Storia /

L’8 novembre 1865 partiva da Napoli una singolare comitiva di ufficiali di Marina e scienziati. Alla loro testa c’era il capitano di fregata Francesco Vittorio Arminjon, un capace savoiardo di mare.  Era lo stato maggiore della più ambiziosa missione sino allora tentata dalla Regia Marina, la circumnavigazione del globo. Un’impresa navale e scientifica assolutamente impegnativa oltre che, in vista della prossima apertura del canale di Suez, il primo segnale di “diplomazia globale” esperito dal giovane e ancor fragile stato italiano. Ad Arminjon, nominato per l’occasione anche ministro plenipotenziario, fu affidato il compito — “oggetto supremo” del viaggio secondo le istruzioni del governo — di stipulare trattati commerciali con il GiapponeDopo due mesi di navigazione il gruppo raggiunse Montevideo dove s’imbarcò sulla pirocorvetta Magenta, già inviata in Sud America: il vascello, progettato inizialmente per la marina del Granducato di Toscana e poi incorporato nella nuova marina unitaria, dislocava 2552 tonnellate di stazza su una lunghezza di 67 metri e una larghezza di 12 con un apparato motore con 2 caldaie, 1 motrice alternativa, 1 elica con una potenza di 1900 HP.

Il 2 febbraio 1866, assunto il comando e conclusi i rifornimenti e le riparazioni, Arminjon levò le ancore e salpò per la grande avventura. Al suo fianco, come sopra accennato, oltre a 297 uomini d’equipaggio vi erano tre naturalisti: il senatore Filippo Filippi, il suo assistente Enrico Hillyer Giglioli (estensore della corposa relazione del viaggio) e il tassidermista Clemente Blasi. A loro l’incarico di «arricchire la scienza italiana di nuovi fatti ed interessanti osservazioni ed i nostri musei di oggetti preziosi».

Dopo ottantaquattro giorni di mare la nave toccò infine Batavia (l’odierna Giakarta, poi raggiunse Sumatra e Singapore e Saigon. Ad ogni tappa i nostri scienziati fecero lunghe e fruttuose ricognizioni scoprendo — un’esperienza assolutamente inconsueta per gli ancora ristretti orizzonti conoscenza degli studiosi italiani —la rigogliosa ricchezza della flora e della fauna tropicale. Il 30 giugno, scriveva Giglioli, “passammo per lo stretto di Van-Diemen e continuammo verso il nord. Il 4 luglio il “kurosiw”, la grande corrente giapponese, si faceva sentire e nella giornata il magnifico picco del venerato Fusi-yama risplendeva col suo bianco manto sul nostro orizzonte”.

Arrivato infine a Yokohama Arminjon indossò i panni del diplomatico e dopo intense discussioni con i ministri dello shogun Yoshinobu riuscì a firmare il primo trattato commerciale italo-giapponese e assicurarsi i preziosi bachi da seta. Nei cinquanta giorni passati nell’arcipelago del Sol Levante Filippi e Giglioli osservarono con attenzione la ancora enigmatica società nipponica e le sue complessità nella difficile transizione verso la modernità. Vale la pena riportare un passaggio della relazione di Giglioli: «Il Giappone è un paese ancora pieno di misteri per noi che ora vanno complicandosi più e più. Per l’energia di carattere, industria e amore del progresso, i giapponesi possonsi con ragione chiamare inglesi dell’Asia».  

Terminata la missione, la pirocorvetta raggiunse la Cina e il suo comandante s’inoltrò sino a Pechino dove firmò un altro trattato con cui il Celeste impero apriva nove porti al commercio italiano. Chiuso il dossier la nave toccò Taiwan e poi Hong Kong dove l’anziano Filippi, stremato dalle febbri tropicali, morì lasciando al suo giovanissimo assistente il compito di concludere la missione. La Magenta proseguì il suo viaggio dirigendosi verso l’Australia dove Giglioli organizzò diverse esplorazioni nelle grandi foreste rimanendo stupefatto per la singolarità del paesaggio e della fauna. Poi, dopo aver toccato la Nuova Zelanda e attraversato il Pacifico, la Magenta approdò a Callao, il porto di Lima. Per il ricercatore l’ennesima scorpacciata di reperti ed esemplari. Il 30 ottobre la nave s’inoltrò nel nello stretto di Magellano, il passaggio più pericoloso dell’intera circumnavigazione. Arminjon manovrò con destrezza nell’infido passaggio lasciando come ricordo una serie di nomi: l’isola Giglioli e l’isola Candiani (ufficiale del Magenta); l’isola Vittorio, la baia Arminjom (ora Baia Libertà), l’isola Libetta (il vice comandante), caleta Sabauda, l’isola Solferino, l’isola Cavour, l’isla La Marmora.

