Inizialmente era stato accusato di essere l’untore del mondo, la nazione che aveva esportato ovunque la nuova variante Omicron. Poi ci si è accorti che, no, il Sudafrica in realtà era in prima linea nello scoprire le caratteristiche della nuova forma di Covid-19 sfruttando l’attenzione di un sistema sanitario frastagliato e in certi settori fragili, ma attentissimo a studiare l’evoluzione clinica dei pazienti immunodepressi effetti da Hiv, entro i cui sistemi sanitari Omicron si è probabilmente generata nell’Africa australe.

Infine, la reazione di Pretoria al contagio da Omicron ha mostrato un’attenzione e un realismo che si vede mancanti in nazioni a ben più alto tasso di immunizzazione e ben maggiori capacità in termini di servizi sanitari. “L’eccellenza scientifica dovrebbe essere applaudita e non punita”, si leggeva esattamente un mese fa, il 27 novembre, nel duro comunicato del governo di Cyril Rampahosa che stigmatizzava con forza lo stop ai voli dal Sudafrica deciso da Europa e Usa dopo che Omicron era stata segmentata proprio nella “Nazione Arcobaleno” e dopo il tracollo di borse e mercati per i timori di un ritorno di lockdown e restrizioni.

I casi di Covid dopo la scoperta di Omicron, saliti da meno di 3mila a 26.389 tra il 27 novembre e il 15 dicembre, sono presto rientrati al livello di guardia: a Natale erano 14.828, due giorni dopo poco più di 3.500. Complice l’estate australe, il governo non ha dovuto nemmeno imporre eccessive restrizioni. Sotto controllo anche il numero di decessi: il picco del 15 dicembre è coinciso anche col numero di morti più alto in un mese (54 in 24 ore), seguito dai 44 del 2 dicembre, ma i numeri sono molto lontani dai picchi dei mesi scorsi. Il 20 e il 21 gennaio, dunque sempre in piena stagione estiva, vi furono rispettivamente 566 e 647 morti; ancora il 6 agosto il Sudafrica pagava il tributo di 479 decessi da Covid in 24 ore. Fin dai primi istanti i medici sudafricani hanno avvertito che Omicron destava meno preoccupazioni in termini di sintomatologia e rischio di ospedalizzazione e decesso, cosa che studi più strutturati in Regno Unito e Israele hanno permesso di confermare.

A inizio dicembre il Consiglio di ricerca medica del Sudafrica ha presentato un’analisi relativa ai pazienti ricoverati nei reparti dedicati ai pazienti più fragili in due nosocomi, il policlinico universitario “Steve Biko” e l’ospedale distrettuale di Pretoria, segnalando una mortalità media del 6,6% contro il 23% delle precedenti ondate. Il Sudafrica ha condiviso i dati col resto del mondo in ossequio a una tradizione favorevole all’internazionalismo e alla cooperazione medica non ricevendo il giusto riconoscimento. “I governi hanno bloccato i viaggi dall’Africa, provocando rilevanti costi economici” ha denunciato su Twitter Tulio de Oliveira, direttore del Centre for Epidemic Response & innovation di Stellenbosch dove Omicron è stata per la prima volta sequenziata

I dati sudafricani sono stati utilizzati, a detta di de Oliveira, in maniera scorretta. “Gli scienziati stanno analizzando i dati senza il giusto riconoscimento per chi li ha generati. È corretto ringraziare, prendere i dati, scrivere pubblicazioni scientifiche a proprio nome e poi usare i risultati per ottenere fondi per le ricerche? La prossima volta chi condividerà ancora i dati preliminari?”. Il fatto che i governi e la comunità internazionale abbiano isolato il Paese invece che fare cordata e creare sinergia con lo sforzo sudafricano mostra con maggior forza il valore dello sforzo del Paese che, a un mese dalla scoperta di Omicron, può legittimamente affermare di averla domata.

Mentre il governo spinge su vaccini e booster, il Ministerial Advisory Committee (Mac) – un comitato di esperti che fornisce pareri al governo sul contrasto dell’emergenza pandemica – ha inviato un documento al Ministro della Salute Joe Phaahla consigliando un graduale ritorno alla normalità pre-emergenziale e prescrivendo addirittura la possibilità di eliminare la quarantena non solo per i casi sospetti, ma anche per i positivi asintomatici. Come ha sottolineato il New York Times, infatti, “sostenuto dai dati incoraggianti che mostrano che le infezioni della variante Omicron non sono così gravi il Sudafrica ha eliminato le restrizioni di quarantena per tutti tranne le persone sintomatiche. Ciò include consentire alle persone che sono risultate positive ma non mostrano sintomi di riunirsi con gli altri, purché indossino una maschera e la distanza sociale”. Gli esperti hanno sottolineato nel loro documento che la proporzione di persone ad aver sviluppato l’immunità al Covid-19 (da infezione e/o vaccinazione) è aumentata notevolmente, superando il 60-80% in diversi test e permettendo di aprire una fase di convivenza col virus complice la minora virulenza di Omicron che proprio la ricerca sudafricana ha permesso di iniziare a capire.

“C’è un maggiore riconoscimento che, di fronte a una variante iper-contagiosa come questa, la quarantena e l’isolamento non sono più efficaci come misure di contenimento della salute pubblica per contenere il virus”, ha detto il professor Francois Venter, ricercatore presso l’Università del Witwatersrand di Johannesburg ed ex membro del comitato scientifico sudafricano. Il Paese non abbassa la guardia, ma sfida allarmismi e ogni forma di pregiudizio preparandosi inoltre, come riporta Avvenire, a sostenere gli sforzi vaccinali dei Paesi vicini donando loro due milioni di dosi per accelerare la campagna di immunizzazione dei loro cittadini più fragili. La storia del Sudafrica è da lezione per tutto il mondo. E ci ricorda che spesso laddove minori sono le risorse, maggiori sono la buona volontà e il realismo per trovare soluzioni originali e efficaci per arginare la pandemia.

 

 

 

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