Rayong (Thailandia) – “Quando sono arrivato qua ero praticamente morto. Pesavo poco più di 30 chilogrammi”. A parlare è Jürgen Francis, soprannominato Jimmy, 64 anni, tedesco, salvato nel 2011 dal Camillian Social Center, il primo centro di accoglienza per i malati di Hiv-Aids in Thailandia. La sua storia è incredibile. Un passato da professionista prima nel calcio in Scozia e poi da ballerino in giro per il mondo. Ed infine il trasferimento nel Paese asiatico, dove ha insegnato inglese.

L’inizio del suo incubo è arrivato con un malore improvviso. “Un collasso mi ha rivelato le reali condizioni di salute. Ero incredulo, ma i risultati delle analisi erano chiari: ero sieropositivo da dodici anni senza neanche saperlo”, racconta Jimmy mentre parliamo nel suo ufficio all’interno della struttura aperta dal missionario italiano Giovanni Contarin dell’Ordine dei Camilliani nel 1996 a Rayong, duecento chilometri a sud di Bangkok.

“Stavo aspettando la morte in un ospedale della capitale, quando grazie ad alcuni contatti l’8 novembre 2011 un’ambulanza mi ha portato qui”, continua l’ex calciatore professionista. “Non cedevo di sopravvivere, pensavo semplicemente che sarebbe stato meglio trascorrere gli ultimi giorni della mia vita fuori da una clinica”. Il destino, però, è stato un altro. Jürgen ha iniziato a curarsi e pian piano è tornato a muoversi e a camminare. “Ora ho deciso di rimanere come volontario per cercare di aiutare tutti gli ospiti del Centro”.

La riabilitazione

Il Camillian Social Center di Rayong – che dall’apertura ha aiutato duemila persone, tra queste circa duecento minori – attualmente ne ospita un centinaio. Tutti sono malati di Hiv-Aids, abbandonati o rimasti orfani. “Purtroppo, anche se ci sono stati dei miglioramenti negli ultimi anni, in Thailandia le persone che vivono questa situazione sono culturalmente rifiutate dalla famiglia e dalla società”, spiega padre Woothichai Boonbunlu, l’attuale direttore della struttura, mentre mi accompagna negli spazi dove avviene la riabilitazione.

Quando entro in questa parte del centro, il volume della musica è alto e le persone guardano incuriosite il mio arrivo. Guidati da alcuni volontari, i pazienti stanno facendo ginnastica. “Molti di loro sono ciechi o con gravi disabilità motorie”, continua il religioso. “Dopo la colazione e dopo aver preso i farmaci, gli ospiti cercano di riacquistare l’uso degli arti”. È un processo lungo e difficile, che però, in molti casi, affiancando le cure mediche, ha portato ad un netto miglioramento della qualità della loro vita e un reinserimento quasi autonomo nella società.

I numeri

Le persone che contraggono il virus dell’Hiv, ovvero che sono sieropositive, non sono malate di Aids, anche se sono destinate a diventarlo in assenza di cure adeguate. Se si assumono farmaci antiretrovirali, infatti, un soggetto sieropositivo può avere una speranza di vita “normale” indefinita, pur rimanendo sempre un portatore del virus. Se invece il livello dell’infezione supera una determinata soglia, la persona diventa malata di Aids e in questo caso, il sistema immunitario non è più in grado di difendere l’organismo dalle malattie. Dall’inizio dell’epidemia nel 1982, la malattia ha causato nel mondo 35 milioni di decessi.

Ad oggi le persone sieropositive in Thailandia sono oltre 400mila. Il virus continua a colpire e a circolare soprattutto tra i poveri e i disperati del sud del Mondo. In Africa ci sono circa 25 milioni di persone malate. In tutta l’Asia si contano più di 5 milioni di casi e in America Latina arriviamo a 2 milioni.

La prevenzione

“È importantissimo non sottovalutare la malattia e il contagio”, mi spiega Saowanee Klinphaka, 47 anni, responsabile dell’ufficio del Cammillian Social Center che si occupa proprio della prevenzione e dell’informazione. Il nostro lavoro è iniziato con le persone a maggior rischio, ovvero con le ragazze che lavorano nell’ambito del sesso a pagamento. In Thailandia, circa l’80 per cento del rischio del contagio è dovuta proprio ai rapporti sessuali non protetti. Abbiamo fornito a queste donne informazioni riguardanti l’Hiv-Aids, soprattutto in riferimento alle modalità di trasmissione e le abbiamo incoraggiate alla propria difesa, anche mediante l’uso del preservativo”, aggiunge.

Non è un caso che il primo centro di accoglienza per i malati di Hiv-Aids sia stato aperto proprio qua. A meno di quaranta minuti di macchina da Pattaya, la città turistica conosciuta – prima dell’avvento del Covid-19 – soprattutto per i suoi eccessi e che da sempre ha avuto un’elevata percentuale di casi di infezione. “Questa zona è classificata tra le prime cinque con il più alto numero di contagi del Paese”, spiega il direttore Woothichai. “Proprio per questo la nostra missione è quella di continuare ad aiutare le persone colpite e proseguire il lavoro iniziato ormai venticinque anni fa da padre Giovanni Contarin”, il missionario che ha sfidato l’Aids e che racconta la sua lunga battaglia nel libro La mia Thailandia (Edizioni Suchart), pubblicato nel 2019.

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