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Lo storico Emory Thomas ha scritto nella sua biografia di Robert Lee pubblicata nel 1995 che la decisione di dimettersi dall’esercito americano e di unirsi alla nascente repubblica confederata era una scelta “che Lee doveva prendere per non cadere nell’infamia”. Nonostante il carattere post-revisionista di quel testo, Thomas in questo assunto si allineò a tutti i suoi predecessori: James McPherson scrisse nel suo Battle Cry of Freedom che la scelta era “predestinata dal suo sangue e dalle sue radici familiari”. Anche il giornalista Douglas Southall Freeman, il primo autore che si cimentò con la scrittura della vicenda umana di quello che sarebbe diventato l’eroe della Virginia per i secoli a venire, disse che Lee “era nato per compiere quella scelta”. Fu però veramente così?

Lee e i Confederati

Davvero Lee era ardentemente convinto della causa confederata? Le cose non stanno affatto così. Sappiamo che l’ultima promozione ricevuta nell’esercito degli Stati Uniti, quella a colonnello, venne approvata dal presidente Abraham Lincoln perché convinto delle sue credenziali unioniste. Non abbiamo nemmeno traccia di sue simpatie verso la fazione dei “mangiafuoco”, quei politici e intellettuali del Sud che prima della vittoria di Abraham Lincoln chiedevano la secessione degli Stati del Sud per formare una nuova entità politica, oligarchica e antidemocratica, basata un voto pesato delle élite di proprietari terrieri.

In una lettera al figlio primogenito inviata il 23 gennaio 1861 si esprimeva con toni molto duri sulla possibile secessione del Sud: “[…] Percepisco l’aggressività del Nord e farò di tutto per rintuzzarla […] Come cittadino americano, sono molto orgoglioso del mio Paese, della sua prosperità e delle sue istituzioni e difenderò qualunque Stato venisse attaccato. Però non riesco a vedere una catastrofe maggiore della dissoluzione dell’Unione. Sarebbe un cumulo di tutti i mali e sono pronto a sacrificare tutto fuorché l’onore pur di difenderla. Spero, quindi, che si esauriscano tutti i mezzi costituzionali prima che ci sia un ricorso all’uso della forza. La secessione non è nient’altro che rivoluzione”. Ciò non toglie che Lee concordasse con molte delle posizioni dei secessionisti: ad esempio, pur trovando dannosa la schiavitù, soprattutto per il carattere del padrone bianco, non fece mai nulla di più, se non commentare con un “Solo Dio sa quanto lunga può essere il loro soggiogamento” sulla questione.

Gli schieramenti

Trovava dannosi e provocatori gli abolizionisti e ai suoi occhi l’assalto di John Brown all’armeria di Harper’s Ferry nel 1859 rientrava perfettamente in questa lunga catena di provocazioni. Non solo: riteneva ingiusto il limite posto dagli stati abolizionisti al possesso di schiavi. Anche nonostante questo, in Virginia la situazione era estremamente frastagliata: il superiore di Lee, il generale Winfield Scott, era virginiano ma decise di rimanere fedele all’Unione, così come l’ammiraglio David Farragut. Dall’altro lato della barricata, invece, c’era Edmund Ruffin, ex senatore, agrario, innovatore tecnologico (sua l’intuizione che il suolo richiedesse concimazione minerale per evitare l’esaurimento delle colture) e soprattutto uno dei capi dei Mangiafuoco, radicalmente ostile al “dominio yankee” e favorevole a costituire un nuovo stato ben da prima di Abraham Lincoln. Lee non sa quale posizione prendere e anche la sua famiglia è divisa: la sorella Anne è un unionista convinta e i suoi figli si arruoleranno nell’Unione. Dopo la guerra non si parleranno mai più. Lee deluse molto Scott che gli disse con molta delusione “che questa era la peggior scelta della sua vita”.

La scelta del colonnello

A quel punto però l’incerto Lee aveva compiuto la sua scelta. Del resto, il suo legame con l’Unione era solo legato al suo essere profondamente conservatore in senso pieno. Come lui anche la pensava anche il vicepresidente confederato Alexander Stephens, che durante la convenzione costituzionale della Georgia sedeva tra i banchi unionisti, dove affermò che l’Unione era “una barca fallata che si poteva ancora riparare”. Se però a Washington sedeva un amico degli abolizionisti, aderire alla Confederazione era una scelta conservatrice. Del resto, anche Thomas Jefferson Randolph, nipote del presidente Jefferson, autore della Dichiarazione d’indipendenza, aveva deciso di aderire alla causa confederata sedendo nella convenzione costituzionale della Virginia. Il nuovo Stato era autentico depositario della tradizione di Washington e Jefferson. Questa teoria ci porta però troppo lontano. Dobbiamo raggiungere Lee che assume il comando delle forze armate della Virginia, il nocciolo di quello che poi diventerà l’Armata della Virginia Settentrionale. La sua priorità era una: difendere la capitale Richmond dall’assalto dell’esercito unionista. La confederazione, a parte l’alto numero di ufficiali formatisi a West Point, disponeva di poco altro. Una rete di strade e ferrovie assolutamente insufficienti, queste ultime venivano costruite specialmente per il trasporto di cotone verso i porti.

