Storia /

Nell’estate del 1799, all’indomani del ritorno di Bonaparte dall’Egitto, Parigi visse una stagione d’innamoramento sfrenato per l’Oriente. In un balenio le acque della Senna si confusero con quelle del Nilo e l’Egitto divenne una moda, una fissazione.  Fu “l’egyptomanie”.

Attraverso le immagini di Dominique Vivant Denon, l’illustratore dell’impresa e nuovo direttore del museo del Louvre -, lo stile “Retour d’Egypte” si affermò ovunque: l’alta società (e non solo) si scoprì improvvisamente “egizia”, riempiendo i salotti di sfingi, erme, mostri favolosi con corpo di leone e testa umana, fantasiose riproduzioni in scala dei templi di Tebe, Edfu, Karnak. Un turbinio che coinvolse, ovviamente, lo stesso Napoleone; come già ricordato, nelle sue conversazioni con Las Cases a Sant’Elena il grande corso tornava volentieri sull’impresa africana:Rimpiangeva parecchio di non aver fatto costruire un tempio egizio a Parigi; era un monumento di cui avrebbe voluto arricchire la capitale”.

L’amore della Francia e dell’Europa per l’Oriente non si placò nemmeno dopo Waterloo. La mania divampò con nuova forza man mano che da Parigi a Londra, ma anche a Torino (il Museo Egizio, fondato nel 1824 da Carlo Felice, è il più antico spazio del mondo dedicato interamente alla cultura faraonica), i musei si riempivano di preziosi reperti provenienti dall’Egitto, allora in pieno sommovimento modernizzatore. E qui inizia la nostra storia.

Il protagonista si chiama Giovanni Battista Belzoni, un personaggio straordinario dalla vita romanzesca. Nato a Padova il 5 novembre 1778 da una modesta famiglia (il padre Giacomo Belzon era barbiere) e già da giovanissimo si dimostrò uno spirito inquieto. All’età di 13 anni scappò per raggiungere Roma ma arrivato a Ferrara fu costretto a desistere e a tornare a casa. Tre anni più tardi, questa volta con il consenso familiare, realizzò il suo sogno di stabilirsi a Roma dove entrò in seminario e qui, cosa bizzarra per un’aspirante religioso, iniziò ad appassionarsi sia alle questioni di idraulica che ai trattati d’archeologia.

Ad interrompere gli studi (e ad archiviare per sempre la sua tiepida vocazione…) ci pensò Napoleone Bonaparte, dal 1798 conquistatore della città eterna oltre che di gran parte dell’Italia. Per evitare la coscrizione nell’esercito francese Belzoni decise di cambiare aria e, dopo un soggiorno a Parigi e ad Amsterdam, nel 1803 raggiunse Londra, il primo punto di svolta.

Nella capitale britannica, Giovanni cambiò il cognome in Belzoni e si diede al teatro. Era alto oltre due metri e aveva un fisico imponente e una muscolatura imponente. Divenne così il “Patagonian Sanson” (Sansone della Patagonia) ed il suo numero principale era sollevare, con un apparecchio di ferro legato al corpo, una piramide umana di 15 persone. Sposò una donna eccentrica quanto lui, Sarah Parker-Brown, e assieme per anni girarono il Regno Unito e, al seguito dell’esercito di Sua Maestà, l’Olanda, la Spagna e il Portogallo organizzando memorabili spettacoli con macchine di fuoco e acqua (la vecchia passione per l’idraulica).   In più, tra una tournée e l’altra, il padovano era stato iniziato alla loggia massonica del duca di Sussex (fratello di re Giorgio IV), un onore inusitato al tempo per un attore sebbene famoso ma sempre d’umili origini e straniero.

Il secondo punto di svolta fu un passaggio a Malta nel 1815. Qui, mentre l’astro di Bonaparte si offuscava definitivamente, Belzoni incontrò più o meno casualmente Ismail Gibraltar, agente di Mohammed ‘Alì pascià, il nuovo padrone dell’Egitto. L’occasione tanto attesa da Giovanni, ormai stufo del teatro e ansioso di nuove avventure: ai suoi occhi il tanto decantato quanto misterioso l’Egitto era il palcoscenico perfetto. In più al Cairo comandava Mohammed. Spieghiamo. Il pascià era un ufficiale albanese inviato dal sultano di Costantinopoli nel 1801 sul Nilo per riprendere il controllo del paese; fattosi nominare governatore, aveva annientato spietatamente l’opposizione dei mamelucchi, la casta militare d’origine turca e circassa che da secoli controllava il paese e consolidata la sua autorità aveva intrapreso un vasto programma di riforme: formata una burocrazia relativamente moderna, aveva sviluppato l’agricoltura – migliorando i sistemi d’irrigazione e introducendo la coltivazione del cotone, del riso e della canna da zucchero – e impostato una prima industrializzazione del paese. Nella sua ansia di rinnovamento, il “khedive” – desideroso di colmare il pesante ritardo tecnologico con l’Europa – aveva deciso avvalersi dell’aiuto di esperti stranieri, per lo più francesi ma anche britannici, tedeschi e italiani e proprio Ismail Gibraltar, vero e proprio “cacciatore di teste”, era uno dei reclutatori più attenti.

