La vittoria elettorale del centrodestra italiano ha portato con sé il ritorno delle ingerenze politiche della Francia, Paese con cui l’Italia ha una relazione storica profonda e contrastata oltre che un’inevitabile partnership ma ai cui dirigenti, troppo spesso, manca l’acume di considerare l’Italia come un pari. Emmanuel Macron, in questa fase, memore di passati scivoloni è silente. Ma dopo il 25 settembre due autorevoli esponenti del suo governo hanno parlato.

I ministri di Macron contro la Meloni

Ha iniziato il 26 settembre, a risultato ancora caldo, la premier Elisabeth Borne. Intervenuta ai microfoni di RMC-BFMTV, la premier transalpina è stata interpellata sull’esito del voto in Italia. “Mi rifiuto di commentare la scelta democratica del popolo italiano. Spetterà al presidente della Repubblica nominare il presidente o la presidente del Consiglio”, ha dichiarato la Borne, dichiarandosi pronta a collaborare con Giorgia Meloni, prima di assumere toni meno amichevoli: “Francia e Unione europea staranno attente al rispetto dei diritti umani e in merito all’aborto”, ha sottolineato riferendosi alle polemiche del mondo progressista internazionale sulle posizioni di Giorgia Meloni, leader della coalizione.

Il 7 ottobre è stata la volta del ministro francese agli Affari Europei Laurence Boone, che ha detto di voler vigilare sul “rispetto dei diritti e delle libertà in Italia” ricevendo un coro unanime di critiche. “L’era dei governi che chiedono tutela all’estero – ha avvertito la leader di Fratelli d’Italia – è finita”. Una risposta secca, a cui va aggiunta la sintomatica presa di posizione del Quirinale, garante negli ultimi anni della continuità dei rapporti italo-francesi. “L’Italia sa badare a sé stessa nel rispetto della Costituzione e dei valori dell’Unione europea”, le parole fatte filtrare dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La duplice ingerenza non è una novità, purtroppo. Dalla fine della Seconda guerra mondiale più volte la Francia ha guardato alla “sorella latina”, che in momenti di lungimiranza strategica dovrebbe apparire come la gemella ideale per un’Europa centrata sul Mediterraneo e capace di arginare lo strapotere nordico, come a un partner di Serie B se non, addirittura, come a un satellite. Entrando a più riprese nella vita democratica del sistema-Paese. Poteri e contropoteri dello Stato francese hanno più volte visto nell’Italia un obiettivo su cui “speculare” per poter ottenere posizionamenti privilegiati sul fronte interno.

In principio fu De Gaulle

Già nel 1945 la Francia tornata libera sulla scia della vittoria degli Alleati dopo lo sbarco in Normandia e dell’avanzata dell’esercito della Francia Libera di Charles de Gaulle provò a muoversi per imporre una modifica territoriale alla nuova Italia democratica guidata da Alcide De Gasperi provando, con un colpo di mano, a impossessarsi della Valle d’Aosta.

“Alla formula brutale ma franca di Tito la Francia sostituisce quella plebiscitaria” scrisse a De Gasperi l’Ambasciatore italiano a Parigi e futuro capo dello Stato Giuseppe Saragat paventando una mossa di Parigi per imporre, durante un’occupazione seguita alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, l’annessione della Val d’Aosta. Ipotesi poi tramontata solo grazie alla concessione dello Statuto Speciale alla piccola terra del Nord-Ovest, ma che fino al Trattato di Parigi del 1947 a Parigi molti paventarono come possibile.

Una mano francese dietro la morte di Mattei?

Tornato al potere a capo della Quinta Repubblica De Gaulle restò affascinato, dopo il 1958, dall’energia e dalla visione politica del fondatore dell’Eni, Enrico Mattei, che era noto essere tra i maggiori finanziatori del Fronte di Liberazione Nazionale dell’Algeria in lotta contro Parigi. De Gaulle, che capì la natura improba della conservazione dell’ultima colonia d’Africa, poté chiudere un occhio sul fatto che in nome della caccia alle concessioni energetiche il “corsaro” marchigiano lavorava per smantellare la parte finale dell’impero metropolitano di Parigi. D’altro canto, però, non mancò di sottolineare il ruolo d’apripista che Mattei giocava per ridimensionare la prevalenza delle compagnie energetiche anglo-americane, aprendo spazi decisamente ghiotti anche per Parigi.

