Una narrazione storiografica e politologica spesso separa nettamente la condotta del governo sovietico durante la fase fondante ad opera di Vladimir Lenin, dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917 alla morte del primo Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo avvenuta nel 1924, e quella segnata da una presunta “degenerazione” durante il lungo regime di Iosif Stalin, durato fino al 1953. La realtà è ben più complessa e, senza cadere in semplificazioni o demonizzazioni di sorta, si può riassumere nella presa di consapevolezza del fatto che gli attori politici e istituzionali non sono monadi che cambiano nettamente al variare della leadership.

E se Stalin è ricordato in quanto associato tanto alla fase di brutale modernizzazione politica, industriale, militare dell’Unione Sovietica quanto ai massacri, alle deportazioni in massa dei dissidenti nei gulag e alle vere e proprie politiche genocide (si pensi all’Holodomor, la grande carestia ucraina, o all’eccidio di Katyn) che furono attuati per accelerarla e consolidarne l’influenza all’estero, è bene sottolineare che le premesse di tutte le politiche repressive del potere bolscevico furono poste dal suo fondatore.

Fu la vittoria della tesi sulla de-stalinizzazione esposta da Nikita Krushev nel 1956 al XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, per assolvere la nomenklatura di cui aveva fatto parte da eventuali chiamate in correo per le brutalità dell’era di Stalin, a scaricare unicamente sul dittatore le responsabilità dei gulag, delle deportazioni, del Grande Terrore di cui buona parte del Politburo di Mosca fu invece attivo sostenitore. E a creare la dicotomia Stalin-Lenin che, alla prova dei fatti e a un’attenta analisi storica, è tutt’altro che reale.

Lenin, il giacobino di Russia

Sergej Petrovic Mel’gunov, nel saggio Il terrore rosso in Russia – 1918-1923, ha sottolineato con attenzione le radici leniniste della repressione sistemica delle opposizioni politiche e anche di diverse minoranze nazionali operate nella nascente Unione Sovietica di Lenin.

Del resto già nel suo Che fare? Lenin non aveva fatto mistero della necessità, a suo avviso, di consolidare il potere rivoluzionario con un’opera di centralizzazione dei gangli del potere nelle mani dello Stato. Fin qui, nulla di diverso da quanto enunciato o promosso da altri celebri rivoluzionari. Il marxismo-leninismo, cioè a dire il marxismo nella versione di Lenin, è all’origine della Rivoluzione d’Ottobre e portò alla costruzione dello Stato comunista in Russia, ed anche altrove, accreditando l’utopia salvifica della liberazione dell’uomo dallo sfruttamento capitalistico e quella, altrettanto chimerica, della creazione di un “Paradiso in Terra“.

François Furet nel suo libro Le due rivoluzioni. Dalla Francia del 1789 alla Russia del 1917 (1999) ha messo in correlazione i metodi di Lenin a quelli utilizzati dai giacobini francesi nel periodo del Terrore, ricordando che a detta del primo capo del  Pcus “l’emancipazione comporti di per se stessa l’esercizio finalmente sovrano dei diritti politici da parte dell’intermediario della dittatura del proletariato” secondo uno schema che rper il quale lo Stato rivoluzionario era “il garante dell’uguaglianza e dunque della libertà”, oltre che il supremo giudice.

L’accezione di “Terrore rosso” è dunque storicamente sostenibile. E tra il 1918 e il 1923 andarono in scena tutte le strutturazioni che si sarebbero poi trasmesse allo stalinismo. I primi gulag, i primi esperimenti di usi politici della carestia, le prime politiche di repressione di singoli gruppi sociali o nazionali e i primi processi-farsa di massa non sono da imputare, infatti, a Stalin ma bensì a Lenin.

Come Lenin ha anticipato Stalin

Su tutti questi profili il Terrore rosso iniziò la lunga fase della repressione interna all’Urss. Il Terrore Rosso fu il nome formale che il Partito bolscevico diede a una strutturata campagna di arresti di massa, deportazioni ed esecuzioni indirizzata ai controrivoluzionari durante la Guerra civile russa che vedeva i “rossi” opporsi alle forze bianche fedeli al mondo conservatore o ai deposti Zar e alla armate straniere. Dichiarata ufficialmente il 5 settembre 1918 in una risoluzione speciale adottata dalla leadership dei bolscevichi, questa campagna affermava che “tutti coloro che avessero a che fare con organizzazioni Bianche, cospirazioni e rivolte sarebbero stati uccisi”, e pur venendo abolita formalmente nel giro di un paio di mesi continuò, nella prassi, fino alla fine del conflitto e alla pacificazione della nascitura Urss.

Dopo lo sbarco di truppe angloamericane a Arcangelo e Murmansk a agosto e il successivo attentato della socialista rivoluzionaria Fanja Kaplan a Lenin conclusosi con un insuccesso il governo concesse alla polizia segreta, la Čeka un’autorità illimitata, autorizzando la fucilazione senza processo di oppositori politici e figure scomode di ogni tipo, l’arresto dei socialisti rivoluzionari di destra ritenuti maggiormente ostili, la presa di ostaggi fra i borghesi e gli ufficiali: il 7 settembre furono rese note 512 fucilazioni a Pietrogrado, un centinaio a Kronštadt, sessanta a Mosca, ottantasei a Perm’ e quarantuno a Novgorod, mentre in precedenza a anticipare la campagna di repressione era stata l’uccisione di tutta la deposta famiglia imperiale dello Zar Nicola II a Ekaterinenburg.

