Qualche mese prima dell’indipendenza, le autorità coloniali sembravano ancora convinte della solidità del loro dominio. Una follia, eppure, nell’agosto del 1959, in un rapporto ufficiale si legge “l’autonomia (si noti, non l’indipendenza; nda) sarà il risultato di uno sviluppo controllato e progressivo, a lungo termine”. Dieci mesi più tardi il Congo Belga svaniva dalle carte geografiche.

Cos’era successo? Tante cose. Nel secondo dopoguerra, nell’indifferenza delle assonnate autorità, un piccolo nucleo di giovani intellettuali congolesi, formati per lo più nelle missioni cattoliche, iniziò ad organizzarsi, a compattarsi. Ad agitarsi. Segmenti sempre più larghi dei ceti urbani africani iniziarono a stringersi (e a dividersi) attorno all’ex seminarista Joseph Kasa Vubu — dell’etnia dei bakongoko — e al suo gruppo Abako oppure a seguire il circolo di Conscience africaine dell’abate Joseph Malula e Joseph Ileo. Nel 1956, Malula e Ileo pubblicarono un Manifeste in cui, rispondendo all’ipotesi di van Bilsen, si fissava una sintesi tra l’essere europei e l’essere africani nell’ambito di una futura grande comunità belgo-congolese. Alle proposte gradualiste dei suoi rivali, Kasa Vubu oppose un netto rifiuto e redasse un suo documento molto più radicale in cui ipotizzava la nascita in tempi brevi di un Congo indipendente ma — dato centrale — federale, rispettoso delle etnie e pluralista. Un dibattito importante a cui Bruxelles non diede attenzione. Perché? Giovanni Giovannini, testimone del tempo, risponde brutalmente “Perché avrebbe dovuto? Che seguito avevano questi capi di piccole associazioni tribali: tutta gente che, per di più, dipendeva per il cibo quotidiano dallo stipendio dell’amministrazione e che poteva essere, perciò, facilmente richiamata all’ordine dal capo ufficio, senza neanche ricorrere ai gendarmi?”. In sintesi, i belgi confidarono sulle tensioni tribali, sulla frammentazione sociale, sull’arretratezza delle masse e, soprattutto, sottovalutarono gli antichi alunni delle missioni cattoliche. Un errore: i preti sono ottimi insegnanti.

I risultati dell’8 dicembre 1957 si rivelarono sorprendenti. Riprendendo nuovamente Giovannini “contrariamente alle previsioni dei coloni, l’84,7% degli elettori di Léopoldville andò alle urne. L’Abako conquistò la maggioranza assoluta: il 78,2% dei voti, 133 dei 170 seggi consiliari messi a disposizione per i neri. Dunque per l’Abako, non votarono soltanto i bagongoko, ma anche i bangala, i baluba e gli altri delle innumerevoli etnie; fu un pronunciamento a favore del “contro manifesto” dell’Abako. Del nazionalismo africano contro il colonialismo belga”.

Ma Kasa Vubu non era l’unico campione dell’indipendenza. Con il sostegno determinante dei partiti belgi, prese forma nell’ottobre 1958 il Mouvement National Congolais guidato dal cattolico Ileo e dal socialista Cyrille Adula; nelle intenzioni dei promotori il MNC doveva essere la risposta modernizzatrice, centralista e gradualista alla fazione etnica, federalista ed estremista di Kasa Vubu. Per equilibrare le correnti interne i due leader decisero di cooptare nella direzione un simpatizzante congolese del partito liberale e scelsero l’apparentemente moderato vice direttore del birrificio Polar, Patrice Lumumba. Personaggio stravagante, confuso, notoriamente disonesto ma dotato di carisma e notevole faccia tosta, Lumumba in breve tempo s’impadronì del partito imprimendo una svolta politica radicale. Nell’arco di pochi mesi, il “buon Patrice” divenne il leader degli indipendentisti, ma i belgi — ottusamente convinti di controllarlo — continuarono a facilitarlo e favorirlo contro l’Abako.

La situazione precipitò il 4 gennaio 1959. Il divieto di un comizio di Kasa Vubu scatenò la folla che assaltò i palazzi del potere, le case e i negozi degli europei, gli ospedali, le chiese. Dopo tre giorni di follia e 49 morti, la rivolta venne domata ma l’impatto psicologico, sia per i bianchi che per gli indigeni, fu enorme. Sia in Congo che in Belgio, dilagarono l’incertezza, l’inquietudine e l’urgenza: i fattori centrali che influenzeranno ogni passaggio politico della crisi, sino all’atto finale.

Il 13 gennaio Baldovino spiazzò nuovamente il mondo politico con un messaggio in cui riconobbe il principio di un’indipendenza concessa “senza indugi funesti né imprudenza sconsiderata”. Una mossa spericolata che mirava a rilanciare il progetto di un trono africano per Leopoldo III — rilanciando la soluzione delle “due monarchie” — ma ormai irrealistica, fuori tempo.

A sua volta il governo, presieduto da Gaston Eyskens, cercò di riprendere l’iniziativa e imporre, nel segno di un’indipendenza limitata, una tabella di marcia. Ma il Congo stava ormai sfuggendo dal controllo e, mentre gli incidenti si moltiplicavano e la disobbedienza civile cresceva, lo scoramento s’impadroniva e paralizzava l’amministrazione coloniale. Alla fine del ’59 i belgi si ritrovarono con le spalle al muro: l’unica soluzione possibile per uscire dall’impasse e ritrovare la supremazia era la forza. Un’ipotesi fortemente richiesta, come sopra accennato, dal sovrano ma inaccettabile per i politici. Appigliandosi ad un articolo della Costituzione del 1893 che impediva l’impiego di truppe metropolitane in colonia — un ricordo dell’antica diffidenza governativa verso le imprese leopoldine —, il governo, d’accordo con l’opposizione socialista, cassò qualsiasi opzione militare. L’ombra della guerra d’Algeria planava sul Belgio.

Fu l’ennesimo sbaglio. Un intervento dell’esercito nazionale, limitato ma efficace, avrebbe bloccato le derive massimaliste e costretto i leader africani a moderare toni e pretese. Eclissata l’ipotesi armata, ai poteri politici e finanziari non rimase che trattare con i congolesi; il 20 gennaio 1960 a Bruxelles convocò una “tavola rotonda” con i rappresentanti dei diversi “partiti” africani: radicali, moderati, unitari, federalisti. Un circo, ma “malgrado le molte divisioni, i delegati congolesi riuscirono a far fronte comune ottenendo che l’indipendenza fosse fissata al primo luglio. La risposta del governo, in apparenza sorprendente, era riconducibile al timore di una secessione dei coloni bianchi e, più in generale, alla preoccupazione di conservare il controllo sulle ricchezze del paese, anche a prezzo di un’indipendenza concessa frettolosamente. Una costituzione provvisoria, redatta dai giuristi belgi, tentò di conciliare le aspirazioni dei sostenitori dell’unità con quelle dei federalisti”.

Le elezioni del maggio 1960 diedero la vittoria al MNC, he tuttavia ottenne solo un terzo dei seggi. Lumumba accettò di far eleggere il federalista Kasa Vubu alla presidenza della repubblica, ma a condizione di diventare primo ministro e riservandosi di imporre un potere presidenziale forte una volta superato lo scoglio dell’indipendenza. Il 29 giugno fu firmato un trattato di amicizia belga-congolese e il giorno dopo il Congo fu proclamato indipendente.

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