Sono giorni tragici e complessi per il Sudan dove, proprio nelle ore in cui a Khartoum si esulta per gli accordi di pace che hanno messo fine a 17 anni di guerra civile, una serie di inondazioni e piene del Nilo ha già provocato oltre cento vittime, mille sfollati e il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza per i prossimi tre mesi. A colpire però il Paese africano non ci sono solo le catastrofi naturali, una nuova piaga sta colpendo il nord della nazione africana: i tombaroli e i cercatori d’oro.

Il Sudan è una terra ricchissima di siti archeologici, qui infatti è possibile ammirare piramidi e città leggendarie come Meroe, la capitale del regno di Kush oltre a tutte le testimonianze della civiltà dei Nuba. Una terra che vanta un patrimonio archeologico e artistico analogo a quello del confinante Egitto, ma l’assenza di un flusso turistico costante e una situazione politica precaria hanno fatto si che negli anni le bellezze del Paese divenissero preda di ladri e cercatori d’oro.

L’ultima violenza condotta contro la memoria e l’archeologia sudanese è avvenuta a fine agosto quando l’antico sito archeologico nubiano di Jabal Maragha, nel deserto di Bayuda, è stato distrutto da un gruppo di cercatori d’oro che hanno devastato i resti della civiltà meroitica, risalente a duemila anni fa, lasciando al posto di uno dei più preziosi reperti archeologici sudanesi un cratere profondo 17 metri e largo 20. Uno scempio e un attacco contro la storia che ha lasciato scioccato uno degli archeologi che da oltre vent’anni lavorava nel cantiere di Jabal Maragha, Habab Idriss Ahmed, che ai microfoni dell’Afp ha commentato: “Avevano un solo obiettivo nello scavare qui: trovare l’oro. Hanno fatto qualcosa di pazzo; per risparmiare tempo, hanno usato macchinari pesanti”. Oltre al danno la beffa perché cinque dei cercatori d’oro sono stati rintracciati e portati dalla polizia che però li ha rilasciati.

Gli archeologi del Sudan hanno raccontato alla Bbc che la distruzione del sito non è stato un episodio isolato ma che si tratta di un problema crescente. A Sai, un’isola fluviale sul Nilo lunga 12 km, centinaia di tombe, alcune risalenti ai tempi dei faraoni, sono state saccheggiate e distrutte dai tombaroli e in merito Hatem al Nour, direttore delle antichità dei musei del Sudan, ha aggiunto: “Su mille siti più o meno noti in Sudan, almeno un centinaio sono stati distrutti o danneggiati” spiegando che la mancanza di sicurezza e di controlli ha reso le rovine e i centri archeologici facili bersagli per i saccheggiatori, nello specifico profanatori di tombe e cercatori d’oro.

Il Sudan è il terzo più grande produttore di oro dell’Africa, dopo il Sudafrica e il Ghana, e con l’estrazione commerciale, l’anno scorso, nelle casse dello stato sono entrati 1,2 miliardi di dollari, riferisce AFP. Ma stando a quanto emerso dall’inchiesta condotta dall’Agence France Press oltre all’estrazione legale, in Sudan, si assiste anche all’impressionante fenomeno dell’ estrazione illegale che sarebbe incoraggiata da alcune autorità locali e da uomini d’affari che rifornirebbero di macchine e attrezzature i cacciatori di tesori. Ed è questo forse uno dei motivi per cui i tombaroli e i distruttori di templi agiscono nella quasi più totale impunità.

Mahmoud al-Tayeb, un esperto del dipartimento di antichità del Sudan ha dichiarato, ”Coloro che hanno distrutto il sito archeologico avrebbero dovuto essere messi in prigione e le loro macchine confiscate. Ci sono leggi molto severe contro chi commette questi crimini, ma perchè non vengono applicate?” Un’incognita che lascia senza risposte come lascia senza risposte un altro interrogativo: come poter preservare uno dei patrimoni archeologici più preziosi al mondo se neppure le leggi garantiscono per la sua protezione?

La risposta è arrivata dal professor Habbab Idris Muhammad che all’agenzia di stampa Suna ha dichiarato che insegnare agli studenti la storia del Sudan potrebbe incoraggiarli a proteggere i siti e che quindi la speranza per il passato del Sudan è riposta unicamente nelle generazioni del futuro.

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