Erano anni brutali e in cui le parti in causa non si facevano sconti e il Terrroe Bianco non fu di entità minore nelle fasi iniziali del conflitto. Ma ai bolscevichi spetta il discutibile primato di aver fatto della repressione una strutturata strategia organica. E a Lenin quello di esserne stato l’iniziatore.

Lenin contribuì a dare vita al primo gulag, il campo di detenzione alle Isole Soloveckie, in Carelia, dopo la fine del primo bagno di sangue del Terrore Rosso. Il primo campo di lavori forzati fu aperto dai bolscevichi nel 1920 in una delle isole, per detenere i prigionieri della guerra civile, e fu esteso tre anni dopo ai prigionieri politici che nel frattempo erano andati accumulandosi.

Il genocidio dei Cosacchi

Ma non finisce qui. Parafrasando una celebre citazione di Karl Marx sullo Zar Pietro il Grande, Lenin nel 1918 invitò i bolscevichi a impiegare contro gli avversari della Rivoluzione dei “Metodi barbari”. Stalin avrebbe individuato un’attenta e spesso maniacale divisione tra i nemici di classe, i nemici politici e gli agenti di potenze straniere per organizzare la repressione. Lenin al fioretto preferì l’accetta: un nemico della Rivoluzione era nocivo in quanto tale e da reprimere “senza pietà”. Il ricorso sistematico alla presa di ostaggi, inclusi donne e bambini, la loro esecuzione riguardò non solo i sostenitori dei Bianchi ma anche elementi ostili come i proprietari terrieri e i loro famigliari.

Una vera e propria campagna di repressione su base etnica riguardò invece i Cosacchi abitanti l’attuale Ucraina. Il comandante dell’Armata Rossa Lev Trotski guidò nel 1918l’esercito dell’Armata Rossa contro le popolazioni del sud est, scontrandosi contro i Cosacchi provenienti dalle regioni dell’Ucraina, storicamente fedeli allo Zar. Questi sarebbero anche stati disposti a accordarsi con i nuovi padroni della Russia a patto di capire i margini di autonomia concessi alle loro tradizioni, ma tutto inutile di fronte all’avanzata imperante degli evangelizzatori rossi di Lenin. I Cosacchi, resi fortemente ostili al potere leninista dalle violenze dei bolscevichi, dalle loro violazioni e dai furti perpetrati a danno delle Chiese e dei luoghi di culto, e contrari alla politica agraria di collettivizzazione si batterono a lungo, combattendo una ostinata guerriglia contro l’Armata Rossa. La resistenza dei Cosacchi fu la Vandea del giacobinismo bolscevico.

In particolare, nel romanzo Arcipelago Gulag il noto romanziere e dissidente russo Aleksandr Isaevic Solzenicyn ha ricordato l’episodio della repressione sovietica nella città di Tambov, una delle maggiori roccaforti cosacche durante l’insurrezione iniziata nel 1919: “folle di contadini con calzature di tiglio, armate di bastoni e di forche hanno marciato su Tambov, al suono delle campane delle chiese del circondario, per essere falciati dalle mitragliatrici. L’insurrezione di Tambov è durata undici mesi, benché i comunisti per reprimerla abbiano usato carri armati, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie dei rivoltosi e benché fossero sul punto di usare gas tossici. Abbiamo avuto anche una resistenza feroce al bolscevismo da parte dei cosacchi dell’Ural, del Don, del Kuban’, del Terek, soffocata in torrenti di sangue, un autentico genocidio”. Lo storico canadese Robert Gellately stima 300-500mila morti nella repressione e circa 100mila cosacchi costretti a fuggire tra il 1919 e il 1920 nella vasta campagna di de-cosacchizzazione su una popolazione di 3 milioni di abitanti, fatto che avvelenò definitivamente i rapporti tra il potere sovietico e gli storici guerrieri delle steppe, arrivati nella seconda guerra mondiale a collaborare col Terzo Reich.

Morte per fame

Un ultimo punto su cui Lenin fu anticipatore di Stalin fu quello dell’utilizzo della carestia come arma politica.

La carestia russa del 1921, che iniziò nella primavera di quell’anno e durò fino al 1923, interessò soprattutto la regione del Volga e del fiume Ural e causò la morte di circa 5 milioni di persone, portando nelle campagne a diffusi episodi di cannibalismo. Essa fu dovuta a una combinazione di effetti, con i danni provocati alla produzione agricola già dalla prima guerra mondiale e, in seguito, dagli scontri della rivoluzione e della guerra civile con la sua politica del comunismo di guerra, ma Lenin e i suoi seppero sfruttarla politicamente per reprimere la Chiesa ortodossa, ritenuta responsabile di essersi intascata e appropriata degli aiuti, e lo stesso leader sovietico dichiarò la sua intenzione in una lettera al Politburo.

L’idea era separare la Chiesa dal popolo delle campagne, vittima delle carestie, seguendo una politica di “divide et impera” che consentisse di favorire il governo nel coprire il fallimento del comunismo di guerra. Stalin avrebbe portato all’estremo questa strategia inducendo con scelte politiche una carestia genocida, l’Holodomor, ma la regia dell’uso politico di questi fenomeni fu, come in altri casi di Lenin. Architetto di tutte le principali esternazioni del potere politico sovietico. Comprese quelle passate alla storia per la loro brutalità.

 

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