Con la tensione nata negli ultimi mesi ancora una volta lungo il confine terrestre con la Turchia, Atene teme fortemente di non riuscire a fare i conti con un ennesimo arrivo di massa di flussi migratori, che metterebbe ancora una volta sotto stress il sistema d’accoglienza ellenico. E soprattutto in questo delicato momento, dove l’allentamento delle restrizioni di circolazione deciso in Turchia da Recep Tayyip Erdogan preannuncia nuovi rischi per le frontiere del Paese.
Stando a quanto riportato dalla testata tedesca Der Spiegelil premier greco Kiriakos Mitsotakis avrebbe infatti deciso di tutelarsi nel caso di questa eventualità, liberando di fatto oltre 11mila posti all’interno dei campi sulla terraferma. E per fare questo, ovviamente, si è reso necessario mettere letteralmente per strada un numero altrettanto alto di persone – molte delle quali senza una meta precisa dove potersi quindi recare – che rischiano a questo punto di causare tensioni con la stessa popolazione della Grecia nonché un riversamento di massa verso le frontiere della Macedonia e dell’Albania.

Il fiume Evros è più caldo dell’Acheronte

Dallo scorso febbraio, le criticità sull’esile confine terrestre tra Atene ed Ankara sono esplose a seguito della decisione di Erdogan di dare il via libera ai richiedenti asilo diretti verso l’Unione Europea. In questo braccio di ferro che si ripete preciso quanto un orologio svizzero la Grecia si è trovata ancora una vota nel mezzo, nel bel pieno della crisi sanitaria causata dal Covid-19 – e gestita comunque in modo magistrale dalle autorità di Atene. Tuttavia, la situazione creatasi lungo le rive del fiume Evros e nello stretto braccio di mare che separa Smirne dalle isole greche ha reso ancora una volta insostenibile la situazione, con la Grecia preoccupata di dover fare i conti ancora una volta con dei numeri fuori dalle proprie capacità.

Il pugno duro di Mitsotakis

Da quando è diventato presidente del Paese, Mitsotakis ha portato avanti una politica migratoria volta a liberare piano piano il Paese dal peso di un sistema d’accoglienza diventato insostenibile. In parte tramite l’ammodernamento delle strutture, in parte tramite la ridistribuzione e infine con i respingimenti, la situazione ellenica era sembrata parzialmente rientrata sino all’inizio di questo 2020. Tuttavia, anche in questo caso le intenzioni del premier greco sono tutt’altro che indirizzate a riportare nel Paese problematiche e tensioni che – si spera – ormai dovrebbero far parte soltanto del passato della Grecia.

Nuove tensioni in vista?

Con la decisione sua e del suo governo di liberare 11mila posti dai centri terrestri, la linea tenuta in questo ultimo periodo è stata comunque confermata, sebbene evidenzi delle criticità che a questo punto devono essere affrontate. Innanzitutto è impossibile non sottolineare come i migranti riversati per le strade non abbiano apparentemente un posto dove recarsi, oltre a delle entrate misere o nulle che non permettono un’adeguata integrazione con la società. E con la mancanza di lavoro causata dall’epidemia unita alle poche possibilità di trovare alloggi da affittare il rischio che buona parte di coloro che decideranno di restare si riversi nelle fila della criminalità è molto elevato.

In questo modo, la situazione preannuncia una nuova stagione di tensioni tra il popolo della Grecia e i rifugiati, in grado di rievocare vecchi spettri di un passato ancora non così tanto lontano. E soprattutto potrebbe mettere paradossalmente a dura prova la stessa fiducia nei confronti del governo ellenico, nonostante le politiche anti-migratorie portate avanti sin dal suo insediamento.

Una nuova ondata si avvicina all’Europa

Un’altra conseguenza dello svuotamento dei campi d’accoglienza della Grecia sarà quella relativa ad un nuovo flusso migratoria proveniente dal Peloponneso e diretto verso l’Europa continentale. Con la possibilità infatti per 90 giorni di tenere valido il visto concesso da Atene, è possibile per i migranti effettuare la traversata balcanica sperando di riuscire a fare nuovamente ingresso nei Paesi dell’Unione Europea. E per farlo, le tappe obbligate sono quelle che vedono il passaggio attraverso l’Albania e le ex-repubbliche della Jugoslavia e che conducono alle frontiere della Croazia e dell’Ungheria, che vessano già in condizioni di sovraffollamento.

Con la crisi sanitaria causata dal coronavirus che ha allentato le pratiche e reso più complicato l’ingresso all’interno della Comunità europea, la situazione rischia dunque di uscire ancora una volta fuori controllo. E considerando anche le poche volontà dei Paesi centrali di accedere ala redistribuzione dei migranti in questo delicato momento, nulla sinceramente lascia sperare per il meglio; dando luogo così ad una crisi che – ancora una volta – se fosse stata gestita meglio da Bruxelles mesi addietro forse non sarebbe diventata così pericolosa.

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