Era uno dei pochi Paesi al mondo a segnare zero casi di coronavirus, assieme alle Isole Cook, Nauru, Kiribati e a un’altra decina di statarelli sconosciuti. Anzi: dobbiamo usare il presente perché, ufficialmente, la Corea del Nord è ancora libera dal Covid-19. Eppure sono recentemente emersi degli indizi che mettono in discussione la narrazione offerta da Pyongyang.

Se Kim Jong Un ha più volte ripetuto che non ci sono casi di Sars-CoV-2 oltre il 38esimo parallelo, adesso un report dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha acceso i riflettori su una situazione piuttosto ambigua. Appena un mese fa, era il 10 ottobre, in occasione del 75esimo anniversario del Partito dei lavoratori di Corea, il Grande leader ringraziava in lacrime il suo popolo per “essere in salute”.

Neanche una sola persona, stando alle parole di Kim – confermate dai dati dell’Oms – aveva contratto il coronavirus. Eppure, secondo quanto sottolineato dal sito NkNews, in Corea del Nord il numero di coloro che sono stati testati e messi in quarantena è aumentato a dismisura intorno alla data della storica parata militare.

Crescono i casi “sospetti”

Al momento non ci sono casi certi, ma il numero di nordcoreani sottoposti a test, messo in quarantena e “sospettato” di aver contratto il virus è schizzato alle stelle. Lo dimostrano i dati pubblicati dall’Oms, secondo cui, al 22 ottobre, la Corea del Nord avrebbe registrato 5.368 casi “sospetti” di Covid-19 “in seguito a una sorveglianza intensificata”. Otto di questi riguardavano persone straniere.

Una domanda sorge spontanea: per quale motivo è stata intensificata la sorveglianza sanitaria? Difficile immaginare si tratti di semplice prevenzione. Al contrario, questa sorveglianza potrebbe essere collegata proprio alla parata militare avvenuta lo scorso 10 ottobre. Scendendo nel dettaglio, l’Oms ha affermato che durante l’ultimo monitoraggio la Corea del Nord ha testato 10.462 persone e rilevato 5.368 casi “sospetti”, con 846 nuove infezioni sospette segnalate solo nella terza settimana di ottobre. Ricapitolando: al 22 ottobre 5.368 casi “sospetti” totali; 3.373 cittadini aggiunti agli elenchi dei pazienti “sospetti”; 10.462 testati, zero casi positivi; 739 appena messi in quarantena.

Il mistero si infittisce

Ci sono almeno altre spie che potrebbero rivelare una possibile recrudescenza della situazione sanitaria in Corea del Nord. Intanto il governo continua con una certa insistenza a mettere in guarda i lavoratori sul Covid-19. Non solo: gli stessi operai vengono istruiti sulla sanificazione degli ambienti. Come se non bastasse la produzione di mascherine all’interno delle fabbriche è aumentata a dismisura, di circa il 120%.

Stando a quanto riferito dall’agenzia sudcoreana Yonhap, all’inizio della pandemia Pyongyang era così preoccupata per la possibile diffusione del virus nel Paese dalla Cina che avrebbe piazzato una serie di mine lungo il confine cinese. L’intento era chiaro: impedire a eventuali cittadini cinesi contagiati di superare la frontiera con la Corea del Nord e bloccare sul nascere la diffusione del virus oltre il 38esimo parallelo.

L’intelligence di Seul ha inoltre affermato che i funzionari nordcoreani prevedevano, in privato, che sarebbero potute morire fino a 500mila persone nel caso in cui il Covid si fosse espanso in tutta la nazione. La fobia nei confronti del “demone cinese”, insomma, non deriverebbe soltanto da una motivazione sanitaria ma anche dall’incapacità della Corea del Nord di gestire un’emergenza così complessa senza avere i mezzi necessari. Un’altra delle tante indiscrezioni filtrate dalla Corea del Sud, infine, è che Pyongyang avrebbe istituito una politica che prevedrebbe la condanna a morte di qualsiasi funzionario pubblico che non riesca a contenere il virus. Al momento la casella dei contagi segna sempre zero casi. Ma resta da capire che cosa intende Pyongyang per casi “sospetti”.

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