Morris Chang è il meno noto degli uomini più potenti della terra. Poco noto al grande pubblico, il 91enne manager e imprenditore taiwanese nato a Ningbo, nell’allora provincia di Zhejiang ha reso l’ex Formosa la capitale mondiale dei microchip dando vita a Tsmc, il colosso nazionale dei semiconduttori che rappresenta una delle “assicurazioni sulla vita” della Repubblica di Cina. La guerra tecnologica plasma oggi la rivalità sino-americana e nell’incremento dell’importanza strategica di Taiwan che porta Washington a aumentare le garanzie alla sicurezza per l’isola del Mar Cinese Meridionale, identificata da Pechino come “provincia ribelle”, molto ha a che fare con il peso decisivo della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company di cui Chang è stato fondatore, amministratore delegato e deus ex machina.

La parabola di Chang, che ha reso Taiwan decisivo per i semiconduttori e dunque alleato di fatto degli Usa nella grande partita per la frontiera dell’innovazione, è tra le questioni più importanti studiate da Alessandro Aresu ne Il dominio del XXI secolo: Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia, edito dai tipi di Feltrinelli. Aresu, consigliere scientifico di Limes, direttore della Scuola di Politiche e ex consigliere di Palazzo Chigi nel team di Francesco Giavazzi ai tempi del governo Draghi, nel suo libro parla della partita per il dominio della frontiera tecnologica, della questione del capitalismo politico che mette la sicurezza nazionale di fronte alla prosperità nell’orientare gli investimenti strategici e della portata geopolitica del nuovo bipolarismo tecnologico. In cui ogni asset critico per la corsa alla frontiera infinita alimenta catene del valore in cui la politica sfida le logiche dell’economia, che si parli di supercalcolo, fusione nucleare, energia o aerospazio non fa differenza, e in cui i microchip diventano il tassello, l’unità di misura diremmo, della capacità di un sistema-Paese di competere.

Chang, classe 1931, venticinque anni negli Usa in Texas Instruments, una laurea al Mit di Boston in Ingegneria meccanica e un dottorato a Stanford in Ingegneria elettronica, ha fondato Tsmc nel pieno del decollo delle “Tigri asiatiche”, nel 1987, cogliendo a fini strategici la corsa all’esternalizzazione produttiva dei giganti Usa dei chip. E facendo di Taiwan un centro della rivoluzione tecnologica mondiale, aumentandone il valore geopolitico oggi che gli Usa puntano sul friend-shoring, ovvero la costruzione di catene del valore funzionali legate a Paesi amici su asset critici come i semiconduttori. E intendono impedire a Pechino di sfidare la dominazione strategica costruita dagli Usa, terra del liberalismo, forzando ogni principio di libero mercato. Lo vediamo anche oggi, col combinato disposto Chips Act-Inflation Reduction Act dell’amministrazione Biden che si preannunciano come atti di guerra economica verso la Cina e, surrettiziamente, l’Europa rilanciando l’alchimia del sussidio pubblico al settore in crescita per trovare la Pietra Filosofale capace di trasformare tutto in oro. Ovvero, fuori da ogni parafrasi, l’innovazione in dominio.

Morris Chang nel 2017 (Wikimedia Commons)

Aresu nota che “Ormai il digitale pervade ogni settore industriale, dalle comunicazioni all’energia”. Questa vita digitale ha un “corpo”, sottolinea l’analista geopolitico sardo. Un corpo “così piccolo da risultare invisibile. Il software è legato all’hardware. I programmi informatici si basano sull’integrazione di miliardi di componenti di base sui chip, attraverso la continua e avveniristica – quasi magica – evoluzione dei semiconduttori, soprattutto del silicio”, interpretata per anni dalla celebre Legge di Moore che calcolava, matematicamente, la relazione inversa tra l’evoluzione della potenza dei chip e la loro dimensione. Tutto questo “per avere più potenza di calcolo in uno spazio minore. Questa vita invisibile di uno smartphone, di un sensore, di un’automobile è al centro della competizione mondiale”. E uomini come Chang l’hanno capito anzitempo.

Chip più piccoli e più efficaci. Chip potenti e decisivi per ogni componente elettronico. Chip che sono la ghiandola pineale della supremazia tecnologica. Chip la cui mancanza, anche quando si parlava di componenti da pochi dollari, ha messo in ginocchio interi settori dopo la pandemia e il cosiddetto “Chipageddon”. Chip che sono le chiavi di volta di tutto e attorno a cui la battaglia di Taiwan segna la linea di faglia tra Cina e Usa ma in cui l’azione di Morris Chang è stata talmente pervasiva da rendere la dipendenza di Washington da Taiwan notevole. Aresu sottolinea però che la competizione è oggi su una frontiera su cui l’Occidente e i suoi alleati appaiono un passo avanti: “per una parte dei chip, quelli logici”, che dovranno alimentare il supercalcolo e l’Ia del futuro, oltre alle nuove frontiere del calcolo quantistico e dell’Internet delle cose, “la Cina ha raggiunto un processo produttivo a 14 nanometri (nm) e punta ai 12 nm, mentre i leader del mercato, ossia Samsung e Tsmc, sono a 5 nm e puntano a 3 e a 2 nm”.

Nel prossimo decennio, la sfida continuerà a coinvolgere tre attori, tutti interni al campo degli alleati degli Usa: “il vecchio gigante che vuole rilanciarsi, Intel, l’azienda di Morris Chang e Samsung. Proprio quest’ultima, senza fare troppo rumore, è giunta alla produzione dei 3 nm prima degli altri”, ma le “fab” di Tsmc garantiscono maggiore efficienza e efficacia. Su questa partita si può leggere il resto della guerra tecnologica, della “geopolitica della protezione” e delle sfide a colpi di sanzione e sabotaggi commerciali che gli Usa hanno scatenato contro la Cina, a fari spenti a inizio decennio, con clamore con Donald Trump e con inesorabile dinamismo industriale nell’era Biden. L’obiettivo è l’equivalente tech della missione Usa, che mira a bloccare la conquista della piena connessione interna dell’Impero di Mezzo frenando le “Vie della Seta” e puntellando alle periferie contese la Repubblica Popolare, ovvero frenare la corsa di piani come Made in China 2025 che vogliono fare di Pechino la superpotenza dell’industria del futuro, della tecnologia di frontiera, dei nuovi paradigmi produttivi. Fermare la Cina sui chip è fermare l’ascesa di Pechino in ogni campo. Significa creare il collo di bottiglia per eccellenza. E la valenza strategica di Taiwan non si capisce senza questo dato di fatto. Non si capisce senza il “re dei manager” di oggi, Morris Chang, 91enne ancora vispo e dinamico, che ha creato il legame decisivo tra geopolitica globale e tecnologie per il dominio. Fornendo, in un certo senso, l’assicurazione sulla vita a Taiwan. Troppo strategica e decisiva per essere ignorata.

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