Storia /

Nella galleria dei nostri esploratori vi è un nome che brilla su tutti: Pietro Savorgnan di Brazzà. Il conte-esploratore rimane un personaggio leggendario, unico. D’origine friulana, nato a Roma, conquistò per la Francia un impero e, soprattutto, il rispetto degli africani. Caso unico nel processo di decolonizzazione, ancor oggi la capitale del Congo ex francese, porta il suo nome: Brazzaville.

Ecco la sua storia. Figlio del conte Ascanio, appartenente a una famiglia di patrizi friulani della Repubblica di Venezia riparata a Roma dopo la cessione della Serenissima all’Austria, appena quattordicenne Pietro fu ammesso all’Accademia navale di Brest e nel 1871 ottenne la prima nomina. Naturalizzato francese, nel 1875 il giovane ufficiale s’imbarcò per l’Africa equatoriale con un compito arduo: esplorare il bacino del Congo e porre le basi per un’eventuale colonizzazione.

Con pochi mezzi, recuperati grazie ai denari di famiglia (i contributi di Parigi furono sempre scarsi), Brazzà s’inoltrò nell’immensità dell’Africa per riapparire tre anni, quattro mesi e dodici giorni più tardi con una documentazione scientifica d’eccezione e un patrimonio di preziosi contatti con i capi locali. Un grande successo personale per il conte, fautore di un colonialismo rispettoso delle tradizioni locali, e l’occasione per la Francia di rilanciare il confronto coloniale con la Gran Bretagna e rintuzzare le mire dello spregiudicato Leopoldo II del Belgio, grande sponsor di Stanley, personaggio geniale quanto spietato.

Iniziò così un sorprendente duello a distanza tra il nobile friulano e l’avventuroso statunitense, tra Parigi e Bruxelles, una disfida (geopolitica, economica ma anche culturale) che appassionò i media dell’epoca inquietando non poco le cancellerie occidentali. Del resto la posta in gioco era importante: il dominio del Congo, lo scrigno dell’Africa.

Nel 1880 l’aristocratico tornò nuovamente nel continente nero per inoltrarsi nella regione dei Batéké, l’etnia maggioritaria della regione, instaurando un solido rapporto d’amicizia con Makoko Iloo, il loro capo spirituale e politico. Con la forza degli argomenti (non dei fucili…) Brazzà convinse il sovrano a celebrare il rito della “Sepoltura della guerra” nel villaggio di N’Gombila, una cerimonia che metteva fine a secoli di faide tribali. Presenziarono, convocati da Makoko, quaranta capi Apfuru e Ubandi e tutti assieme, sotto lo sguardo di Brazzà, innalzarono “l’albero della Pace”. Ancor oggi, ogni primo ottobre, la repubblica congolese ricorda con una festa nazionale quel giuramento lontano.

In quei giorni Brazzà stipulò un “trattato d’amicizia” con cui Makoko pose il suo popolo sotto la protezione di Parigi, sottraendolo alle cupidigie di Leopoldo e alle mene di Stanley. In cambio di una bandiera tricolore, il re indigeno volle donare al nuovo amico un frammento del suo regno: l’area su cui oggi sorge Brazzaville.

Un successo pieno che il re del Belgio tentò d’ostacolare con ogni mezzo: al suo rientro, Brazzà venne accolto da una stampa negativa aizzata dai denari leopoldini; il governo parigino traballò, nessuno voleva più riconoscere il trattato con Makoko. Il conte era un utopista ma non uno sprovveduto. Dimostrando una certa lungimiranza, Brazzà si fece riprendere da Paul Nadar, il grande fotografo parigino, nel suo atelier.

Tra tutte le immagini, una rimarrà nel tempo: Pietro vi appariva negli abiti con i quali aveva attraversato l’altipiano dei Batéké, a piedi nudi, con la testa avvolta in un pezzo di stoffa, simile ad un esploratore del Sahara. Lo sguardo profondo, penetrante, quasi rimosso dal mondo. Un ritratto fotografico, esasperatamente romantico.

I giornali s’impadronirono immediatamente del personaggio, della sua immagine. Un successo pieno. In poche settimane l’erratico Brazzà — un friulano testardo e timido — divenne il packaging di saponette, sigarette, cioccolata, formaggi e altri prodotti. Anche Louis Vuitton, ditta all’epoca artigianale, progettò e realizzò per il valoroso esploratore una brandina da viaggio e un baule.

Pochi mesi dopo, il conte infilò un altro successo mediatico. Avvertito della presenza di Stanley a un banchetto all’Hotel Continental di Parigi, si presentò proprio mentre l’americano stava concionando volgarmente sul suo conto. Nell’imbarazzo generale, Pietro fece il suo ingresso a sorpresa e salutò Stanley, rispondendo agli insulti con parole signorili. Applausi dalla platea, imbarazzo dell’oratore: la stampa parigina aveva il suo eroe.

