Storia /

Il 26 marzo 1941 a Creta gli incursori italiani segnarono il loro primo punto: a Creta sei Mtb, i micidiali barchini esplosivi comandati da Luigi Faggioni, nella notte penetrarono nella baia di Suda, base d’appoggio della Royal Navy, e all’alba si lanciarono all’attacco affondando l’incrociatore York e la petroliera Pericles. Un successo pieno che galvanizzò gli uomini e confermò la piena operatività del reparto, dal 15 marzo pienamente autonomo con il nome di Decima mas. Nei mesi precedenti, il capitano di fregata Vittorio Moccagatta, subentrato al comando a Mario Giorgini catturato assieme a Toschi nell’affondamento del Gondar, aveva riorganizzato l’unità costituendo un comando centrale e due reparti di mezzi d’assalto. A Giorgio Giobbe fu affidata la sezione di superficie, comprendente gli Mtb e altri mezzi veloci, mentre a Borghese, da poco promosso capitano di corvetta, spettò la sezione subacquea costituita dal nucleo operatori Slc, la scuola sommozzatori di Livorno, la base sul Serchio, i corsi per i nuotatori “Gamma” e, ovviamente, lo Scirè, l’ormai mitico sommergibile “avvicinatore”.

All’azione di Suda seguì nel maggio un nuovo tentativo contro Gibilterra. Con qualche novità: Borghese imbarcò tre siluri a lenta corsa mentre gli operatori furono trasferiti in aereo in Spagna sotto false credenziali. Dopo una navigazione turbolenta il sommergibile arrivò Cadice dove imbarcò gli equipaggi e si diresse, seminando un caccia britannico, verso la base nemica. Conclusa l’operazione di sganciamento lo Scirè fece prua verso la Liguria mentre i “maiali” si apprestavano all’attacco. Al solito i materiali non ressero la prova: i motori fecero le bizze e gli autorespiratori si guastarono. Dunque missione nuovamente annullata. Con fatica gli incursori raggiunsero la Spagna e rientrarono alla base.

Nel frattempo l’angosciato Tesei continuava a lavorare, progettare, addestrare. Alla luce dell’azione di di Suda, l’elbano, fisicamente sfinito ma per nulla rassegnato, propose ai comandi una nuova sfida. Terribilmente impegnativa. Malta.

Sulla carta un’idea folle. L’isola, incredibilmente risparmiata dagli italiani nell’estate 1940, era diventata una munitissima fortezza inglese sul canale di Sicilia e costituiva una minaccia costante per i nostri convogli diretti verso la Libia. Malta andava colpita. Con forza e decisione, ad ogni costo. Supermarina, concentrata sulla guerra d’attrito nel Mediterraneo centrale, considerava il porto di La Valletta inviolabile ma Tesei e Moccagatta convinsero gli ammiragli della possibilità di un’azione combinata tra mezzi di superficie e mezzi subacquei: i “maiali” avrebbero fatto saltare le ostruzioni per aprire la via all’assalto dei barchini. Ovviamente Tesei chiese, anzi pretese di guidare il primo Slc, il compito più rischioso. Impossibile dissuaderlo.

Nella notte fatidica del 25 luglio 1941 tutto andò storto. Da ore gli inglesi, grazie ai loro radar, avevano individuato la formazione italiana e preparavano la trappola. Poi, la Regia aeronautica non intervenne nei modi e nei tempi previsti, il “maiale” ebbe un malfunzionamento ma Tesei, ormai in ritardo sulla tempistica, decise di lanciarsi spolettando il siluro al minimo. La morte certa. Allo scoppio i barchini attaccarono il porto ma vennero subito massacrati dal fuoco di sbarramento. Un muro di proiettili disintegrò uomini e mezzi. Il corpo di Tesei e del suo secondo, Alcide Pedretti, svanirono nel nulla. Una mattanza terribile a cui si aggiunse l’annientamento del piccolo convoglio d’appoggio nel rientro verso la Sicilia. All’alba gli aerei inglesi individuarono le unità e affondarono due Mas uccidendo i comandanti Moccagatta e Giobbe.  Dei 50 uomini impegnati nella missione solo 11 tornarono: 18 furono fatti prigionieri, 15 morirono. Un disastro.

All’indomani della carneficina, il martoriato reparto venne affidato al capitano di fregata Ernesto Forza mentre Borghese, unico dei tre comandanti non coinvolto nell’assalto, fu confermato, con ampliate responsabilità, al nucleo subacqueo. Il principe ottenne un secondo sommergibile “avvicinatore”, l’Ambra – affidato al valente tenente di vascello Mario Arillo – e accorpò, rendendoli operativi, gli “uomini Gamma”. La nuova specialità, diretta da un personaggio straordinario come Eugenio Wolk, era formata da esperti sommozzatori che muniti di cariche esplosive dovevano introdursi nuotando nei porti nemici o neutrali e colpire i mercantili alla fonda. In più venne creata la sezione “naviglio speciale”, distaccata sui laghi lombardi, per lo sviluppo di mini sommergibili di 35 tonnellate, i Caproni Ca, da adattare come mezzo trasportatore dei nuotatori “Gamma”.

Intanto Forza e Borghese decisero di ritentare per la quarta volta un attacco a Gibilterra. Dopo un controllo minuzioso di mezzi e materiali, la missione ebbe inizio: lo Sciré riattraversò in immersione lo Stretto, imbarcò presso Cadice gli operatori e nella notte del 20 settembre rilasciò gli Slc davanti al porto. Per una volta tutto andò come programmato. Tra le 8.30 e le 9.00 tre grandi esplosioni squassarono le chiglie di tre petroliere: 37mila tonnellate di naviglio nemico. Una vittoria che ripagava, almeno parzialmente, l’amarissimo conto di Malta.

Al loro ritorno gli equipaggi furono decorati con la medaglia d’Argento e Borghese, promosso per meriti di guerra capitano di fregata, venne ricevuto da Vittorio Emanuele. Fu in quell’occasione che l’incredulo sovrano apprese dell’esistenza della segretissima base di Bocca di Serchio, tra l’altro confinante con la sua tenuta toscana di San Rossore. Incuriosito il Savoia volle visitare in incognito il reparto e assistere, sotto una pioggia battente, ad un’esercitazione degli Slc.

Vale altresì la pena ricordare la motivazione della promozione del giovane comandante: “In ognuna delle missioni riusciva a riportare alla base il sommergibile e il suo equipaggio, nonostante le difficoltà frapposte dalla insistente caccia del nemico e dalle navigazioni subacquee spinte fino ai limiti della resistenza fisica degli uomini. Magnifico esempio di organizzatore e comandante”.

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