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“Non posso capire che cosa sono venuti a fare gli italiani. Non c’è nemmeno un albero. La terra è coperta da sabbia e sassi. Il paese non produce nulla”. Così scriveva scorato Vittorio Bottego nel 1887, al suo sbarco a Massaua, il principale porto dell’Eritrea da poco colonia italiana. Bastarono poche settimane sull’altipiano e il giovane ufficiale parmense cambiò radicalmente idea. Il mal d’Africa lo aveva conquistato e rapito.

Nato a Parma nel 1860, aveva frequentato la scuola militare di applicazione a Torino e poi la scuola di cavalleria a Pinerolo uscendone con il grado di tenente di artiglieria. Carattere impetuoso e irrequieto, insofferente alla noiosa vita di caserma in patria, chiese e ottenne il trasferimento in Africa e, come sopra accennato, se ne innamorò perdutamente.

Facciamo un passo indietro. Due anni prima l’Italia aveva occupato — su sollecitazione del Regno Unito, preoccupato dall’insurrezione mahdista nel Sudan — la regione; per il ministro degli Esteri Pasquale Mancini il Mar Rosso divenne subitamente lo scrigno delle “chiavi del Mediterraneo” e il piccolo avamposto costiero fu trasformato in una improbabile testa di ponte per la conquista dell’intero Corno d’Africa, Abissinia compresa. Un sommarsi di illusioni.

In questo clima euforico, su sollecitazione della Società geografica italiana e dei nascenti circoli “africanisti”, si decise d’intensificare le ricognizioni geografiche all’interno dell’odierna Etiopia e della Somalia, territori enormi, pressoché sconosciuti e sommamente perigliosi: tre spedizioni, — quella guidata da Giuseppe Giulietti nel 1881, quella di Gustavo Bianchi nel 1884 e poi quella di Gian Pietro Porro nel 1886 — erano state annientate dagli indigeni. Ciò nonostante Bottego non si lasciò sfuggire l’occasione e si offrì volontario. A trentadue anni Vittorio iniziava così la sua seconda vita. Brevissima ed estrema.

Nel maggio 1891, in attesa di partire con la grande spedizione organizzata dal governo e dalla Sgi, il parmense attraversò, primo europeo, il misterioso deserto della Dancalia, uno dei posti più inospitali e desolati del mondo. 500 chilometri in 25 giorni, un record. L’anno dopo, dopo un soggiorno a Firenze, fu incaricato di guidare una missione per l’esplorazione del Giuba, il fiume che delimitava secondo la convenzione anglo-italiana del 1891 il confine sud della nostra influenza in Africa Orientale. Un’influenza assolutamente teorica poiché il viaggio fu funestato da continui scontri con le popolazioni locali per nulla entusiaste dell’arrivo degli italiani.

La spedizione, 124 uomini in tutto, partì da Berbera, allora possedimento inglese, e nel settembre risalì l’alto corso del Giuba (il Ganale Guddà) per poi seguire il ramo centrale del fiume per, dopo infinite traversie, trovarne le sorgenti nel marzo 1893.  Ai primi di giugno Bottego prese la via del ritorno discendendo il corso d’acqua. Il 7 settembre, a un anno preciso della partenza da Berbera, la missione — o ciò che ne rimaneva… — dopo aver percorso 3000 chilometri in terre sconosciute raggiunse la costa somala a Brava dove s’imbarcò per Zanzibar.  

In Italia nessuno si faceva più illusioni sulla sorte della spedizione e quando arrivò la notizia dell’arrivo dei superstiti si festeggiò: Bottego aveva risolto uno dei principali problemi ancora aperti della geografia africana e al tempo stesso ribadito i diritti coloniali italiani (per altro assai aleatori…) su una parte importante del Corno d’Africa. Per l’ambizioso Vittorio l’esplorazione del Giuba era soltanto un primo passo di un’impresa più vasta.

Nel 1895 Bottego, promosso capitano, convinse la Società geografica e i ministri della necessità dell’esplorazione della regione fra l’alto Giuba e il lago Rodolfo con l’accertamento dell’esatto percorso del misterioso fiume Giuba. Una missione scientifica e al tempo stesso un altro tassello per la penetrazione italiana in Etiopia. Il 12 ottobre la grande carovana — 250 ascari e 120 cammelli — si mosse da Brava e si inoltrò verso l’interno; raggiunta Lugh nel dicembre Bottego si mosse verso le montagne Badditu e scese al lago Pagadè che l’ufficiale ribattezzò Margherita in onore della regina.  

Nel frattempo era successo l’imprevedibile.  Per ordine del primo ministro Francesco Crispi l’impreparato generale Oreste Baratieri, governatore dell’Eritrea, aveva invaso l’Etiopia. Una follia. Il primo marzo 1896, ad Adua, il contingente italiano, scarso d’effettivi (16.700 uomini) e mal comandato, si scontrò contro l’armata abissina forte di 100mila combattenti motivati e ben armati. Una disfatta. Sul terreno rimasero 5000 italiani (tra cui Luigi Bocconi a cui il padre intitolerà l’ateneo milanese) e oltre 1000 ascari eritrei. Il colpo fu durissimo. Crispi fu obbligato a dimettersi, il trono di Umberto I vacillò e l’opposizione anticoloniale e repubblicana rialzò la testa.

Bottego, assolutamente ignaro dell’accaduto, si ritrovò così incapsulato nel cuore di un Abissinia divenuta improvvisamente nemica. I continui attacchi dei locali divennero sempre più feroci costringendo l’esploratore a raggiungere a tappe forzate il fiume Omo e discenderne il corso sino al lago Rodolfo. Da lì si spinse, verso il cuore del territorio abissino ancora sicuro dei buoni rapporti con il negus Menelik. A sua volta il vincitore di Adua attendeva l’occasione per sbarazzarsi della spedizione. Sulla strada del ritorno la carovana si accampò sul colle di Daga Roba presso la cittadina di Gidami (a 400 chilometri da Addis Abeba) e la mattina seguente fu attaccata da soverchianti forze nemiche. Bottego cercò di aprirsi un varco combattendo ma una fucilata lo colpì a morte. Era il 17 marzo 1897.

I pochi superstiti, tra cui i giovani ufficiali Lamberto Vannutelli e Carlo Citerni, furono fatti prigionieri e condotti nella capitale. Dopo qualche mese Menelik li rilasciò e i due tornarono in Italia dove li accolse un silenzio imbarazzato. Dopo la catastrofe di Adua nessuno voleva sentir più parlare di Africa e di esplorazioni. Bottego e le sue scoperte vennero così dimenticate per qualche anno ma il “vento africanista”a tornò presto aspirare sulla Penisola e il suo contributo alle geografia e alla scienza fu infine rivalutato. Nel 1907 il Comune di Parma eresse di fronte alla stazione ferroviaria un imponente monumento, dono dello scultore palermitano Ettore Ximenes amico fedele di Vittorio e dal 1925 il Museo di storia naturale parmense ospita le collezioni zoologiche “Vittorio Bottego”, con circa seicento esemplari provenienti dall’Eritrea. L’ultimo regalo del leone del Giuba alla sua città.

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