Le prime fasi della guerra civile americana

Una rete propriamente detta quindi non era presente. Inoltre, l’unico impianto siderurgico di una certa rilevanza era la Tredegar Iron Works, sito proprio nella capitale virginiana. Proprio per questo ci si trasferì l’intero governo confederato il 29 maggio 1861, rendendola la nuova Capitale. Appare evidente quindi che data la breve distanza da Washington D.C. (circa 175 km), rendeva un colpo di mano dei nordisti su Richmond estremamente probabile. Per questo Lee l’ingegnere iniziò a costruire una vasta rete di trincee intorno alla Capitale, che potesse bloccare un assalto improvviso. Una strategia che incontrò la derisione della stampa confederata, che lo definì “Lee la nonnina” per questa sua cautela ritenuta eccessiva. Per di più il suo primo impegno sul campo di battaglia, una scaramuccia con gli unionisti nella località di Cheat Mountain il 12 settembre 1861, non finì bene perché non ricevette informazioni adeguate, così non lanciò l’attacco. Lee era un comandante troppo timido. Così i giornali criticarono molto la decisione di nominarlo alla guida dell’Armata della Virginia Settentrionale quasi un anno più tardi, quando il generale Joseph Johnston venne ferito a una spalla nella battaglia di Seven Pines il 1° giugno 1862 contro l’esercito nordista comandato dal generale George McClellan.

Quest’ultimo guidava un esercito grande il doppio di quello confederato e la strategia difensiva di Johnston aveva portato McClellan a poco meno di 10 km dalla capitale. Il governo del presidente sudista Jefferson Davis stava prendendo in considerazione l’evacuazione, ma Lee nominato come nuovo comandante affermò con forza che Richmond non doveva cadere per nessun motivo. A sorpresa, una volta raggiunto il campo di battaglia il 25 giugno, Lee colpì i nemici con una serie di attacchi rapidi e coraggiosi, tanto da costringerli ad abbandonare il loro obiettivo di conquistare la capitale, battendo McClellan in sette giorni. Il nuovo comandante sudista però non si limitò a godersi la vittoria. Anzi, capì che la chiave della vittoria per i confederati non era la disfatta totale dell’avversario, impossibile data la disparità di forze, ma doveva puntare a fiaccare il morale del Nord con una sconfitta militare decisiva che li convincesse della necessità di una separazione tra quelli che un tempo erano gli Stati Uniti.

Le battaglie di Lee e la fine della guerra

Sarebbe troppo lungo per questa sede descrivere le battaglie combattute da Lee. Basti ricordare che tentò due volte di invadere il Nord: la prima volta in Maryland nel settembre 1862 per rifornire di armi e cibo i suoi uomini e la seconda volta nel luglio 1863 arrivando addirittura in Pennsylvania tentando di intrappolare l’armata del Potomac. In entrambi i casi Lee mostrò la sua eccellenza come tattico ma la sua inconsistenza come stratega. Fuori dal territorio della Virginia, che lui ben conosceva, perse in ogni caso, persino contro l’indeciso George McClellan.

Negli ultimi mesi di guerra il suo sistema difensivo tenne bloccate le forze unioniste a partire dal giugno 1864, quando ormai le sorti della guerra erano segnate: la Confederazione aveva già perso il controllo del fiume Mississippi e si avviava a perdere anche il nodo ferroviario di Atlanta, in Georgia. Lee a quel punto propose di rompere un tabù: armare gli schiavi in cambio della loro liberazione, ovviamente con il consenso del loro padrone. La proposta venne accolta eufemisticamente in modo freddo: il generale Howell Cobb affermò che “se gli schiavi possono essere dei buoni soldati, allora le nostre teorie sono tutte sbagliate”. La proposta venne approvata dal Congresso confederato molto tardi, il 13 marzo 1865, quando le sorti della guerra erano segnate.

Qualche giorno prima, il 28 febbraio, era arrivata la nomina di Lee a comandante generale degli eserciti confederati. La resa dell’armata della Virginia Settentrionale avvenne il 9 aprile 1865. Lee disobbedì agli ordini di Davis, che aveva chiesto una resistenza a oltranza, capendo che ormai le sorti della Confederazione erano segnate. Come disse il comandante unionista Ulysses Grant, ormai c’era nuovamente un Paese solo. Lee aveva perso la sua scommessa e la dimora di Arlington, dove viveva prima della guerra. Davanti a lui c’era l’ignoto. Se il Nord avesse preso sul serio quanto da lui affermato in quella lettera del gennaio 1861, era da considerare un rivoluzionario. E quindi un traditore. Sapeva di poter pagare molto caro. Come aveva temuto anni prima, ero solo di fronte al suo destino.

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