Due strategie apparentemente simili, ma in realtà attuate in contesti tra loro molto diversi. Russia e Cina hanno entrambe ottenuto l’indipendenza vaccinale, nel senso che sono riuscite a sviluppare, testare, produrre e perfino esportare un vaccino autoctono. Mosca è orgogliosa del suo Sputnik V, il “primo vaccino registrato contro il Covid-19”, come recita, in apertura, il sito ufficiale del farmaco targato Gamaleya Institute.

I russi hanno in realtà pure lanciato secondo siero: l’EpiVacCorona. Realizzato dal Vector Institute, da gennaio è inserito nella campagna di vaccinazione di massa nazionale, nonostante il centro di ricerca debba ancora presentare i risultati di fase 3 a dimostrazione della sicurezza ed efficacia del vaccino.

La Cina si affida invece a quattro vaccini, in realtà cinque considerando anche l’ultimo arrivato, lo ZF2001 dell’Anhui Zhifei Longcom e dell’Institute of Medical Biology at the Chinese Academy of Medical Sciences. Gli altri, ormai noti ed esportati in giro per il mondo, sono il BBIBP-CorV di Sinopharm, il CoronaVac di Sinovac, il Convidecia di CanSino e un altro vaccino Sinopharm, sviluppato assieme al Wuhan Institute of Biological Products.

Vaccini all’estero

La somiglianza principale tra Cina e Russia è che entrambi questi Paesi hanno dedicato un’attenzione spasmodica ad esportare all’estero i propri vaccini. Pechino ha spedito dosi in America Latina, Africa e Sud Est Asiatico, ma non ha ancora trovato terreno fertile in Europa, fatta eccezione per qualche enclave nell’Est del continente. Lo Sputnik è invece stato preso in considerazione dall’Ema – che si sta dedicando alla rolling review del siero – ma Bruxelles continua a mostrare molta diffidenza nei confronti del vaccino russo.

E non solo per motivi sanitari. Certo è che il prodotto di Mosca è stato fin qui approvato da oltre 50 Paesi, compresi San Marino, Ungheria e Serbia, soltanto per citare qualche nazione europea. Altra affinità da considerare: il governo russo e cinese sono geopoliticamente interessati a ricoprire i vuoti lasciati scoperti dalla pessima strategia vaccinale conseguita dall’Unione europea. I governi europei sono a secco di dosi, e lo Sputnik e i “suoi fratelli” vengono rappresentanti come panacee a tutti i mali. Eppure, lo scetticismo dell’Europa non dà l’idea di voler evaporare.

Differenze e diffidenze

Se è vero che Cina e Russia hanno sviluppato vaccini anti Covid, e sono pronti a inviare milioni di dosi un po’ in tutto il mondo, è altrettanto vero che Pechino e Mosca devono fare i conti con problemi non da poco. Siamo al cospetto di due giganti d’argilla per motivi differenti. Secondo quanto riportato dal sito Airfinity, fino al 17 marzo la Cina era (ed è tutt’ora) il Paese con la più elevata capacità produttiva di vaccini anti Covid. I numeri parlano di 169.4 milioni di dosi prodotte, tra Sinovac, Sinopharm, CanSino e AstraZeneca. Dunque, il governo cinese ha un’elevata “potenza di fuoco”. Eppure, sui suoi vaccini continua a pendere un alone misterioso, alimentato da notizie come quella appena registrata dal Financial Times.

Negli Emirati Arabi Uniti, dove il Sinopharm è uno dei vaccini autorizzati, le autorità stanno offrendo una terza iniezione del siero alle persone che hanno mostrato una debole immunità dopo la somministrazione di due dosi. “La stragrande maggioranza delle persone ha preso Sinopharm e mostra una buona risposta. Il booster è necessario solo se non c’è una risposta immunitaria dopo due iniezioni”, ha spiegato un medico che lavora in un ospedale governativo. Lo Sputnik, invece, sta ottenendo sempre più legittimità internazionale, ma la Russia fatica a produrre ingenti quantità. Gli ultimi dati stimano la capacità produttiva di Mosca in circa 11.8 milioni di dosi. Poche per esportare il vaccino in tutto il mondo e competere con Pfizer e soci. Per questo la Russia si è appena appoggiata all’India per moltiplicare la propria catena produttiva di vaccini.

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