Il 28 marzo 1868 la pirocorvetta gettava le ancore nel porto di Napoli. Dopo 870 giorni l’impresa era conclusa. Importante il risultato scientifico: oltre alle osservazioni meteorologiche, geografiche, antropologiche e geografiche Giglioli portò in Patria 5986 reperti di animali appartenenti a oltre 2000 specie conservate al Museo di Scienze naturali di Torino.

Rimane invece ancora un piccolo mistero legato alla spedizione. Al largo del Cile venne avvistata fu una balena con due pinne dorsali. Un incontro straordinario. «Vedendo quel cetaceo» annotò Giglioli «in apparenza così mansueto, furono fatti dagli ufficiali vari preparativi per tentarne la cattura, mentre il comandante Arminjon faceva mettere a mare un battello [perchè] potessi dare più da vicino un’occhiata alla mia nuova conoscenza. Tutto ciò procedeva nel massimo silenzio mentre il nostromo frugava per rinvenire un arpione e metter insieme una cima sufficientemente lunga, ed il capo-cannoniere aveva lentamente fatto correre fuori uno dei cannoncini d’ottone nel caso si presentasse l’occasione di un buon colpo, ma non poté essere abbassato tanto poter puntare sulla vittima desiderata; la quale cominciando ad intendere l’interessamento di cui diventava oggetto, si volse sul fianco per dare un’occhiata al suo grande vicino la Magenta ed i. ebbi l’opportunità di completare le mie osservazioni sui suoi caratteri esterni». Giglioli la battezzò Amphiptera pacifica. Una specie rarissima o un animale affetto da una malformazione? Poiché da allora non è stata più avvistata alcuna balena con due pinne dorsali i naturalisti propendono ormai per la seconda ipotesi…

Notevole pure il bottino politico, soprattutto sul versante giapponese. Il trattato commerciale (23 articoli, 6 regolamenti commerciali, una convenzione addizionale) concedeva ai nostri connazionali il diritto di operare e risiedere nei porti nipponici aperti al commercio estero. Un buon affare oltre che una efficace dimostrazione di diplomazia e la prima di numerose missioni navali — in tutto 20 tra il 1870 e il ’96 — in Giappone e Corea.  

Seguirono due importanti crociere del duca di Genova nel 1872 e nel 1879. Grazie anche alla presenza del principe di casa Savoia, come ricorda il professore Alessandro Mazzetti, si aprirono prospettive decisamente interessanti: «Gli scambi commerciali raggiunsero il valore di 2,5 milioni di dollari d’argento e l’Italia fu scelta come prima tappa europea della famosa missione militare del generale Oyama. Furono visitate le fabbriche d’armi di Napoli, Torino, La Spezia e qualche tempo dopo furono richiesti dal governo giapponese esperti e materiali per l’organizzazione dell’arsenale di Osaka, I telemetri scelti per le artiglierie nipponiche furono realizzati dalla Galileo di Firenze». In più si cercò (e si ottenne) l’appoggio dei giapponesi per l’installazione una stazione commerciale a Taiwan, prodromica ad un futuro insediamento coloniale. 

Ambizioni, progetti che purtroppo evaporarono in breve tempo. L’Italia del tempo —un paese ancora rurale, povero e diretto da un ceto politico irrimediabilmente terragno — non era pronta per avventure oltremare. Come si evince dai numeri la stessa apertura nel 1869 del canale di Suez, porta liquida verso l’Asia e formidabile acceleratore economico globale, si era rivelata un’occasione perduta: i traffici italiani lungo l’idrovia rimasero a lungo irrilevanti: solo il 2,7 dei passaggi totali tra 1870 e il 1890. Un dato pesante, causato dall’arretratezza tecnologica della Marina mercantile ancora vincolata al legno e alla vela: nel primo decennio unitario, i piroscafi a vapore costituivano solo il 2 per cento della flotta e le navi in ferro non superavano le 25 unità.

Molto ancora restava da fare per trasformare il patrio Stivale, riprendendo la bella immagine tratteggiata da Stefano Jacini, in un “grande ponte sorgente verso l’Oriente”e presto ilPaese del Sol Levante si eclissò rapidamente dagli sguardi della nostra diplomazia, molto attenta a non turbare gli interessi delle potenze maggiori e per gli italiani colti il Giappone rimase sino ai primi anni del Novecento un posto remoto e fascinoso, uno scenario quasi favolistico. Come sopra accennato, a “mostrar bandiera” in quei mari lontani s’incaricò la Regia marina. In perfetta solitudine.

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