Storia /

Morto Leopoldo e ricevuto in “dono” l’intero Congo, il governo belga all’indomani della poco gradita acquisizione si ritrovò impegnato in una serie di spinose problematiche. La più seria riguardava la legittimità stessa dell’Etat Indipéndent du Congo (EIC) e, quindi, del subentro di Bruxelles in Africa equatoriale. Per le potenze coloniali, come ricorda suo denso saggio Guy Vanthemsche (“La Belgique et le Congo”, Editions Complexe, Bruxelles 2007), le conclusioni della Conferenza di Berlino divennero solo una “presa d’atto” dell’esistenza dello Stato leopoldino non una sua legittimazione.

Il pericolo maggiore era rappresentato dal Regno Unito che, interpretando a suo piacimento gli atti berlinesi — e preoccupata dalle voci di una vendita del Congo al Reich germanico —, minacciò più volte la convocazione di un consesso internazionale che giudicasse le “qualità morali” e le “capacità civilizzatrici” e finanziarie degli eredi del grand Roi. I belgi smentirono ogni ipotesi di cessione e presto l’ipotesi tedesca svanì, ma Londra non demorse: a più riprese, durante tutto il periodo coloniale, la Gran Bretagna cercò d’approfittare della vulnerabilità belga — dopo il passaggio di poteri, durante i due conflitti mondiali, nel 1945 e persino nel 1959 — ed esercitò, condizionando spesso la politica estera del regno, una pressione continua su Bruxelles.

Contro ogni previsione, i poteri politici e finanziari belgi, consci della precarietà degli equilibri internazionali — e sempre più convinti, dopo la scoperta dei giacimenti katanghesi, delle enormi potenzialità della colonia —, tennero duro e decisero d’investire risorse finanziarie e umane nell’avventura d’oltremare; con metodo, l’ala modernizzatrice del ristretto ceto dirigente s’impegnò nella costruzione di un impero con l’ambizione de faire mieux que les autres. Fu l’inizio di una nuova fase, meno romanzesca della precedente, ma finalmente accettabile e razionale.

Nel 1909, per segnare una netta discontinuità con il passato, il Parlamento pose risolutamente termine all’assolutismo leopoldino e approvò la Charte coloniale, un documento fondamentale che fissò per oltre mezzo secolo le regole — e i limiti sociali, culturali e militari — della presenza belga in Africa. Nel loro ordinamento i legislatori avocarono ogni decisione al governo centrale — ovvero al ministero delle colonie — e imposero una separazione rigorosa tra le finanze della madrepatria e quelle congolesi. L’amministrazione della colonia fu affidata a un governatore generale (dai poteri limitati), a sua volta, appoggiato da una rete di commissari e amministratori; a livello più basso vi erano le chefferies indigènes, affidate ai capo tribù lealisti. L’ordine pubblico e la sicurezza interna furono affidati a truppe locali inquadrate da quadri nazionali — la Force pubblique —, sollevando, così, l’esercito nazionale da ogni responsabilità e dovere verso la colonia.  Inoltre la Charte escludeva ogni forma di rappresentatività elettorale e negava ai belgi residenti — e, ovviamente, ai nativi — diritti politici fondamentali come la libertà d’associazione e di stampa. Frattanto il regime di lavoro forzato fu abolito e autorizzato il libero commercio.

Nel 1919, superata la Grande guerra e la temperie del separatismo fiammingo, chi contava a Bruxelles decise di dimostrare — confondendo spesso sogni e realtà — la capacità del regno di realizzare, senza aiuti e senza ingerenze straniere, une colonie modèle. Per re Alberto, il ceto politico e la Société générale de Belgique, il Congo — ingrandito, nel 1919, dall’acquisizione dei territori ex germanici del Ruanda e dell’Urundi — divenne un momento d’onore e dignità nazionale; Louis Franck, allora ministro delle Colonie, con enfasi, dichiarò, “noi piccola nazione in Europa, siamo oggi diventati una grande potenza in Africa. Grazie al Congo, ora abbiamo finalmente un posto nel consesso dei popoli”. Un intreccio di fierezza nazionale, fedeltà alla dinastia, protagonismo internazionale e solidi interessi economici si saldava ad un progetto a tratti innovativo, assolutamente selettivo e, soprattutto, esclusivamente belga.

Nel primo dopoguerra, decisi a superare l’opaca esperienza dell’EIC e ad inserire l’immenso territorio nell’economia mondiale, i colonizzatori impostarono un gigantesco piano infrastrutturale che prevedeva la realizzazione di ferrovie, porti, strade, città: uno sforzo titanico, prodromico alla valorizzazione e lo sfruttamento delle enormi risorse congolesi e, nel contempo, un investimento sinergico alla modernizzazione dell’economia nazionale. Qualche esempio: con l’appoggio dello Stato e della SgB, nel 1921, la Société anonyme belge d’exploitation de la navigation aèrienne (poi Sabena) aprì la prima linea aerea commerciale africana; nel 1925 l’aviatore Edmon Thieffry volava da Bruxelles a Leopodville e nel 1935 fu inaugurata la rotta tra le due capitali. E ancora, i moderni bastimenti della Compagnie Maritime Belge (un satellite dell’onnipresente SgB) collegarono Anversa al porto di Matadi e offrirono al Belgio (e ai suoi cantieri navali) una nuova dimensione marittima.

In sintesi, il progetto di une colonie modèle prese forma e sostanza. L’impetuosa crescita economica della colonia — in meno di un decennio il Congo divenne uno dei principali produttori mondiali di stagno, rame, carbone, ferro, cobalto, diamanti, uranio — rasserenò e arricchì la lontana madrepatria e, di riflesso, permise un miglioramento parziale delle condizioni di vita degli indigeni. Nel segno del paternalismo e della stabilizzazione, il governo impose alle società minerarie le prime misure di protezione sociale per gli operai neri e sviluppò, in sinergia con le missioni cattoliche, un piano sanitario e educativo limitato, però, alle scuole elementari poiché il governo coloniale — fedele al motto “pas d’èlites, pas d’ennuis” — ritenne prematuro (e pericoloso) offrire agli africani livelli d’istruzione elevati. Un calcolo miope che, al momento dell’indipendenza, avrà conseguenze disastrose.

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