Vidomegon” o ”Vudusi”, sono nomi che alle nostre orecchie non dicono nulla, parole impenetrabili, non le conosciamo e non ci colpiscono, ma invece dovrebbero. Dovrebbero spaventarci questi due nomi, cucircisi addosso come brividi di febbre; ci ricordano, queste due parole, il grande paradosso della nostra epoca, fatta da un lato di onniscenza mediatica e di onnipresenza satellitare ma allo stesso tempo cieca, immobile, incurante difronte al Male quando non è nostro, ma altro e lontano.

Vidomegon e Vudusi, queste parole arcaiche, che solo in apparenza non ci appartengono, rivelano un dramma che raccoglie in sé retaggi coloniali e modernità operativa criminale, disperazione famigliare e lucro spregiudicato, fame e rassegnazione, tratta di esseri umani e business dell’inumano. Dobbiamo scoprirle queste due parole per impedire che la non conoscenza faccia della violenza insita in esse un fatto insignificante e che l’orrore che celano si faccia sempre più prepotente, arrogante e sicuro di sé.

Vincenzo Metodo, fotografo de Gli Occhi della Guerra, armato di quel setaccio di dolore e indignazione che può esser talvolta la macchina fotografica, si è calato nel ventre di queste due parole: per scoprirle, infettarsi conoscendole e metterle a nudo dopo averle guardate negli occhi. Il Vidomegon, come viene chiamato in Benin, o Vudusi, come invece è conosciuto in Togo, è una pratica che in passato prevedeva che le bambine dalle famiglie delle zone rurali, o delle famiglie più povere in generale, venissero affidate ad un tutore, allo scopo di garantirne una migliore educazione e formazione.

Questa pratica è sopravvissuta alle epoche ma è cambiata nei modi, oggi infatti i bambini vengono venduti dalle famiglie indigenti a quelle ricche, e poi, in molti casi, i giovani vengono impiegati come schiavi domestici: svolgono le più svariate mansioni, non vengono mandati a scuola e spesso sono vittime di abusi fisici e sessuali.

”Io ho conosciuto questa realtà grazie a una Onlus di San Giuseppe Vesuviano che si chiama Azione Sorriso che ha creato un centro a Dévégo, in Togo, per accogliere i bambini che sono stati vittime del Vudusi e non solo. Ho vissuto nel centro, mi sono imbattuto in storie di disperazione assoluta e da quello che doveva essere solo un progetto fotografico è nato anche un documentario perché queste storie dovevano avere anche la voce dei loro protagonisti”.

Durante la realizzazione del lavoro il fotografo ha conosciuto Polina che ha due anni ed è stata trovata sola ai margini della strada in uno stato avanzato di malnutrizione, Peter, figlio di uno stupro e poi abbandonato quando è venuto al mondo e poi Majoie, che è stata abbandonata dal padre e quando ha scoperto di essere sieropositiva ha cercato di togliersi la vita perché era convinta che nessuno l’avrebbe più accettata a causa del suo stato di salute.

Sono nomi, storie, vite che tolgono il fiato e Metodo ha così parlato a riguardo: ”Ovviamente imbattersi in queste storie è estremamente forte e interagendo con questi ragazzi, creando empatia, scoprendo il loro vissuto giorno dopo giorno, si raggiunge un parossismo emozionale difficile da descrivere. Quello che ho visto induce a lasciarsi sopraffare dal fatalismo, dall’accettazione passiva della tragedia, però conoscendo i ragazzi e osservando la battaglia che stanno conducendo per ritornare a vivere, ho visto il bello. La bellezza della resilienza e dell’attaccamento alla vita e quindi non è giusto concedersi alla rassegnazione, significherebbe abbandonare questi giovani a una condanna precostituita”. E questo lavoro quindi è da un lato denuncia ma dall’alto nobile e ostinata sensibilità di saper vedere la bellezza anche quando questa palpita in grembo al terrore.

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