Un vaccino contro il Covid entro la fine dell’anno, disponibile per tutti e su larga scala. Pochi giorni fa il ministro della Salute, Roberto Speranza, informava dell’accordo contrattuale raggiunto con l’azienda biofarmaceutica Astrazeneca, che – a detta dello stesso ministro – si occuperà di distribuire milioni di dosi in tutto il continente europeo.

Eppure, se da un lato una narrazione del genere appare rassicurante e auspicabile, dall’altro rischia di essere troppo semplicistica. I dubbi sono due. Primo: il vaccino sarà davvero abile e arruolabile nel giro di pochi mesi o sarà necessario aspettare molto più tempo? Secondo: l’Italia sarà il primo Paese a ricevere l’ipotetico vaccino oppure dovrà mettersi in fila, con il rischio di essere la solita, ultima ruota del carro? Abbiamo cercato di fare chiarezza chiamando in causa Emanuele Montomoli, professore ordinario di igiene e sanità pubblica presso l’Università di Siena.

Professore, secondo lei è plausibile aspettarsi la distribuzione della prima tranche di dosi del vaccino anti Covid entro la fine dell’anno?

“A mio avviso è probabile che in autunno un’azienda possa dire di avere risultati positivi su studi sull’uomo per un prototipo di vaccino. Ma da lì a pensare di avere disponibili, ad esempio, le prime 10mila dosi di vaccino, dovranno passare altri mesi. Figuriamoci quanto tempo dovrà passare prima di avere a disposizione quantità ancora più grandi. Non è che a novembre o dicembre basterà andare in farmacia e chiedere il vaccino per il Covid. Questo potrà succedere forse tra un anno o un anno e mezzo, ma solo se l’Italia farà buoni accordi commerciali. Come siamo messi da questo punto di vista? Non benissimo. L’unica cosa che ci può salvare è che siamo stati l’epicentro europeo dell’epidemia. Magari anche gli enti internazionali (sorpattutto WHO) possono dare una mano nella negoziazione commerciale”.

Quali sono gli step che deve superare un vaccino prima di essere pronto all’uso?

“Innanzitutto, dopo un’approfondita fase di ricerca e studio, c’è una fase preclinica sugli animali. In seguito ci sono tre fasi: le cosiddette Fase 1, Fase 2 e Fase 3. Se dovessimo aspettare un candidato capace di superare tutte queste fasi, ci vorrebbe troppo tempo. Quindi, data la situazione, le autorità regolatorie (EMA per Europa, FDA per gli Stati Uniti) sono più permissive e dopo la Fase 2 si può già partire. In questa fase avanzata ci sono attualmente un paio di vaccini in Cina, quello di Moderna negli Stati Uniti, quello dell’Università di Oxford e quello europeo di CUREVAC che ha superato la fase preclinica con ottimi risultati”.

Dopo che il vaccino ha superato le fasi necessarie, ci sono altri problemi da considerare. Già, perché a quel punto il rimedio anti Covid dovrà essere prodotto e distribuito su larga scala.

“In questo momento l’Italia è un Paese che non può produrre un vaccino per una patologia virale perché non ha in casa una factory in grado di farlo. Ce l’aveva fino a un paio di anni fa. A Siena c’era Novartis, prima che questa fosse acquisita dalla casa farmaceutica GlaxoSmithKline  (Gsk). Quest’ultima, in seguito a legittime strategie interne, ha deciso di mantenere il braccio produttivo di vaccini virali in Belgio e lasciare a Siena solo quello inerente ai vaccini batterici”. A questo proposito il ministro Speranza ha spiegato di aver sottoscritto “un contratto con Astrazeneca per l’approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea”

Alla luce di questo, in quale situazione potrebbe ritrovarsi l’Italia?

“L’Italia dovrà fare accordi commerciali con altri Paesi. Facciamo un esempio. La Germania ha CUREVAC, che è in grado di produrre un vaccino virale. Nel caso in cui CUREVAC arrivasse a produrre un vaccino, realizzerà subito una certa quantità di dosi per gli abitanti della Germania. Dopo a chi passerà questo ipotetico vaccino? Nei Paesi con i quali esisteranno accordi commerciali convenienti. Anche perché le aziende che producono il vaccino non sono no profit. La domanda da farsi è: sarà in grado l’Italia di fare un accordo commerciale meglio di altri? Su questo sono molto scettico”.

Quali errori ha commesso l’Italia? Non sarebbe stato possibile trattenere nel nostro Paese almeno un laboratorio di vaccini virali?

“L’Italia poteva fare qualcosa quando, un paio di anni fa, Novartis fu acquisita da Gsk. In quel momento il governo doveva intervenire per tenere in vita il building dove venivano prodotti vaccini virali o per cedere il compito a qualche altro soggetto. Gsk ha fatto una scelta legittima: è il governo italiano che doveva pensare a un modo per tenere in piedi almeno una linea produttiva minimale, che in caso di pandemia avrebbe rappresentato una vera e propria assicurazione. Personalmente, in quel periodo scrissi al ministro Lorenzin, facendole presente che non saremmo stati in grado di produci il vaccino da soli qualora fosse arrivato un virus di influenza mutato particolarmente aggressivo. Era (ed è) una questione di sicurezza nazionale. Ma non ho mai ricevuto risposta”.

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