Appena il gigante padovano gli confidò il suo amore per l’idraulica, Gibraltar lo assunse. Come racconta Gaia Servadio nella sua bella biografia dedicata a Belzoni (L’Italiano più famoso al mondo, Bompiani): “Il pascià possedeva due prototipi di macchine dinamo, mirabile novità, dono degli inglesi. Una però si era rotta e l’altra pur integra, non si sapeva come funzionava. Ci voleva un Belzoni. E Belzoni doveva pensare alla sua famiglia, alle sue responsabilità e alle sue ambizioni. Voleva essere conosciuto e riconosciuto. L’offerta del pascià era una manna del cielo: trovare un’attività più dignitosa e solida di quella del teatrante non gli sembrava vero. In Egitto si poteva fare fortuna. E lui, intelligente e sveglio, voleva riuscirci”.

Arrivati in Egitto, dopo un breve passaggio ad Alessandria, Giovanni, Sara e il servitore James Curtin entrarono al Cairo e dopo qualche settimana furono ricevuti da Mohammed ‘Alì a cui il pirotecnico Belzoni propose una nuova macchina idraulica, ben più potente dei meccanismi regalati dai britannici.  Ottenuto l’assenso (e una promessa di compenso) dal pascià, si mise subito al lavoro sul suo prodigio meccanico ma senza successo. La nuova macchina non piaceva per nulla ai latifondisti locali per nulla entusiasti di un salto tecnologico che avrebbe tagliato drasticamente la mano d’opera e ridotto il loro potere sui contadini. Alla fine Mohammed preferì non irritare i suoi dignitari e Belzoni, dopo tante speranze, si ritrovò disoccupato. Il terzo punto di svolta e la sua fortuna.

Sull’onda dell’“egyptomanie” si era ormai scatenata in tutto il Paese la prima grande stagione di scavi archeologici. Una passione e una moda ma anche, sotto traccia, un nuovo pretesto per il proseguimento sulle rive del Nilo dello storico duello franco-britannico per la supremazia nel Levante e sul Mediterraneo. La fazione francese era gestita dal canavese Bernardino Drovetti, ex ufficiale napoleonico già console francese ad Alessandria: un personaggio molto ben introdotto a corte e per nulla disposto a cedere spazi di manovra ai rivali britannici. A sua volta Londra aveva inviato come console al Cairo l’ambizioso Henry Salt, diplomatico, agente dell’Intelligence Service e massone, per affiancarlo allo svizzero Johan Ludwig Burckhardt, arabista, grande viaggiatore e una delle spie più efficienti di Sua Maestà. I due non persero tempo e arruolarono il padovano incaricandolo di compiere ricerche archeologiche, recuperare reperti – e intanto mappare il territorio e prendere contatti con i vari capi… – per conto del governo britannico.

Prima missione fu il recupero a Tebe del busto colossale di Mennone, in realtà Ramses II, e il suo trasporto al British Museum. Un incarico difficilissimo ma Giovanni non si spaventò; sfruttando le sue competenze d’idraulica, riuscì a far scorrere l’imponente monumento su tronchi di legno sino al fiume e da lì al porto di Alessandria. Belzoni così raccontò l’impresa: “Era opinione di quelli che avevano visto il colosso l’essere quasi impossibile il rimuoverlo… Incontrai diverse difficoltà per mancanza di macchine e gli ostacolo che mi posero gli agenti francesi, pure vi assicuro che la perseveranza fu abbastanza per superare tutto. Alla fine mi riuscì di trasportarlo fino al Nilo, colà lo imbarcai, ed ora, con infinito piacere, sta collocato nel Museo Britannico”. Un trionfo.

