L’Italia sta iniziando a toccare con mano l’effetto dei vaccini sulla pandemia di Sars-CoV-2. Si iniziano finalmente a intravedere le prime luci in fondo al tunnel, anche se la galleria è ancora piuttosto lunga e irta di ostacoli. Le autorità italiane devono fare i conti con una carenza di dosi diventata ormai cronica, figlia dei disastri commessi dall’Unione europea sull’approvvigionamento dei sieri. Poi, come se già non bastassero le varianti del virus – più contagiose e, alcune, più resistenti ai vaccini -, pesa tantissimo il retaggio di una strategia vaccinale inefficiente.

Il vero problema, infatti, non era (e non è) stabilire quale sia il prodotto migliore tra quello sviluppato da AstraZeneca e quello targato Pfizer-BioNTech, quanto, piuttosto, trovare un modo per accelerare l’immunizzazione delle persone più a rischio. Come ha ben evidenziato l’Ispi, il modus operandi adottato dall’Italia ha sostanzialmente contribuito a far perdere due mesi di tempo. Detto in altre parole, la riduzione di letalità di Covid-19 che il nostro Paese raggiungerà alla fine di marzo, stimata in circa il – 21%, avrebbe potuto essere raggiunta all’inizio di febbraio. In che modo? Vaccinando prima gli anziani, e dunque una delle categorie più fragili in assoluto.

Una strategia sbagliata

La strategia adottata dall’Italia si è concentrata per lo più sui sanitari, poco sui citati anziani. Questo è l’esatto opposto di quanto è accaduto in giro per l’Europa. Se diamo un’occhiata ai dati aggiornati allo scorso 20 febbraio, notiamo come l’Italia, in quel periodo, avesse coperto, con almeno una dose, appena il 6% della popolazione over 80. Uno dei valori peggiori in Europa, meglio soltanto del risultato conseguito da Lituania (3%), Bulgaria (0.4%) e Lettonia (0.1%).

Giusto per fare un confronto con i Paesi principali dell’Ue, Francia e Germania avevano vaccinato rispettivamente il 23 e il 22% della popolazione over 80. Il risultato ottenuto non è dei migliori. A fronte di circa 60 giorni di campagna vaccinale e di qualche milione di dose inoculata, la letalità del Covid si è ridotta di neanche il 10%. E ancora non siamo preparati a contenere la terza ondata già annunciata da virologi ed esperti vari.

Segnali di svolta

La situazione è in parte cambiata dalla seconda metà di febbraio in poi. Da quel preciso momento in poi, l’Italia ha accelerato, riuscendo a coprire più del 33% degli over 80 con almeno una prima dose del vaccino anti Covid. Il ragionamento è facile da seguire: più le categorie a rischio vengono messe in salvo, e più il numero di decessi diminuisce. Di conseguenza, anche i contagi, almeno in linea teorica, dovrebbero presto diminuire. Ma l’altro aspetto da considerare riguarda proprio la letalità, in via di riduzione, assieme ai casi più gravi della malattia, in tutte le persone che ricevono il vaccino.

Come detto, la letalità plausibile del Covid in Italia, oggi, dovrebbe essere diminuita del 10%. Nel giro di un paio di settimane, questo valore potrebbe addirittura raddoppiare, superando il traguardo del 20%. È vero: i dati dimostrano che sulle vaccinazioni l’Italia ha perso due mesi abbondanti. Ora, però, le istituzioni dovrebbero tirare dritto per continuare a vaccinare prima gli anziani, poi le altre categorie a rischio. Soltanto in questo modo sarà possibile abbattere la letalità e far ripartire il Paese.

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