Non era dello stesso avviso l’Organisation de l’Arméé Secréte (OAS), il gruppo terroristico che desiderava far pressioni sull’Eliseo per preservare a tutti i costi l’Algeria francese. E che per molti osservatori è la vera mano dietro la tragica morte di Mattei nell’incidente aereo di Bascapé del 27 ottobre 1962. Nell’ufficio dell’Eni di Roma in via Tevere la sera di venerdì 25 luglio 1961 giunse, a tal proposito, una lettera inquietante per Mattei: “L’Organisation de l’Arméè secrète, di cui avrete senz’altro sentito parlare in Algeria, e di cui conoscete certamente i mezzi di uccidere le persone fastidiose attraverso attentati (…) ha il piacere di farvi conoscere le decisioni che vi riguardano (…) di considerare come ostaggi e condannati a morte il commendator Mattei e tutti i membri della sua famiglia (moglie, figli eccetera). Questa decisione non sarà applicata che se, dopo questo avvertimento, il Signor Mattei continuerà le sue attività nefaste per la Francia e i suoi alleati”. L’ipotesi di una mano francese dietro la morte del fondatore dell’Eni e di una convergenza tra Oas e Cia per ucciderlo in quello che, lo ha testimoniato la giurisprudenza, non fu un incidente dettato da una tragica fatalità è stata da molti sottolineata.

Giulio Sapelli nel 2012 in un’intervista a Tempi ha dichiarato a tal proposito: “Mattei è stato ucciso dall’estrema destra francese, che lo aveva già minacciato di morte per l’appoggio che aveva dato e dava alla lotta degli algerini per la loro indipendenza”. “Non a caso”, ha scritto l’accademico torinese, “quell’attentato avviene nello stesso periodo dell’attentato a De Gaulle organizzato da quella stessa estrema destra; fortunatamente per il generale e per la storia della Francia quell’attentato non è andato a buon fine, ma quello contro Mattei – nel quale ha un ruolo importantissimo dal punto di vista della sua realizzazione la mafia italiana – invece riesce”.

La “dottrina Mitterrand”

Tra i più continuativi e dolorosi casi di ingerenza francese nella vita pubblica italiana si segnala, invece, l’applicazione continuativa della dottrina giurisprudenziale di François Mitterrand, primo presidente socialista della Quinta Repubblica, che non concedere l’estradizione a persone imputate o condannate, ricercati all’estero per “atti di natura violenta ma d’ispirazione politica” commessi contro qualunque Stato, al di fuori di quello francese, qualora i responsabili avessero concesso esplicitamente di aver detto addio a ogni forma di violenza politica.

La dottrina era dovuta in particolar modo a una concezione propria dell’intellighenzia progressista francese che vedeva nei metodi di lotta al terrorismo di molti Stati europei una violazione dei principi democratici della Republique. Si sostanziò in una serie di decisioni che finirono per concedere di fatto un diritto d’asilo a ricercati stranieri che in quel periodo decisero di trasferirsi in Francia. L’Italia, per congiuntura geografica, fu il Paese più interessato da questa norma che resse dal 1985 al 2002 continuativamente con la protezione di Mitterrand e del successore gollista Jacques Chirac. Nel 2002 fu estradato Paolo Persichetti, ex membro delle Brigate Rosse, ma molti membri delle organizzazioni eversive in fuga da quelli che nei salotti parigini erano ritenuti essere i metodi “fascisti” del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della squadra di combattenti che piegarono l’eversione rossa e nera in Italia trovarono per decenni ospitalità.

