Storia /

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale il Congo divenne un’arma politica ed economica fondamentale per il governo belga in esilio a Londra: nel 1940, l’allineamento, obtorto collo, del governatore Pierre Ryckmans ai ministri fuggiaschi — ambiguamente il nuovo sovrano Leopoldo III, certo della vittoria dell’Asse, era rimasto in patria —, consentì l’inserimento delle immense risorse coloniali (gomma, rame, tungsteno, stagno, zinco, olio di palma) nell’economia bellica angloamericana e permise alla debolissima entità di assumere una parvenza di legittimità a fronte degli invasivi alleati. Non solo.

Fu il Congo belga a fornire, accanto alle indispensabili materie prime, l’uranio necessario al progetto atomico statunitense “Manhattan” e alla distruzione di Hiroshima e Nagasaki. Una storia complessa e, in parte, ancora sepolta negli archivi americani, belgi e britannici.

Tutto iniziò nel 1915 quando a Shinkolobwe, nella regione del Katanga, venne scoperto il più grande giacimento d’uranio del mondo. Al tempo nessuno vi fece molto caso poiché allora il minerale interessava soltanto l’industria della ceramica che vi ricavava vernice luminescente e nulla più. Poi accadde l’imprevedibile. Nel dicembre 1938 due scienziati tedeschi, Otto Hahn e Fritz Strassman, scoprirono che da un atomo di uranio si poteva sprigionare una reazione a catena. Era la fissione nucleare, un processo da cui si poteva produrre energia ma anche un’arma terribile: la bomba atomica.

Un segreto tremendo riservato a pochissimi. Tra questi Edgar Sengier, il direttore dell’Union Minière. Come racconta David Van Reybrouck nel suo libro Congo (Feltrinelli, 2014) “alla vigilia del conflitto fece imbarcare 1250 tonnellate di uranio, la produzione di tre anni, dal Katanga per New York e poi allagare la miniera. Quando partì il progetto “Manhattan” nel 1942, i ricercatori americani che armeggiavano con la bomba atomica si misero in cerca di uranio di alta qualità. Il minerale canadese che usavano era in effetti molto debole. Con loro sorpresa, si scoprì che una gigantesca riserva era stoccata nell’Archer Daniels Midland Warehouses, un magazzino nel porto di New York. Ne conseguirono trattative molto animate con il Belgio, che ricavò dall’operazione 2,5 miliardi di dollari sonanti”. Un ottimo affare che permise, terminato il conflitto, la formidabile ripresa economica post bellica del regno.

La cessione agli Usa dello strategico minerale e la riattivazione di Shinkolobwe furono coperti dal massimo riserbo. La miniera venne cancellata dalle mappe e gli Stati Uniti iniziarono un’opera di intelligence nella regione per deviare i sospetti e diffondere false informazioni sulle estrazioni. Durante tutta la Guerra fredda e le mille traversie del Congo indipendente, Shinkolobwe è rimasta attiva (sotto un discreto quanto ferreo controllo americano) ed è stata ufficialmente chiusa nel 2004, dopo il crollo di un passaggio sotterraneo in cui morirono otto persone. Ma attorno ai vecchi impianti continuano, in condizioni precarie e senza protezioni contro le radiazioni, gli scavi illegali che alimentano il contrabbando di uranio.

Torniamo al 1945. Nonostante gli accordi segreti tra i due governi, i rapporti belgo-americani gradualmente si modificarono: una volta acquisiti i materiali e le concessioni, Washington lesinò i promessi aiuti per la creazione di un’industria nucleare belga e iniziò, sempre più apertamente, a criticare la presenza coloniale del piccolo alleato europeo.

Replicando lo schema del 1919, i governanti belgi — incalzati dagli statunitensi e contestati sempre più violentemente dall’appena sorta Organizzazione delle Nazioni Unite — lanciarono un ambizioso “piano decennale per lo sviluppo economico del Congo”. Un progetto di modernizzazione che, secondo Bruxelles, doveva rabbonire le correnti anticolonialiste dell’amministrazione americana, zittire le proteste dell’ONU — sinergiche alla galassia terzomondista e al blocco sovietico (ma sempre funzionali agli interessi statunitensi) — e permettere un inserimento “dolce” e lento, lentissimo della regione in un’ipotetica quanto futuribile “comunità belgo-congolese”. Un’illusione crudele.

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