Iniziò allora, fra l’estate 1816 e l’autunno 1818, una fortunosa serie di scoperte tra cui il ritrovamento di sei tombe nella Valle dei Re tra cui il magnifico sepolcro di Seti I nella Valle dei Re, chiamato poi Tomba di Belzoni e l’apertura dell’accesso al misterioso tempio di Abu-Simbel, casualmente scoperto nel 1813 nella remotissima Nubia da Buckhardt. L’ingresso del complesso era ostruito da una montagna di sabbia che incappucciava anche le spettacolari statue scavate nella montagna, ma Giovanni non si perse d’animo e, in due viaggi, riuscì disvelò il sudario di pietrisco e sabbie che avvolgeva Abu-Simbel per poi entrare, primo uomo dopo millenni d’attesa, all’interno del mausoleo. Seguirono poi la scoperta della città perduta di Berenice sulle sponde del Mar Rosso, l’identificazione della cosiddetta “Valle delle Mummie” e la ricerca, nel Fayyum, del famoso “labirinto” citato da Erodoto (si trattava in realtà del palazzo del re Amenemhet III presso Hawára) e, ancora più a ovest, dell’oasi di Giove Ammone.

Nel marzo del 1818 Giovanni scoprì l’ingresso segreto della piramide di Chefren, ritenuta sino allora inviolabile. Entrato all’interno della piramide, Giovanni risalì stretti cunicoli e corridoi strettissimi arrivando sino alla camera sepolcrale ma non vi era alcun tesoro. La tomba era già stata violata. Tanta delusione ma l’esploratore volle comunque lasciare il segno dipingendo sulla parete la sua firma: “Scoperta da G. Belzoni, 2 marzo 1818”. La scritta è ancor oggi ben visibile…

L’avvenimento destò in tutta Europa eco ed entusiasmo, e venne festeggiato in Inghilterra e a Padova, la città natale, con il conio di medaglie commemorative. Dopo anni di avventure Giovanni era ormai famoso ma, inevitabilmente, anche invidiato e temuto. Il suo attivismo lo aveva reso ingombrante agli occhi del console Salt e assolutamente inviso al suo rivale Drovetti che a più riprese cerco di ostacolarlo e, nel 1818, persino d’accopparlo. Il brutto episodio avvenne nel tempio di Karnak in seguito ad una lite per il possesso di un obelisco: gli uomini del piemontese circondarono Belzoni e schioppettarono dei colpi intimidatori. «Quando intesi lo sparo pensai che era venuto il momento di vendere cara la pelle. Smontai dal mio asino ma in quel momento apparve il signor Drovetti che mi assicurò che non correvo alcun pericolo sinché egli era presente». Insomma, una minaccia pesantissima che convinse l’esploratore, dopo un inutile appello alla giustizia egiziana, a lasciare per sempre l’Egitto e a tornare in Europa.

Prima tappa Venezia e poi, dopo vent’anni assenza, la natia Padova. Nel dicembre 1819 suoi concittadini accolsero trionfalmente il figlio del barbiere divenuto una celebrità che, commosso da tanto affetto, donò alla città preziosi papiri due belle statue della dea Sekhmet rinvenute durante gli scavi a Tebe (oggi conservate nella sala egizia del prestigioso Caffè Pedrocchi). Nel febbraio 1820 i coniugi Belzoni erano nuovamente a Londra dove Giovanni scrisse in inglese la relazione dei suoi viaggi e delle sue peregrinazioni— “Narrative of the operations and recent discoveries within the Pyramids, temples, tombs”—; il libro ottenne un notevole successo con edizioni in francese, in italiano e riduzioni popolari.

Nei tre anni passati nella capitale inglese Belzoni organizzò le prime esposizioni d’arte egizia e curò altre pubblicazioni sull’argomento ma presto la voglia d’avventura riprese il sopravvento e nel 1823 partì da Londra alla ricerca delle sorgenti del fiume Niger. Dopo un passaggio in Marocco si recò nel golfo di Guinea e dall’attuale Nigeria s’inoltrò verso l’interno. Giunto in un piccolo villaggio chiamato Gwato venne colpito da un virus e il 3 dicembre 1823 morì. Venne sepolto nella foresta che subitamente inghiottì la sua tomba.

Nel 2019, dopo un lungo oblio, la città di Padova ha ricordato l’esploratore con una grande mostra significativamente intitolata L’Egitto di Belzoni, un gigante nella terra delle piramidi. Nell’introduzione del catalogo, editato da Biblios, Marco Zatterin scrive come a distanza di duecento anni Giovanni: “Colpisce chiunque abbia dentro il cuore un pezzo di Indiana Jones. Belzoni è il padre dell’egittologia moderna, dei faraoni che danno spettacolo. Usò metodi rozzi, ma propose una visione di ampio respiro e un “metodo” scientifico inedito. Belzoni rese l’ordinario straordinario e viceversa, così la sua vita non può essere raccontata come fosse un’esistenza qualunque”.

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