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Oggi a Manhattan suona di nuovo quella campana che ricorda i minuti in cui, oramai 21 anni fa, si è consumata la tragedia dell’11 settembre. Un suono riprodotto lì dove oggi sorge il memoriale dedicato alle vittime della strage del 2001, a pochi passi da dove sorgevano le Torri Gemelle. Vengono letti i nomi di tutti coloro che qui hanno perso la vita, un elenco di quasi tremila persone cadute mentre erano a lavoro oppure perché ritrovatesi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato.

Quest’anno la commemorazione ha un sapore diverso. Nel 2021 a pesare maggiormente sul cerimoniale è stato il raggiungimento del ventennale dalla strage. Adesso invece pesa il fatto che mentre oltreoceano si commemorano le vittime, lì da dove è partito l’ordine dell’attacco terroristico la situazione è tornata uguale a com’era l’11 settembre 2001. A Kabul, bersagliata il mese successivo l’attentato per via della presenza dei talebani accusati di dare ospitalità a Bin Laden, gli studenti coranici sono di nuovo al potere. E nel centro della capitale afghana appena un mese fa è stato ucciso il braccio destro di Bin Laden, ossia quell’Ayman Al Zawayri ritenuto tra gli ideatori dell’11 settembre.


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I minuti che hanno cambiato gli Stati Uniti

Una chiamata per una fuga di gas in una strada del quartiere sud di Manhattan, in un normale martedì mattina. Poi il rumore di un aereo, lo sguardo che istintivamente si alza verso il cielo e quindi il boato. Sono le ore 8:46 dell’11 settembre 2001, la scena è ripresa da un cameraman che segue una squadra dei Vigili del Fuoco. E si vede per l’appunto un pompiere che abbandona le sue attività per girarsi verso il luogo dell’esplosione. L’immagine diventa una delle più iconiche della giornata. Segna il passaggio dalla normale quotidianità di New York e degli Stati Uniti a uno dei momenti più tragici della storia recente. Il boato è prodotto dallo schianto di un aereo su una delle due torri gemelle di Manhattan. Sembra un incidente, uno dei più clamorosi. E subito la Cnn e gli altri network portano sul posto altri cameraman e degli elicotteri per riprendere la scena dall’alto.

A questo punto i riflettori sono tutti puntati sulle torri gemelle. E alle 9:01 l’arrivo di un altro aereo sull’altra delle due torri gemelle è ripreso in diretta. Appare chiaro ormai che non si tratta di un incidente, ma di un’azione terroristica. Non solo gli Usa, ma tutto il mondo guarda verso New York.

Il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, in quel momento si trova a Sarasota, in Florida. Sta parlando in una scuola, quando il consigliere Andy Card lo avvicina per sussurrargli qualcosa all’orecchio. Anche questa scena è ripresa dalle telecamere e diventa anch’essa emblema della giornata. Ore che ancora non sono finite, perché alle 9:37 c’è un terzo aereo a cadere. Non a New York, bensì davanti il Pentagono a Washington, sede della Difesa Usa. Il Paese è sotto attacco e scattano tutte le misure di emergenza, sia a livello locale che federale. Lo spazio aereo viene chiuso, tutti i soccorsi vengono puntati sulle due città colpite e nella capitale tutti gli uffici più importanti vengono evacuati.

C’è poi un altro velivolo che cade, anche se in campagna. A Shanksville, in Pennsylvania, altre persone muoiono in quello che, pochi giorni dopo, risulta essere un altro dei mezzi dirottati per portare a termine l’azione terroristica. Il terrore quindi passa dai cieli. Il primo aereo a schiantarsi sulle torri gemelle è il volo Boston-Los Angeles dell’American Airlines, il secondo aereo invece serve la stessa rotta ma per la United Airlines. L’aereo che si schianta sul Pentagono è invece decollato da Washington con destinazione California ed è dell’American Airlines. Il quarto aereo, questa volta della United Airlines, è partito da Newark e secondo le indagini non riesce a raggiungere uno degli obiettivi prefissati dai dirottatori per via di una ribellione interna dei passeggeri.