Il 20 novembre 1882 il parlamento all’unanimità ratificò il trattato e il 15 febbraio Brazzà fu nominato Commissario generale per i territori africani. Un incarico importante per il nostro protagonista e l’occasione per una nuova spedizione, questa volta franco-italiana. Forte della sua fama, l’uomo riuscì ad imporre al ministero delle colonie la presenza di una missione scientifica italiana; a capo vi erano il naturalista Giacomo Savorgnan di Brazzà, fratello minore di Pietro, e un comune amico friulano, l’etnologo Attilio Pecile. Parigi acconsentì a condizione che Giacomo si assumesse personalmente la maggior parte delle spese. La missione fu un successo e coronò dieci anni di sforzi e fatiche.

Per Brazzà era arrivato il tempo delle responsabilità, del governo. Alla Conferenza di Berlino le potenze avevano risolto la questione congolese regalando a Leopoldo due terzi della regione (lo Stato libero del Congo rimase dominio personale del sovrano sino alla sua morte e fu lasciato in eredità al Belgio) mentre alla Francia fu riconosciuta l’altra porzione, subito affidata a Pietro.

Fedele ai suoi ideali, il conte cercò di organizzare il possedimento secondo le sue “linee di vetta”. Una battaglia splendida ma perduta sin dall’inizio. Il complesso industriale e militare parigino — e, per motivi opposti, anche i missionari — non tollerarono a lungo l’esperimento di Brazzà. Un “colonialismo di civiltà”, attento alle tradizioni e agli usi locali, non era compreso nei piani delle banche di Parigi e, tanto meno, nei sogni dei “piccoli bianchi” catapultati dalla metropoli all’Equatore. Sino all’ultimo Pietro cercò d’opporsi agli sfruttatori e al saccheggio delle risorse; nel 1898 fu rimosso dall’incarico e si ritirò ad Algeri.

Nel 1903 i giornali rivelarono gli orrori commessi in Congo dai coloni francesi. L’opinione pubblica rimase turbata, agitata. Il governo improvvisamente si ricordò di lui, l’unico personaggio credibile, e lo incaricò di una missione d’inchiesta. Possibilmente breve. Sebbene malato, da buon ufficiale, Pietro accettò l’incarico ma il suo viaggio si rivelò un calvario. Appena sbarcato s’accorse che le sue speranze erano svanite e il Congo, il “suo” Congo, era diventato un inferno. Uomo d’onore, si rifiutò di redigere un rapporto rassicurante, che avrebbe dovuto rimarcare le differenze tra le atrocità del regime leopoldino e la presunta bonarietà della colonizzazione francese. Scrisse invece una relazione durissima — una sorta di testamento spirituale — da presentare al governo.

Durante il viaggio di ritorno, le condizioni di Brazzà peggiorarono e il 14 settembre morì a Dakar. Parigi tributò un funerale di Stato ma la moglie Thérese – convinta che fosse stato avvelenato da agenti governativi – rifiutò che venisse sepolto nel Panthèon e scelse il cimitero di Algeri. Nel 1908 il parlamento francese votò a maggioranza l’annullamento dei rapporti di Pietro; la relazione venne insabbiata, ed è stata pubblicata per la prima volta solo nel 2014 da un piccolo editore parigino, Le Passager clandestin.

Per decenni le sue spoglie riposarono nella capitale algerina. Sino al 3 ottobre 2006. Quel giorno, con un ultimo omaggio, gli eredi di Makoko vollero riportare i resti del magnifico friulano sulle sponde del grande fiume. Il Congo.

Dopo una lunga amnesia l’Italia e il Friuli hanno deciso di ricordare Brazzà. Da qualche anno, con un intreccio fortemente evocativo, l’aeroporto regionale di Ronchi dei Legionari è intestato al conte-esploratore. Nel castello di famiglia a Moruzzo (Udine) i discendenti hanno organizzato il  Museo Storico Pietro Savorgnan di Brazzà e sempre in Friuli operano diverse associazioni che, nel segno di Pietro, cercano di valorizzare lo sforzo dei numerosi (e ancora misconosciuti) esploratori, missionari, geografi e scienziati locali. A tutti loro, nel 2011, Udine ha dedicato una bella mostra, significativamente intitolata Hic sunt Leones, organizzata dal Museo friulano di Storia Naturale. Un successo di pubblico e critica.

Sempre su queste coordinate il piccolo Comune di Fagagna ha voluto onorare un suo figlio avventuroso e dimenticato, Attilio Pecile. Negli spazi del Palazzo Comunale, è stata esposta la straordinaria collezione di arte africana – in gran parte conservata al Museo Pigorini di Roma – raccolta da Pecile, etnografo e naturalista, durante le spedizioni compiute assieme agli amici Pietro e Giacomo Brazzà nel Congo e in Gabon. Di notevole interesse il poderoso catalogo, “L’Africa di Attilio Pecile”, che ripropone la riedizione anastatica di parti del libro “Al Congo con Brazzà” di Elio Zorzi, edito da Garzanti nel 1940, sezioni del suo diario — a cui s’ispirò anche Joseph Conrad per il suo “Cuore di tenebra” — e la trascrizione di note inedite.

Per gli appassionati un piccolo gioiello che riporta a tempi lontani. Sfogliandolo sembra d’udire l’ultimo avvertimento di Brazzà ai suoi amici: “Partite senza armi, senza scorta. Andate soli… Ricordatevi sempre che siete degli intrusi e nessuno vi ha invitato”.

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