Il Covid-19 ha colto alla sprovvista il mondo. E anche la medicina si è dovuta interrogare sul come combattere. Nel corso di queste settimane, abbiamo appreso dell’esistenza di una serie di terapie che vengono utilizzate per provare a debellare il nuovo coronavirus. Il dibattito scientifico è tanto stimolante quanto complesso. Mentre buona parte degli italiani è stata obbligata ad una quarantena che dura ormai da quasi cinquanta giorni, gli operatori sanitari ed i ricercatori si trovano sul fronte degli ospedali ed in quello dei laboratori. Sono questi i luoghi dove si cerca la risposta ad una delle principali domande poste da tutta questa storia: esiste un trattamento in grado di alimentare la speranza dell’umanità? Per ora – com’è noto – conviene non distribuire troppe certezze. Soprattutto perché non ci compete. Le parole attorno cui tutto ruota sono due: “cura” e “vaccino”. In questo articolo, ci occuperemo di quello che sta accadendo in Italia attorno al primo di questi due termini chiave.

L’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, è deputata ad approvare o a bocciare i trattamenti che vengono presentati. Il sito del ministero della Salute ha fatto chiarezza sulla situazione mediante continui aggiornamenti. Questo è il documento che vale nel momento in cui scriviamo. L’ultimo studio che in ordine di tempo ha ricevuto l’ok riguarda la somministrazione della colchicina. Se ne stanno occupando a Perugia. La colchicina è il primo dei tanti nomi che incontreremo nella elencazione. Il meccanismo di azione della colchicina è simile a quello della clorochina e della idrossiclorochina – come ha spiegato ad InsideOver il dottor Giulio Rossi, ex medico ufficiale degli alpini e ora medico di medicina generale – . La colchicina, per ora, è sempre stata utilizzata in favore dei pazienti colpiti da gotta. Adesso – come si legge in questa scheda descrittiva dello studio – si tratta di comprendere se possa giocare un ruolo pure contro il Covid-19. Ma la colchicina – come premesso – è solo l’ultima sostanza inserita.

Partiamo dai numeri. cinque sono le schede informative che riguardano i farmaci già in uso per contrastare il Covid-19; nove sono gli studi sperimentali riconosciuti attraverso l’approvazione ufficiale. Il tutto può essere approfondito sul sito dell’Aifa. Aprendo una scheda informativa di un farmaco – per esempio quella della azitromicina – si apprende dell’assenza di “terapie di provata efficacia per Covid-19”. Un fatto noto, che però contribuisce ad evidenziare l’importanza del lavoro di chi, tra le corsie ed i laboratori di ricerca, sta cercando di risolvere l’incognita.

I farmaci attualmente facenti parte del paniere delle possibilità mediche sono la azitromicina, le eparine a basso peso molecolare, tre inibitori della proteasi, ossia lopinavir, darunavir ed atazanavir, che sono serviti e servono contro l’Hiv, l’idrossiclorochina ed almeno un altro inibitore della proteasi, cioè la combinazione lopinavir-ritonavir, anche detto Kaletra, che viene utilizzato, tra i vari nosocomi, anche presso l’istituto Spallanzani. 

In relazione agli studi, invece, la questione diviene più composita: la colchicina è una esclusiva, per così dire, della Azienda ospedaliera di Perugia; l’idrossiclorochina e la sua somministrazione precoce sono prerogative della Asur-Av5 di Ascoli Piceno; il tocilizumab, il farmaco anti-artrite lanciato in questa fase dal professor Paolo Ascierto, viene studiato dall’Azienda Unità Sanitaria Locale IRCCS di Reggio Emilia, dalla Hoffmann-La Roche Ltd e dall’Istituto Nazionale Tumori – IRCCS, Fondazione G. Pascale di Napoli; il remdevisir, un anti-virale, è oggetto di un’indagine della Gilead Sciences, che si sta concentrando sia sui pazienti gravi sia su quelli meno gravi; la Sobi, un’azienda di biotecnologia milanese, è invece impegnata con il emapalumab/ anakinra, che sono un “anticorpo monoclonale anti-interferone gamma” ed un “antagonista del recettore per la interleuchina-1”; il sarilumab, che è un altro farmaco anti-artrite, è vagliato dalla Sanofi-Aventis Recherche & Développement. Poi c’è uno studio “randomizzato”: “Solidarity”, che è stato predisposto dalla Organizzazione mondiale della Sanità.

