre parole, non sarà più considerata una malattia “critica” per la società. Risultato: niente più mascherine nei luoghi chiusi, tanti saluti alle restrizioni imposte per limitare ristoranti, vita culturale e sociale e riapertura delle discoteche.

“Siamo pronti per uscire dall’ombra del coronavirus, diciamo addio alle restrizioni per tornare alla vita che avevamo prima. La pandemia continua, ma abbiamo superato la fase critica”, ha spiegato il primo ministro danese, Mette Frederiksen. Certo, sulla carta la decisione finale dovrà essere approvata dal Parlamento, ma il governo può contare su una solida maggioranza e non dovrebbero esserci problemi; da questo punto di vista, dunque, l’approvazione della proposta di abolire ogni restrizione è considerata una specie di formalità.

Dicevamo del numero record di contagi. La Danimarca ha attuato una decisione politica, ipotizzando che, da qui ai prossimi mesi, Covid-19 si trasformerà in una malattia endemica e che le ospedalizzazioni si manterranno basse grazie ai vaccini. È interessante fare un paragone con l’Italia: a Copenaghen l’81% della popolazione ha completato il ciclo vaccinale, mentre a Roma il livello si attesta intorno al 76%. Pochi punti percentuali di differenza, eppure l’Italia, pur avendo raggiunto un tasso di vaccinazione simile a quello danese, non ha alcuna intenzione di rimuovere o allentare le restrizioni, se non qualcosa per i vaccinati.

Cosa succede in Europa

Continuando a tenere i fari puntati sull’Europa, possiamo citare altri Paesi pronti o già tornati alla normalità. Prendiamo, ad esempio, Irlanda e Paesi Bassi. L’Irlanda, come la vicina Inghilterra, ha cancellato gran parte delle restrizioni. Dal 22 gennaio, pub e ristoranti potranno rimanere aperti oltre le 20 e non sarà più necessario il green pass per accedere ai luoghi di ristoro, intrattenimento e tempo libero. Non ci saranno più limiti di pubblico agli eventi dal vivo e a quelli sportivi. I lavoratori sono tornati negli uffici su base scaglionata, mentre le misure di protezione rimarranno in vigore nelle scuole primarie e secondarie almeno fino alla fine di febbraio. Rimane solo un piccolo numero di restrizioni, tra cui l’obbligo di indossare le mascherine in ambienti come negozi, scuole e trasporti pubblici, l’autoisolamento e l’uso del green pass per i viaggi internazionali. Il primo ministro Micheal Martin è stato chiaro: “È tempo di essere di nuovo noi stessi”.

Diverso il discorso relativo ai Paesi Bassi, dove, fino a poco fa, vigevano regole durissime. Dal 26 gennaio il governo ha attuato un allentamento dei provvedimenti, concedendo a bar e ristoranti di restare aperti dalle 5 alle 22, con un numero limitato di persone al loro interno. Nelle prossime settimane potrebbero susseguirsi ulteriori alleggerimenti. In Spagna, le autorità della regione spagnola della Catalogna hanno soppresso l’obbligo di presentare il Green Pass per poter accedere a ristoranti, caffè, sale concerti e palestre. La decisione arriva dopo che, negli ultimi giorni, è stata registrata una stabilizzazione della situazione epidemiologica. Eliminato anche il limite di 10 persone per riunioni sociali, mentre rimangono chiusi, per il momento, i locali notturni. La strada verso il ritorno alla normalità è stata tracciata.

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