Storia /

A partire dagli anni Trenta dell’Ottocento l’idea della realizzazione del Canale di Suez (aperto il 19 novembre 1869), intrecciata alla rivoluzione tecnologica – la navigazione a vapore, le ferrovie il telegrafo -, rappresentò per le élites italiane (da secoli cocciutamente terragne e continentali) un nuovo, inatteso paradigma culturale: l’occasione per ritrovare una dimensione marittima moderna e una percezione del mare da tempo smarrita. La crescente consapevolezza della ritrovata centralità del grande bacino accese nuovi interessi e alimentò le speranze e le aspirazioni del nascente movimento risorgimentale determinando i primi disegni geopolitici unitari. Negli scritti di Gioberti, Cattaneo, Balbo, Durando, Cantù, Mazzini iniziarono a prendere forma l’immagine di un’Italia marittima e persino le prime ipotesi di una eventuale proiezione oltremare.

Suggestioni per lo più ideologiche e astratte e alla fine velleitarie. L’unico che si pose il problema in termini realistici fu Camillo Benso di Cavour. Un capitolo misconosciuto, quasi dimenticato della vita del grande conte; eppure fu proprio lui il primo uomo di stato italiano a pensare seriamente ad un espansione sardo-piemontese (e in prospettiva italiana) in Africa, avvalendosi – sorvolando tranquillamente sul suo laicismo – dell’opera missionaria e scientifica di un religioso d’eccezione: il piemontese padre Guglielmo Massaja.

Un personaggio straordinario. Frate cappuccino, poi cappellano dell’Ordine Maurizio di Torino, precettore di Vittorio Emanuele II, amico del Gioberti e lettore del Manzoni, nel 1846 si spinse su mandato del Vaticano in Abissinia come vicario apostolico. Una missione che durerà ben 35 anni. Massaja risali il Nilo, attraversò faticosamente il deserto e arrivò nel Tigré, territorio dei Galla devastato dalle guerre e per nulla ospitale. A malincuore dovette presto ritornare sulla costa del Mar Rosso e riparare ad Aden, allora possedimento britannico, dove fondò una Missione cappuccina, poi divenuta Vicariato apostolico dell’Arabia.

Nel 1852, il secondo tentativo fu più fortunato. Massaja riuscì a raggiungere i paesi Galla e passare, dopo un pericoloso e faticosissimo viaggio, in territorio etiopico. Nonostante il suo fervore, le speranze di convertire al cattolicesimo gli indigeni s’infransero contro la resistenza della chiesa copta e presto il Papa Re – ben più preoccupato per i suoi domini italiani che per le anime degli africani – si dimenticò del suo vescovo lontano.

Fra Guglielmo, tempra d’acciaio, non si perse però d’animo e divenne, grazie alle sue vaghe conoscenze mediche e ad una notevole faccia tosta, “mago guaritore”. Grazie a lui le popolazioni conobbero le prime cure contro malattie endemiche tanto che fu soprannominato “signore del vaiolo”. Al tempo stesso Massaja, ormai benvoluto dai signori locali e amato dalle tribù, divenne il punto di riferimento per le prime spedizioni diplomatiche e scientifiche italiane all’Africa Orientale.

Il suo attivismo non sfuggì agli occhi attenti di Cavour: Il ministro, tramite il religioso piemontese — sempre devoto a Santa Romana Chiesa ma anche solido patriota — , cercò di tessere una prima trama di rapporti tra il Piemonte e il regno africano. Il 15 gennaio Cristoforo Negri, direttore del ministero sabaudo degli affari esteri, a nome di Cavour inviò una missiva all’intraprendente missionario proponendogli di negoziare con il signore del Tigrè un trattato di amicizia e l’installazione sulla costa di una stazione commerciale. Un primo passo, ma prematuro per il piccolo regno di Sardegna. La seconda guerra d’indipendenza e la prematura morte del conte non permisero di sviluppare questo primo tentativo d’impiantare una presenza nazionale in Abissinia. Dopo il 1861, le trattative furono troncate dai successori di Cavour e le idee accantonate o nemmeno più pensate.

Rientrato in Etiopia per la terza volta percorrendo per primo la via allo Scioa per la Dancalia meridionale, il frate fu trattenuto dall’ombroso Menelik, re dello Scioa e pretendente al trono d’Etiopia. Paradossalmente un colpo di fortuna. Durante la lunga sua permanenza a corte, Massaja divenne consigliere personale del sovrano che gli permise (e, di conseguenza, anche agli esploratori italiani, Antinori e Cecchi su tutti) d’esplorare le sue province. Furono anni di ricerche e avventure in cui Guglielmo approfondì le culture locali, studiò il territorio, offrì qualche nozione di modernità ed igiene e – sul percorso – fondò un villaggio che divenne una capitale: Addis Abeba.

L’alacrità del missionario non fu però gradita in madrepatria: accusato dagli occhiuti ambienti diplomatici d’intrighi internazionali, detestato dalla teocrazia romana per i suoi appelli a Vittorio Emanuele e inviso all’imperatore d’Etiopia Giovanni IV, geloso del suo carisma, il povero frate si ritrovò isolato. Alla fine – deluse anche le aspettative (e le pressanti richieste d’armi) di Menelik – il religioso fu costretto da Giovanni IV a rientrare in Italia dove iniziò a scrivere le sue memorie, ben 12 volumi. Il papa Leone XIII lo promosse arcivescovo nel 1881 e poi, nel 1884, cardinale. Morì poverissimo a San Giorgio a Cremano il 6 agosto 1889.

Sulla sua seconda missione etiopica, nel 1939 la San Paolo Film di Roma, produsse un film intitolato “Abuna Messias”, del regista Goffredo Alessandrini, che vinse il Festival di Venezia, con la “Coppa Mussolini” (nel dopoguerra trasformata nel “Leone d’Oro”). Il 2 dicembre 2016 la Congregazione delle Cause dei Santi ha promulgato il decreto riguardante le sue virtù eroiche, riconoscimento a cui è associato il titolo di Venerabile. La ricchissima documentazione raccolta dal coraggioso frate è oggi conservata nel Museo Etiope “Guglielmo Massaja” di Frascati.

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