La scorsa primavera, mentre Stati Uniti e Regno Unito stavano iniziando a definire i loro contratti con i produttori del vaccino anti Covid, l’Unione europea doveva ancora capire come muoversi. Nel bel mezzo della prima ondata di coronavirus, le aziende farmaceutiche erano in attesa di avviare le sperimentazioni dei propri vaccini sugli esseri umani. Eppure, AstraZeneca ricevette un ordine importante da Londra: 30milioni di dosi a “scatola chiusa”, cioè prima degli ultimi step scientifici. Per fare un confronto, l’Ue decise di aspettare la fine di agosto. Questa è una breve sintesi che sottolinea l’errore numero uno commesso dall’Europa sui vaccini: l’aver sprecato mesi preziosi. Salvo poi montare scuse improbabili di natura burocratica e sanitaria per offuscare le proprie responsabilità.

L’infelice tempistica adottata da Bruxelles ha avuto ripercussioni anche sull’approvazione dei sieri. Il citato vaccino prodotto da AstraZeneca ha ricevuto il semaforo verde dall’Uk il 4 gennaio, un mese prima dell’Ue. Il ritardo al quadrato – prima nella stesura degli accordi, poi nella fumata bianca finale emessa dagli enti regolatori – ha generato la confusione con la quale i singoli Paesi membri si trovano adesso a fare i conti. I problemi sono oggi abbastanza evidenti.

Ursula von der Leyen era orgogliosa del sistema delle quote grazie al quale ciascuna nazione avrebbe potuto ricevere la stessa quantità di dosi. Peccato che, dietro alle belle parole di rito, si nascondessero sconcertanti egoismi nazionali. E che diversi governi (è il caso della Germania) avessero già stretto accordi bilaterali con i Big Pharma per ricevere dosi extra. Risultato: c’è chi ha messo le mani su più dosi e chi si è dovuto accontentare delle briciole.

Attese snervanti e intese sconvenienti

Detto dei ritardi che hanno contribuito a rallentare le campagne di vaccinazioni in un discreto numero di Stati, c’è da mettere sul tavolo anche un secondo problema. Gli accordi stretti tra l’Ue e le case farmaceutiche non solo sono opachi ma, a quanto pare, anche sconvenienti. Intanto le penali relative a eventuali ritardi nelle consegne delle dosi ordinate riguardano solo le forniture trimestrali. Questo significa che se un Paese dovesse restare all’asciutto di fiale per un paio di settimane, o se dovesse sopportare una fastidiosa penuria di vaccini non prevista né messa in cantiere, nessuno potrebbe puntare il dito contro i Pfizer di turno. Le case farmaceutiche, infatti, hanno tutto il tempo di rimediare nell’arco di 90 giorni. Soltanto al termine del trimestre, e nel caso di effettivi ritardi nelle consegne, i governi potrebbero battere i pugni sul tavolo. A quel punto, allora sì, è prevista una penale. Con Pfizer si tratta di un malus del 20% del valore delle dosi non spedite, a salire in base ai giorni di ritardo.

Attenzione però, perché prima di arrivare alle sanzioni è possibile trovare una soluzione alternativa che accontenti le parti in causa, ad esempio puntando sul diritto al rimborso o sulla cessazione del contratto. Insomma, se Pfizer – o chi per lei – dovesse ricevere un’offerta più succulenta rispetto al contratto già stipulato con un dato Paese X, la casa farmaceutica potrebbe tranquillamente dedicarsi al nuovo “cliente”, dirottando tutti le consegne verso i suoi territori. Poi, se qualcuno dovesse lamentarsi, la società potrebbe rimediare entro il trimestre o pagare una penale, magari neanche troppo onerosa e ammortizzata dal nuovo accordo.

“La Commissione ha commesso due errori cruciali: ha firmato contratti poco chiari con le case farmaceutiche e ha atteso troppo tempo prima di firmarli, facendosi così sorpassare da altri Paesi e dimostrando ancora una volta la sua debolezza geopolitica”, ha dichiarato il capo delegazione di Fratelli d’Italia-Ecr, Carlo Fidanza, nel suo intervento in plenaria a Bruxelles. “Ora siamo nel pieno di una contraddizione – ha proseguito nella sua analisi Fidanza – “da un lato cercare di rimediare maldestramente con una sorta di sovranismo vaccinale, dall’altro continuate a dire che dobbiamo distribuire vaccini in mezzo mondo fuori dai nostri confini. Intanto però l’obiettivo del 70% di popolazione europea vaccinata prima dell’estate sembra diventato un’utopia”.

Bruxelles paga il conto

Mescolando i due errori, la perdita di tempo iniziale e le intese opache e sconvenienti con le case farmaceutiche, otteniamo un mix esplosivo. Molti Stati si sono lamentati con le aziende, altri direttamente con Bruxelles. Quest’ultimo è il caso dell’Ungheria che, stanca dei ripetuti ritardi, ha pensato bene di approvare di propria spontanea volontà vaccini russi e cinesi. Ma potremmo citare anche il caso del Regno Unito, che ha avviato la campagna di vaccinazione l’8 dicembre, 19 giorni prima del resto dell’Europa.

Insomma, Bruxelles prima ha tergiversato e poi agito in malo modo. “È vero, chi non fa non sbaglia. Ma chi fa e poi sbaglia deve assumersene le responsabilità. A maggior ragione quando si ha a che fare con la salute di centinaia di milioni di cittadini. Lo diciamo con la coscienza serena di chi ha creduto fermamente che almeno sui vaccini l’Unione avrebbe saputo mostrare il suo valore aggiunto, evitando una corsa al rialzo dei prezzi e all’accaparramento di dosi da parte degli Stati membri”, ha aggiunto Fidanza. “Presidente Von Der Leyen, lei ha fatto una scommessa politica sui vaccini e ad oggi non la sta vincendo. Questo dovrebbe farvi riflettere: anzichè chiedere maggiori competenze in ambito sanitario, l’Unione dovrebbe iniziare a fare bene poche cose ma davvero importanti”, ha concluso lo stesso Fidanza.

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