Il terrore però non si esaurisce con lo schianto degli aerei. Alle 9:59 crolla infatti la torre sud delle torri gemelle, la seconda ad essere stata colpita in precedenza. Alle 10:28 cede la torre nord. Le “twin towers” di Manhattan non ci sono più e, con esse, vengono trascinate giù verso la morte migliaia di persone in quel momento intrappolate. Il bilancio ufficiale parla ancora oggi di dispersi: a distanza di 21 anni ci sono 24 cittadini di cui non si sa più nulla. Sono 2.996 le vittime ufficiali, compresi i 19 dirottatori kamikaze.

L’avvio della “guerra al terrore”

Le conseguenze politiche di quell’attentato non si fanno attendere. Il dito viene subito puntato contro Al Qaeda, il gruppo terroristico fondato da Osama Bin Laden già protagonista negli anni precedenti di altri attacchi islamisti contro obiettivi Usa, pur se all’estero. La formazione jihadista ha la propria base in Afghanistan. Qui governano i talebani dal 1996, anche se per la verità Bin Laden è nel Paese da prima dell’avvento a Kabul degli studenti coranici. I talebani predicano un’ideologia estremista, un’interpretazione radicale della visione islamica. Le donne devono girare con il burqa e non vanno a scuola, i maschi devono portare la barba lunga. Hanno già isolato l’Afghanistan da quasi tutto il resto del mondo, ma ad ogni modo soldi e sostegno al gruppo non mancano. Dal Pakistan in primis, in passato dagli stessi Usa quando i gruppi islamisti servono negli anni ’80 ad ostacolare la presenza sovietica nel Paese.

Dopo l’11 settembre i talebani diventano il principale bersaglio di Washington. Sono accusati di dare ospitalità a Bin Laden. E il 7 ottobre, dopo aver incassato il sostegno di Islamabad, Bush fa partire le operazioni militari volte a spodestare gli studenti coranici. Gli Stati Uniti bombardano Kabul, Jalalabad, Kandahar e le principali città afghane. Spianano così la strada all’Alleanza del Nord, l’opposizione ai talebani. I miliziani avanzano e nel giro di poche settimane entrano a Kabul ponendo fine all’emirato.

Secondo Bush questo è solo il primo atto della cosiddetta “guerra al terrore”. Una dottrina però che negli anni è destinata a mostrare ampie lacune. In Afghanistan si pensa a insediare un nuovo Stato e a organizzare, nel giro di pochi anni, delle elezioni. Due anni dopo l’11 settembre la guerra al terrore è combattuta contro l’Iraq di Saddam Hussein. Deposto quest’ultimo, in medio oriente si apre un vaso di pandora che in realtà fa uscire fuori una miriade di gruppi terroristici che nel decennio successivo sconvolgo l’intero medio oriente. Nello stesso Afghanistan la situazione è tutt’altro che rosea: viene inviata una missione Nato, a cui partecipa l’Italia, per dare manforte alle nuove istituzioni di Kabul. Soldi, vite umane perse, soldati caduti, un bilancio cruento che però serve a poco se non addirittura a nulla.

Afghanistan, un anno dopo

Mentre infatti a New York si commemorano le vittime dell’11 settembre 2001, a Kabul i padroni di oggi sono quelli di allora. I talebani il 15 agosto 2021 riconquistano la capitale afghana e ridanno vita all’emirato. Ritornano i burqa, ritornano le barbe, ritornano i divieti e ritornano le scuole precluse alle donne. Possibile che da quell’11 settembre non è cambiato nulla? Una domanda a cui rispondere è difficile. Solo stando nel nuovo-vecchio Afghanistan si può realmente trovare risposta. Il quesito è di quelli in grado di scuotere dalle fondamenta le dottrine occidentali delle ultime due decadi: per davvero l’11 settembre è una data destinata a rimanere unicamente nel novero degli annali e delle cerimonie di commemorazione, ma senza lasciare tracce evidenti nella storia nonostante quanto accaduto dopo le tremila vittime di quella giornata?

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