Le risposte dell’immunologo

Districarsi in questa lista può non risultare semplice. Ascoltare le parole degli esperti è necessario. Anche perché le domande che possono essere sollevate sono numerose. Il professor Andrea Cossarizza è Ordinario di Patologia Generale all’Università di Modena e Reggio Emilia. Cossarizza è anche Vice Presidente del Patto Trasversale per la Scienza (il vertice è Roberto Burioni) e Presidente della International Society for Advancement of Cytometry – ISAC. Ma non solo.

Gli anti-virali

Nel corso della evoluzione del quadro pandemico, il professore di Patologia Generale è stato il primo italiano ad aver pubblicato due articoli scientifici inerenti alla risposta immunitaria contro il nuovo coronavirus. Intanto Cossarizza ci ha spiegato come si possa parlare di un “inizio” della sperimentazione e di un proseguo della stessa: “Finora sono stati utilizzati diversi tipi di antivirali. All’inizio – e parliamo di poco più di un mese fa – le terapie venivano fatte con farmaci che sono molto efficaci nell’infezione da Hiv, quali la associazione tra il lopinavir ed il ritonavir, e il razionale era che tale farmaco potesse, se usato precocemente, migliorare alcuni parametri clinici del paziente, come avvenuto in passato con l’infezione da Sars o da Mers”. Ma c’è un “però”.

Perché Cossarizza ha rimarcato anche come “uno studio cinese su 199 pazienti ricoverati con gravissima infezione da coronavirus”, lo stesso studio che è “stato pubblicato sul New England Journal of Medicine e ripreso dal New York Times“, ha reso noto come non si possa parlare di un “risultato significativo”. E questo vale almeno per i 199 pazienti trattati. Quindi si è passati ad altro? Il remdesivir per Cossarizza “sembra più promettente”. Un’affermazione che deriva dai risultati. Quelli che sono stati pubblicati ancora una volta dal New England Journal of Medicine. Si tratta questa volta di uno “studio fatto su 61 pazienti, a cui hanno partecipato anche diversi centri italiani, nel quale si rileva un miglioramento clinico in 2/3 dei pazienti trattati. Ma anche in questo caso può sussistere un “però”: “Purtroppo – ha continuato il professore – la mancanza di un gruppo di controllo rende di difficile interpretazione i dati ottenuti, per cui stiamo aspettando i risultati di qualche trial-caso controllo o randomizzato”. 

Il tocilizumab

Il tocilizumab è uno dei cosiddetti “farmaci della speranza”. Ma funziona? E se sì, perché e per chi funziona? Sempre Cossarizza ha sgombrato il campo dai dubbi: “Bisogna chiarire subito che il tocilizumab non è un farmaco antivirale strictu sensu, ma un farmaco biologico usato nella terapia dell’artrite reumatoide e di altra patologie infiammatorie”. Questo farmaco è capace di “bloccare il recettore della interleuchina-6”, che è una “molecola importantissima non solo nel processo d’infiammazione e nella produzione delle proteine di fase acuta, ma anche nella modulazione della maturazione e attività di cellule quali i linfociti B (cioè quelli che servono a produrre anticorpi, ndr), nel metabolismo cellulare e in molte funzioni neurali”. Anche in queste circostanze vengono citati “risultati promettenti”. E questo soprattutto nel caso in il tocilizumab venga somministrato “nelle fasi precoci dell’infezione, cioè quando il quadro polmonare non è gravemente compromesso”. E ancora: “Il razionale del suo utilizzo è molto forte, e si basa appunto sulla capacità di tenere a freno la cosiddetta “tempesta citochinica”, ovvero l’eccessiva e molto dannosa risposta del sistema immunitario all’attacco del virus, che si manifesta con la produzione di molecole come, appunto, la IL-6″.

Vale la pena sottolineare come il professor Cossarizza abbia voluto comunicare la notizia della apertura di una “biblioteca virtuale” da parte della Fondazione Menarini. Uno spazio gratuito, che “contiene pubblicazioni scientifiche sul Covid-19, scelte e selezionate dal premio Nobel 1998 per la Medicina Louis J.Ignarro”. Il database si propone pure di facilitare tutti gli operatori sanitari che sono costretti a far fronte al “nemico invisibile”. Anche perché, in virtù del quadro pandemico, le “attività di aggiornamento medico sono sospese”. E quindi il web diviene una risorsa ancora più centrale del solito.

