Storia /

Tra le due guerre curiosamente (almeno all’apparenza) l’inattesa prosperità del neonato “impero belga” e le importanti ricadute sull’economia nazionale — nel 1936 nella sola Anversa circa 125mila persone lavoravano, direttamente o indirettamente, nell’industria diamantifera — lasciarono abbastanza indifferente l’opinione pubblica nazionale. Impermeabile alla propaganda dei circoli colonialisti o delle suggestioni dei mass media — si pensi al grande successo di Tin Tin au Congo di Hergè —, gran parte dei sudditi fiamminghi e valloni di re Alberto rimase per lo più scettica sulle sorti del remoto possedimento. Per la maggioranza dei belgi — abbastanza soddisfatti del loro benessere e interessati solo alle beghe linguistiche o/e allo scontro tra poteri cattolici e poteri laici — il Congo era “un affare della dinastia, delle banche, dei trust” e il sogno di pochi eccentrici, dunque un problema secondario, un lusso superfluo. Talvolta un fastidio.

Non è certamente questa la sede per un’analisi delle tante fragilità e innumerevoli contraddizioni del regno, tuttavia riteniamo che l’esperienza coloniale sia paradigmatica della complessità della società belga. Al momento della terribile crisi del 1960, la radicata freddezza per ogni ipotesi vagamente “avventurosa” o imperialista, l’estraneità e la distanza verso la “grande politica” del Belgio profondo consentì al governo di Bruxelles — senza troppi timori e alcun rimorso — scelte affrettate quanto devastanti.

Nel suo reportage sulla tragedia africana, Giovanni Giovannini (“Congo nel cuore delle tenebre”, Mursia 1966) segnalò, con stupefazione, l’esiguità della presenza bianca sul territorio al momento dell’indipendenza: appena l’uno per cento della popolazione totale del paese, una “colonia per milionari”. Sebbene distante da nostalgie fasciste, il giornalista era intriso, come tutta la sua generazione, da visioni post risorgimentali e nazionali e riteneva questi dati inconcepibili “per gente che, come noi italiani, ha sempre giustificato le sue imprese coloniali con la ricerca di terre, dove riversare l’eccesso della sua popolazione, e che ha dilapidato oro, sudore, sangue per trasformare in vigneti le sabbie del deserto”.

Per quanto, negli anni Sessanta del secolo scorso, potessero sembrare strampalate agli occhi di un italiano, le linee del governo coloniale avevano una loro logica. Preoccupate dall’ingordigia delle potenze maggiori, consce della fragilità del dominio e attente alla stabilità interna, le autorità brussellesi impedirono scientemente la formazione di una minoranza bianca numerosa e coesa, magari capace di imporsi sulla metropoli e guidare — utilizzando gli schemi dell’apartheid dei dominions anglosassoni o, ancor peggio, nel segno della multietnicità lusitana — una maggioranza nera ancora priva di diritti politici. Convinti così di esorcizzare conflitti razziali e di bloccare ogni spinta centrifuga o autonomista dei “bianchi d’Africa”, i poteri centrali ostacolarono ogni ipotesi di migrazione europea, centellinarono gli ingressi e scoraggiarono ogni installazione. In Congo, a differenza del Sud Africa, della Rhodesia, dell’Africa francese, portoghese e italiana, non vi era posto per turbolenti poor withes, per fastidiosi petit blancs in cerca di terre e futuro.

Come ricordava sempre Giovannini, la politica anti-popolamento venne attuata in maniera ferrea: “Contro chi intende trasferirsi in colonia una prima selezione è realizzata con il deposito di una cauzione relativamente cospicua e deve dimostrare un livello di vita onorevole; sono, così,  considerati indesiderabili non solo coloro che per mancanza d’istruzione non sanno leggere o scrivere correntemente una lingua europea, ma anche quelli che non dispongono di mezzi sufficienti d’esistenza; e anche chi ha subito procedimenti giudiziari o condanne. Il candidato colono deve, quindi, presentare un minimo di garanzie provate da un certificato medico, un certificato giudiziario, una cauzione di cinquantamila franchi per il capo famiglia e per ciascun figlio con più di 18 anni e 25mila franchi per la moglie e ciascun figlio tra i 14 e i 18 anni”.

Il risultato fu, come analizza Guy Vanthemsche, una presenza bianca minima, quasi irrilevante: “Durante il periodo dell’EIC il numero dei belgi in Congo era estremamente ridotto, al massimo 1500 persone. Dopo l’annessione, la popolazione crebbe e nel 1930 raggiunse le 17mila unità. Conclusa la Seconda guerra mondiale, la presenza aumentò: 24mila nel 1947 e 89mila nel 1959. Ricordiamo che nel 1910 il Belgio contava 7,4 milioni d’abitanti e 9,1 nel 1961″. Interessante, a proposito, il quadro sociale della piccola comunità belga alla vigilia dell’indipendenza: quasi la metà della popolazione era costituita da impiegati delle imprese private (i grandi trust minerari e le società collegate), il 20% da funzionari coloniali (in gran parte valloni), il quindici da missionari (soprattutto fiamminghi), e solo il restante venti da residenti. In quest’ultimo segmento, il meno amato dall’amministrazione, dobbiamo comprendere i liberi professionisti, i commercianti, gli artigiani e i piantatori. Insomma, i coloni per scelta non ammontavano a nemmeno 24mila unità. Nulla.

A complicare ulteriormente il quadro (e indebolire la già irrisoria componente bianca) vi fu la progressiva chiusura — a fronte della limitata crescita della componente belga — degli accesi e dei permessi per gli altri europei. Nel 1957, in tutto il Congo erano rimasti solo 5000 portoghesi, 3639 italiani (per lo più piemontesi e abruzzesi), 2800 greci (in gran parte israeliti rodioti) e qualche centinaio di francesi e britannici. Insomma, il Congo non era, volutamente, un paese per bianchi.

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