La crisi della finanza globale seguita al boom dell’inflazione, alla crisi energetica e alla fine dei quantitative easing sta avendo tra i soggetti più danneggiati le start-up tech della Silicon Valley, e non solo, che si sono fondate negli anni scorsi sul costo nullo del denaro e, dunque, degli investimenti a rischio.

Un anno fa il colosso della consulenza britannico Ey parlava di un’età dell’oro di questo tipo di investimenti, il cosiddetto venture capital che, promosso soprattutto dallo Stato con i suoi veicoli, è stato alla base del decollo di Internet.

La digitalizzazione massiccia indotta dalla pandemia ha portato a 160 miliardi nel 2020 e a 275 miliardi di dollari nel 2021 gli investimenti di fondi, veicoli e imprese in capitalismo di ventura su start-up innovative che andavano dai servizi di comunicazione da remoto all’intelligenza artificiale, dalle batterie per le auto elettriche al deep tech.

Lette oggi, le cause del boom rilevate da Ey nel suo report mostrano apertamente le motivazioni del suo declino: l’aumento di finanziamenti nelle start-up è stato innanzitutto “guidato da tassi di interesse prolungati da zero a bassi, che hanno alimentato un’enorme impennata delle allocazioni all’asset class alternativa, di cui il venture è una fetta”. In secondo luogo, la diversità di cui la tecnologia si è ammantata negli anni rispetto agli altri settori ha abbassato le barriere all’entrata e ridotto ciò di cui gli imprenditori avevano bisogno a “una solida proposta commerciale e buone introduzioni” con cui potevano “raccogliere il capitale minimo richiesto per far ripartire le loro aziende”. In terzo luogo, la rivoluzione industriali garantita dalle tecnologie abilitanti ha cambiato molti comparti.

Ora, invece, la corsa dell’inflazione ha posto fine al “denaro facile” e dunque anche all’euforia degli investitori, trincerati sempre di più su beni-rifugio e meno avvezzi al rischio anche di fronte a prospettive di guadagni esponenziali. Il settore tecnologico non è più intoccabile nemmeno ai vertici: da Amazon a Facebook, da Twitter a Google, l’aumento dei licenziamenti per contenere i costi ha mostrato che il Re è nudo. E la crisi energetica ha frenato la spinta all’innovazione di molti settori.

A monte di tutto, il rialzo dei tassi, ovviamente: la Federal Reserve ha prosciugato i filoni d’oro del Klondike finanziario a cui gli avventurieri del tech hanno attinto a piene mani. La lunga fase di normalità “emergenziale” del quantitative easing permanente si è conclusa.

Di fronte a ritorni più incerti, il fondo perduto del venture capital con ripresa garantita dell’investimento in tempi ristretti impone molto più rischio. E le start-up che avevano fatto i conti con un proseguimento di questa fase stanno utilizzando la finanza creativa per cambiare rotta: alcuni imprenditori garantiscono ritorni privilegiati ai nuovi investitori per difendere i flussi di capitali; il Wall Street Journal ricorda che Tonal Systems, che sviluppa dispositivi per il fitness intelligenti, ha siglato con i suoi investitori privilegiati accordi che li pongono in testa alla lista dei creditori da soddisfare in caso di fallimento e che riducono gli spazi per remunerare i dipendenti e i manager con le stock option, da tempo componente fondamentale della retribuzione dei quadri delle società in espansione.

Il Financial Times riporta invece che molte aziende stanno tagliando la valutazione delle proprie capitalizzazioni, un’operazione che “avvantaggia il personale riducendo il costo delle loro azioni aziendali. Ciò offre ai dipendenti la possibilità di ulteriori guadagni in caso di accordi futuri, come un’offerta pubblica iniziale” per lo sbarco in borsa. Aggiungendo che “l’app di consegna Instacart ha tagliato la sua valutazione interna per la terza volta a 13 miliardi di dollari” di recente, riducendo il valore al 25% del totale di inizio anno.

I flussi di venture capital netti tra entrate e usciti sono calati del 42% sul periodo da gennaio a novembre su base annua secondo i dati Ey. L’America viene colpita duramente, ma anche il resto del mondo segue a ruota. In America Latina per Bloomberg la riduzione è arrivata al 92%, in Europa il calo è del 23% su livelli più bassi e solo 47 imprese hanno superato il miliardo di euro di valutazione partendo dal livello start-up contro i 69 “unicorni” del 2021. Tra queste, un messaggio positivo per l’Italia è dato dall’ascesa di Satispay oltre il miliardo di euro di capitalizzazione al vertice del fintech comunitario. Un messaggio in controtedenza ma che non cambia, però, il trend complessivo: la stretta Fed ha concluso anzitempo la favola beata del denaro facile al venture capital e del paradiso tech alimentato dai tassi a zero. Colpendo la Silicon Valley più duramente proprio perché epicentro del legame tra finanza innovativa e start-up che ha gettato le basi del modello americano per il XXI secolo.

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