Un nuovo lockdown della durata di settimane per contrastare l’aumento dei casi di coronavirus. Israele è il primo Paese al mondo ad aver annunciato una seconda chiusura totale nel disperato tentativo di rimettere la curva epidemiologica sotto controllo. Eppure, lo scorso maggio, sembrava che la crisi sanitaria fosse sotto controllo. Anzi: Israele veniva preso come esempio da seguire grazie al suo modus operandi, un mix di tracciamento e isolamento amplificato da un massiccio utilizzo di tecnologie.

Invece non c’è stato niente da fare: il coronavirus è tornato a bussare alla porta di Tel-Aviv. L’ultimo bollettino, aggiornato al 10 settembre, parla di 4.429 nuovi casi accompagnati da 23 decessi, per un totale complessivo di 145.526 casi e 1.077 morti, con 117 morti per milione di persone. Numeri niente affatto spaventosi, soprattutto se paragonati con quelli registrati in altri Stati, ma preoccupanti quanto basta per convincere Benjamin Netanyahu a una nuova levata di scudi.

La comunicazione è arrivata direttamente dal comitato ministeriale per il Covid-19. La misura, che verrà votata domenica, prevede un blocco totale suddiviso in tre differenti fasi, per le quali non sono ancora state ufficializzate date. Al momento, come sottolinea Times of Israel, ci sono soltanto delle ipotesi: la prima fase potrebbe entrare in vigore il 18 settembre, la seconda intorno al primo ottobre e l’ultima verso il 15 ottobre.

Un lockdown a tre fasi

Il secondo lockdown di Israele arriverà in un momento delicato. Il prossimo week-end, infatti, avrebbe dovuto coincidere con un fine settimana di festa per tutto il popolo israeliano per via del Rosh Hashana, il Capodanno ebraico. Dunque niente riunioni in famiglia, cene di gruppo o incontri all’aperto come se niente fosse. Da venerdì, a meno di repentini cambi di programma, scatterà infatti la seconda chiusura totale di Israele.

Il blocco di 14 giorni, oltre a congelare il Capodanno ebraico, toccherà anche Yom Kippur, il Giorno dell’espiazione. Ad eccezione di supermercati e farmacie, tutte le attività commerciali e le scuole dovranno abbassare la saracinesca. Semaforo verde per i ristoranti, ma soltanto per pranzi o cene take-away. I cittadini potranno spostarsi dalla propria abitazione senza superare i 500 metri. Scuole chiuse e attività didattica a distanza.

Questo è ciò che accadrà durante la prima fase mentre, per capire le misure che entreranno in vigore nelle altre due, tra cui gli spostamenti tra le città, bisognerà attendere l’andamento dei contagi. Il piano a semafori – come è stato definito da Ronni Gamzu, il medico che coordina le operazioni inerenti al coronavirus nel Paese – prevedeva inizialmente di chiudere soltanto le città rosse, ovvero quelle aree più a rischio e dove la diffusione del virus era considerata fuori controllo. Ed è qui che sono iniziati i problemi. Gli stessi che hanno spinto Tel-Aviv a modificare la strategia dell’esperto.

Pioggia di critiche

Dicevamo delle città rosse. Ebbene, le 30 zone in cui il rischio sanitario è più alto sono a maggioranza ultraortodossa o araba. Come ha spiegato il New York Times, di fronte all’idea di una chiusura indirizzata solo alle loro comunità, i partiti ultraortodossi che fanno parte della coalizione hanno letteralmente minacciato Netanyahu di far crollare il governo. La quasi totalità dei rabbini, fin da subito, si è infatti ribellata a ogni misura che limitasse la loro libertà personale, su tutte lo studio nelle scuole religiose e gli assembramenti di fedeli.

Da qui la scelta di attuare un lockdown in tre fasi, con il piano originario delle città rosse che sarà valido soltanto nella fase tre. Ma il premier è finito nell’occhio del ciclone anche per la tempistica della chiusura. Il blocco, con ogni probabilità, dovrebbe scattare venerdì 18. Una data che consentirà a Netanyahu di volare a Washington per firmare l’accordo con gli Emirati Arabi, mentre i comuni cittadini sono bloccati a terra da oltre sei mesi. Da modello per tutti, la gestione dell’emergenza Covid di Israele sembrerebbe essersi trasformata in un mezzo fallimento. La causa del ritorno di fiamma del virus, sostengono alcuni esperti, sarebbe da imputare alla frettolosa (e disordinata) riapertura. Vedremo che cosa succederà con il nuovo lockdown.

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