Rinnegata nel 2002 dallo Stato francese, la dottrina Mitterrand trovò e trova ancora applicazione giurisprudenziale. Non più tardi di quattro mesi fa, il 29 giugno 2022, la Corte d’Appello di Parigi ha negato l’estradizione di dieci terroristi rossi che Macron aveva promesso di restituire all’Italia richiamandosi agli articoli 6 e 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (certificanti la necessità di un “Equo processo” e del “Diritto al rispetto della vita privata e familiare”). Violando dunque i diritti di cittadini e famigliari delle vittime dei terroristi in Italia che aspettano da anni sia fatta giustizia ai loro cari.

2011, il triplice fuoco francese contro Berlusconi

Nel 2011 si ebbe l’apogeo delle ingerenze francesi contro Roma dopo la nascita dell’Euro nel 2002. Nicolas Sarkozy, che si era legato al dito le mosse del governo italiano per togliere all’esclusivo comando francese l’intervento contro la Libia nel marzo precedente, fu decisivo per spingere l’Unione Europea a togliere il terreno sotto i piedi al governo Berlusconi IV, al cui tracollo concorsero il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea guidati da due francesi: Christine Lagarde, oggi alla guida dell’Eurotower, e Jean-Claude Trichet.

Sarkozy spinse, assieme a Angela Merkel, perché l’approvazione della Commissione Europea per gli sforzi di Berlusconi contro la crisi finanziaria venissero invertiti e i decisori francesi alla guida di Bce e Fmi concorsero a scatenare il clima di sfiducia verso Roma. In estate l’’azione del governo Berlusconi e del suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva ricevuto dal Consiglio europeo il 21 luglio un appoggio al drastico piano di contenimento di spesa e deficit promosso con la manovra d’emergenza. A ridosso di tale mossa però la Bce prima promosse due incauti rialzi del tasso di sconto, che crebbe dall’1% all’1,50%, mandando nella bufera i Btp italiani in una fase in cui necessitavano di liquidità e poi mandò la famosa “letterina” a Berlusconi sulla necessità di impellenti riforme.

Seguì, al G20 di Cannes, l’affondo della Lagarde, fedelissima di Sarkozy, che evidenziò il “problema Italia”, perorò il commissariamento del Paese sotto la Troika, dichiarò la necessità di piani di emergenza da 70-80 miliardi di dollari per Roma. Il famoso sorriso sardonico di Sarkozy sulla credibilità di Berlusconi fece il resto, contribuendo a costruire il mito dell’isolamento internazionale del Cavaliere che altri protagonisti dell’epoca, dal premier spagnolo José Luis Zapatero al Segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner, hanno scritto nelle loro memorie di non aver riscontrato. Ma che risultò decisivo per la “sfiducia” dei mercati, la marea montante dello spread e la sostituzione di Berlusconi con Mario Monti.

Cattivi presagi?

Al confronto con questi quattro casi le parole dei ministri francesi sembrano incidenti di percorso. Ma sono sintomatiche di un modo di pensare che spesso appanna i ragionamenti delle élite francesi. Anche Macron nel giugno 2018, pochi giorni dopo la nascita del governo gialloverde, parlò di “lebbra populista” in diffusione in Europa, salvo poi essere più cauto negli anni successivi. Oggi Roma e Parigi hanno l’interesse a cooperare contro il ritorno del rigore, il caro-energia, le minacce alla sicurezza del fianco Sud dell’Europa e a applicare il Trattato del Quirinale.

Ma se Giorgia Meloni si insedierà avendo di fronte pregiudizi come quelli dei due ministri francesi, sarà legittimo che a Roma torni il timore per settant’anni di rapporti controversi e spesso conclusisi in ingerenze esterne. A cui sommare la corsa, spesso predatoria, del capitalismo francese nella Penisola, che di certo non aiuta l’immagine transalpina in Italia. Chi ben comincia è a metà dell’opera: la Francia rischia di lavorare per fare dell’Italia un alleato meno limpido proprio nella fase in cui la cooperazione Roma-Parigi è più richiesta. E questo può essere un autogol in grado di indebolire l’Europa e l’agenda dello stesso presidente Macron.

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