Nel lunario di ogni impero esistono delle date più rilevanti di altre, perché storiche e di colore rosso, in quanto scritte con un inchiostro particolare e difficilmente lavabile: il sangue. Sono le date del destino, che sono imbibite di storia e costituiscono il displuvio che separa un’epoca dall’altra. A partire da quel momento, che sia pari ad un istante o lungo una giornata, i popoli non avranno che una certezza: nulla sarà più come prima, perché è come se fra un giorno e l’altro fosse trascorso un secolo. Una dilatazione spazio-temporale impercettibile al tatto, eppure lampante.

L’America si nutre di un’epicità tragica da quando è al mondo ed è per questo, forse, che è una fertile genitrice di credi millenaristi e culti apocalittici. Una peculiarità che l’ha plasmata e resa unica sin dall’età dei Padri Pellegrini, arricchendone gli annali di date del destino, di momenti in cui si è scoperta improvvisamente diversa, che l’hanno resa diversa. In occasione delle presidenziali del 1900, ad esempio, l’America scoprì quale fosse il suo fato: essere un impero – impero della libertà. E quasi un secolo più tardi, nel 1993 – altra data del destino –, si sarebbe guardata allo specchio scoprendosi disunita, intollerante e postdemocratica.

La strage di Waco

Waco, Texas, 19 aprile 1993. Un gigantesco incendio doloso riduce in cenere un complesso all’interno del quale vivono i davidiani, i membri di una setta apocalittica capitanata dal carismatico profeta e autoproclamato messia David Koresh. Muoiono settantasei persone, tra cui venticinque bambini e lo stesso Koresh. È la fine del cosiddetto assedio di Waco, che da quasi due mesi vedeva fronteggiarsi davidiani e autorità – ATF, FBI, Guardia nazionale e Texas Ranger –, e di uno degli ultimi rimasugli della rivoluzione controculturale degli anni Sessanta, forse il più celebre, senza dubbio il più mediatico.

Gli agenti rimetteranno sempre ogni responsabilità al mittente, rispondendo a quanti li accusano di negligenza e massacro voluto che l’incendio è scaturito dall’interno della comune, probabilmente acceso dallo stesso Koresh, ma le dimensioni della tragedia sono tali da dare il via ad una stagione di proteste da parte della società civile e da monopolizzare l’attenzione dei media per settimane, mesi.

Vano ogni tentativo della stampa allineata e degli influenzatori del Partito Democratico di fare breccia in quel monolite che è improvvisamente diventata l’opinione pubblica americana. Da destra a sinistra, traversando e trascendendo le barriere ideologiche, etniche e religiose, tutti sono concordi nell’esigere la messa in stato d’accusa dell’amministrazione Clinton per strage di Stato e nel richiedere le dimissioni di Janet Wood Reno, titolare del Ministro della Giustizia.

Il caso Foster

La mobilitazione dell’opinione pubblica, supportata per ragioni elettorali dai repubblicani, avrebbe messo a dura prova la tenuta della neonata amministrazione Clinton. Quel massacro era la prova che qualcosa era cambiato, sostenevano i dimostranti. Che un nuovo vento era prossimo a investire la terra delle libertà. Un vento di repressione del dissenso e del diverso, di sorveglianza di massa e di legalizzazione della brutalità poliziesca. Un vento che andava combattuto.

Il clima era pesante. Bill Clinton era alla ricerca di una persona o più sulle quali scaricare la responsabilità della penosa gestione dell’affare Waco o comunque di un diversivo funzionale a distrarre l’opinione pubblica, così da chiudere la vicenda e potersi concentrare sui fascicoli realmente importanti, come il monitoraggio dell’Iraq postguerra e della Iugoslavia in frantumi. Alla fine, avrebbe optato per il diversivo: il Travelgate.

Intenzionato a ripristinare la credibilità della Casa Bianca, nonché della sua stessa persona, a partire dal mese di maggio, cioè ad un mese dall’assedio di Waco, Clinton avrebbe cominciato a licenziare dipendenti e ufficiali governativi presumibilmente coinvolti in “crimini contro l’etica”, come ad esempio violazioni del codice di condotta e uso improprio del denaro pubblico. Al centro di quello che la stampa si affrettò a definire il Travelgate, perché inizialmente coinvolgente personale dell’Ufficio Viaggi della Casa Bianca, sarebbe finito Vince Foster, viceconsigliere dell’amministrazione, apprezzato dall’opinione pubblica e amico d’infanzia del presidente.

Foster rigettò ogni addebito, proclamandosi innocente da ogni accusa fin dal principio, ma gli inseguimenti coi paparazzi, l’isolamento nell’ambiente di lavoro e il clima d’odio non gli avrebbero dato tregua. Caduto in depressione, complice l’abbandono da parte dell’amico di lunghissima data e presidente, il 20 luglio dello stesso anno decise di porre fine alla propria vita con un colpo di pistola in bocca. Fine della storia. No.

Un circolo vizioso

Il caso Foster, inaspettatamente, avrebbe gettato nuove ombre sull’operato della presidenza Clinton, dando adito a nuove proteste e alimentando nuove teorie del complotto. E motivi per dubitare della versione ufficiale, effettivamente, i dimostranti e i familiari di Foster ne avevano. Perché non soltanto una sentenza della Corte suprema avrebbe successivamente stabilito l’inammissibilità della pubblicazione delle foto della scena del suicidio, ma, cosa altrettanto inquietante, dall’ufficio di Foster sarebbero spariti tre faldoni di documenti relativi al caso Waco.

Stragi di cittadini, scandali di carta per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica, apparenti suicidi e smarrimenti di documenti scottanti hanno reso il 1993 una delle date del destino dell’Impero americano. Data, nella fattispecie, che ha consacrato la transizione degli Stati Uniti da democrazia popolare e libertaria a post-democrazia elitaria e securitaria. Una transizione che di lì a breve, non sorprendentemente, sarebbe stata accompagnata dall’emergere di una nuova forma di contestazione: il terrorismo domestico di stampo antigovernativo. Contestazione sanguinaria e intrinsecamente sovversiva di cui Timothy McVeigh (attentato di Oklahoma City) e Theodore Kaczynski (Unabomber) sarebbero stati i pionieri, avendo agito il primo per denunciare la fine dell’ordine libertario e il secondo per manifestare contro sorveglianza e tecnologizzazione.

Tutto ciò che è venuto dopo il 1993, a partire dai suoi atti primi – l’attentato di Oklahoma City e il terrorismo liquido di Unabomber –, fino ad arrivare ai giorni nostri – dallo sdoganamento della sorveglianza di massa con il pretesto della lotta al terrorismo alla polarizzazione sociale in opposti estremismi –, non è che manifestazione della maturazione post-democratica cominciata quell’anno, da qualche parte tra l’assedio di Waco e il caso Foster.

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