La risposta dell’epidemiologo

Qualche giorno fa, è balzata agli onori delle cronache una storia: un medico ha curato una donna di quasi ottant’anni che pareva destinata all’eutanasia, dopo aver contratto una polmonite interstiziale. La vicenda può essere approfondita pure su IlCorriere.it. Quel medico si chiama Paolo Gulisano ed è anche un epidemiologo. Il Covid-19 viene spesso definito “subdolo”. E questo dipende dalle modalità d’insorgenza, che appaiono pure differenti. “Diciamo subito una cosa importante – anticipa Gulisano – questa pandemia ha trovato i sistemi sanitari di quasi tutto il mondo, dalla Cina all’Italia agli Stati Uniti, decisamente impreparati. Eppure da parte degli epidemiologi da anni venivano avvertimenti sulla possibile insorgenza di nuove e pericolose malattie infettive”. L’epidemiologo italiano fa anche degli esempi: “Nel 2002 avevamo avuto la prima epidemia da Coronavirus, la Sars. Poi un’altra nel Medio Oriente, la Mers. Ma niente da fare: non ci si è sufficientemente preparati. Così il Covid-19 ha cominciato ad operare come un serial killer su scala globale, e la polizia- come avrebbero detto i vecchi cronisti di Nera, brancolava nel buio”. Quando abbiamo intervistato David Quammen, l’autore di “Spillover”, in effetti, il giornalista scientifico ha svelato l’esistenza di più di qualche avvertenza proveniente dal mondo scientifico. 

Lo studio di Ascoli

Abbiamo già disegnato i tratti salienti della clorochina. Ad Ascoli si va avanti con il reclutamento. Una fase preliminare dello studio che è necessaria per comprendere se la idrossiclorochina possa “essere di qualche utilità anche nel trattamento delle infezioni da coronavirus”. Il virgolettato è parte di una nota inviataci dal dottor Procolo Marchese, che è il responsabile dello studio sulla idrossiclorochina che è stato approvato dall’Aifa.

Ma come funziona uno studio? Il caso di Ascoli è esemplificativo. Poiché non “esiste alcuna dimostrazione scientifica”, bisogna che la scienza faccia una serie di tentativi. Ecco allora che diviene “fondamentale” l’apporto dei medici che di Medicina generale che “vorranno aderire”. “Lo studio – si legge nel comunicato di Marchese – è rivolto a tutti i pazienti che manifestano la patologia Covid-19 a domicilio (quelli che hanno un tampone positivo, ndr) e prevede che alcuni di essi, pur continuando tutte le terapie previste ciascuno per il proprio caso, aggiungano a tali terapie questo farmaco per un periodo di sette giorni. Questi pazienti verranno confrontati con un gruppo di pazienti che non hanno assunto l’idrossiclorochina. Come avviene in questi studi scientifici, detti randomizzati, la decisione se aggiungere o non aggiungere idrossiclorochina sarà casuale”. Poi sarà la volta della seconda fase dello studio, ossia quella in cui verranno effettuati dei tamponi di controllo. Lo scopo è quello di comprendere se il termine “efficacia” possa essere accostato alla idrossiclorochina. Ci vorrà del tempo. E bisognerà vedere quali informazioni scientifiche saranno registrate. Per quanto riguarda l’eparina, che verrà provata in 14 centri italiani, rimandiamo a quanto scritto qualche giorno fa.

Ulteriori “armi” potenziali nelle mani dei medici

Abbiamo già citato la combinazione emapalumab/ anakinra. E per essere esaustivi, inoltre, bisogna affrontare anche il tema legato al sarilumab. Su questi aspetti abbiamo interrogato ancora il dottor Rossi, che ci ha spiegato che: “l’anakinra” è “un’antagonista della interleuchina”, mentre “il sarilumab è un antagonista della interleuchina 6”. E cosa sono le interleuchine? Sintetizzando, si tratta di “potenti sostanze prodotte durante le fasi della infiammazione”. Queste due, in particolare, sarebbero coinvolte nel processo infiammatorio grave che si verifica nell’organismo attaccato dal nuovo coronavirus. Rossi ha continuato, rimarcando come sia “evidente che, bloccando queste due interleuchine, si blocchi anche la progressione del processo infiammatorio”.

E la emapalumab? Parliamo sempre di un “anticorpo monoclonale, che però agisce contro l’interferone gamma. Gli interferoni “agiscono in realtà come antivirali” e sono “prodotti dal nostro organismo”. Questo specifico interferone però, ossia il gamma, viene prodotto in eccesso durante i processi infiammatori gravi. Come quelli che vengono prodotti dal nuovo coronavirus.

L’augurio è ovviamente quello che gli sforzi siano premiati. E che più ricerche possibili dimostrino di essere utili alla causa.

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