L’attentato avvenuto poche ore fa a Barcellona conferma ancora una volta come l’Isis e gli altri gruppi della jihad globale, stiano abbandonando gli attacchi terroristici elaborati. Questi richiedono enormi quantità di denaro ed una attenta pianificazione ed espone le cellule ai servizi segreti. Siamo davanti ad un’evoluzione del terrorismo trasformato in brand. Una volta avvenuto l’attacco, l’Isis se ne appropria, ponendo il proprio sigillo, glorificando gli esecutori che hanno raggiunto il martirio per quella jihad senza fine contro i miscredenti. La maggior parte non ha nemmeno bisogno di una motivazione individuale. La rete fa il resto. Romanzando il successo del terrore lo si rende accessibile a chiunque. Chiunque, senza alcuna particolare abilità, ma solo con una volontà di ferro, potrebbe uccidere la gente e farsi ammazzare, partecipando al macabro rituale degli omicidi. La minaccia è concepita per generare effetti destabilizzanti poiché strutturata su regole non standardizzate. La capacità mortale e distruttiva di un veicolo a motore supera gli schemi di difesa nelle aree urbane.

I tir contro la folla

La tattica di lanciare dei tir contro la folla non è stata elaborata dallo Stato islamico, ma risale agli anni ’20, per una naturale evoluzione asimmetrica dell’autobomba. Con il termine VBIED, acronimo per Vehicle Borne Improvised Explosive Device, intendiamo tecnicamente un Ordigno Esplosivo Improvvisato su un mezzo ruotato. Il 16 settembre del 1920, il cocchiere di un carro carico di 45 kg dinamite e 230 kg ghisa e trainato da un solo cavallo, si fermò di fronte Wall Street. Il rudimentale, ma efficace detonatore a tempo, innescò la deflagrazione causando la morte di 40 persone. Oltre 200 i feriti gravi. Tale iterazione, esplosivo-mezzo, è considerata di livello I.

In quanto statica, non presuppone la presenza di un attentatore suicida a bordo, ma di un semplice autista che abbandona il mezzo nella posizione prescelta. Non associati ad operazioni suicide, questi mezzi di livello I, sono stati ampiamente utilizzati in tutto il mondo, soprattutto in Occidente. L’efficacia di un attentato con VBIED di livello I può essere ulteriormente massimizzata con la presenza di dispositivi secondari a tempo cosi da infliggere perdite anche alle forze militari e di soccorso giunte sulle aree adiacenti dopo la prima detonazione. Per oltre 70 anni (tra gli ultimi quelli delle World Trade Towers nel 1993 ed Oklahoma City nel 1995), i sistemi VBIED di livello I, associati ad una maggiore flessibilità operativa dei sistemi di attivazione, sono stati utilizzati con mortale efficacia. Contro la minaccia di livello I, la possibile permanenza prolungata sul luogo prescelto per la detonazione e l’eccessivo carico rispetto alla portata standard del mezzo.

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VBIED di livello II

L’evoluzione della minaccia VBIED di livello II avviene negli anni ’80 nell’area Medio orientale. Il mezzo si evolve per scardinare le difese perimetrali nemiche passive e raggiungere l’obiettivo. Nella minaccia VBIED di livello II vi sono due caratteristiche principali: il conducente suicida e la presenza a bordo di un certo quantitativo di esplosivo. Tale tecnica, diffusa poi nel resto del mondo come l’attentato avvenuto a Grozny nel dicembre del 2002, è stata poi ottimizzata sulle precedenti esperienze con l’impiego di due o più veicoli. La strategia VBIED di livello II è concepita per colpire le strutture fortificate da diverse posizioni nonostante le perdite subite. Gli attentati avvenuti in Europa, ad esempio, rientrano in tale categoria, sebbene manchi la componente IED a bordo. In tale stadio di livello II è presente l’attentatore suicida a bordo (adesso armato) che una volta superate le linee di difese (quando presenti), lancia il mezzo contro la folla. L’impiego della componente esplosiva a bordo di un veicolo non richiede particolari abilità, considerando che sulla rete sono disponibili le informazioni per assemblare diversi tipi di granate, per design ed architettura, con semplici articoli per la casa come bombole a gas e chiodi. Il dispositivo può essere impostato dal martire con un timer o un detonatore a distanza derivato da elettronica di consumo, sebbene una tale combinazione richiede comunque del tempo. Proprio l’innesco, è la parte più delicata di un IED. Contro la minaccia di VBIED livello II, vi è da considerare il principale fattore determinato dalla fragilità del mezzo prescelto che, una volta sfondate le difese perimetrali, verrebbe (o dovrebbe essere colpito) dalle forze sul campo in un tempo ragionevolmente breve. Ciò significa che un mezzo ad uso civile potrebbe anche sfondare le linee di difesa (facilmente in Europa), ma non riuscirebbe a raggiungere il punto stabilito per la deflagrazione degli ordigni esplosivi che potrebbero anche essere colpiti e, quindi, detonare.

VBIED di livello III

L’ultima evoluzione della minaccia VBIED è di livello III diviso in due stadi. E’ localizzata nell’area Medio orientale: a centinai i veicoli di livello III utilizzati dallo Stato islamico. L’ultima naturale evoluzione dell’autobomba è caratterizzata dalla blindatura del mezzo, concepita per aumentare le probabilità di sopravvivenza e raggiungere il bersaglio. Il veicolo kamikaze blindato è progettato per superare le barriere difensive attive e passive e raggiungere infrastrutture di elevato valore. La loro sopravvivenza è nettamente superiore ad i mezzi di livello II poiché concepita per la protezione balistica contro le armi in dotazione fino al 5,56 mm (a volte anche 7,62 mm). Un dispositivo di livello III garantirebbe anche di moltiplicare gli effetti IED standard, associando all’ordigno esplosivo improvvisato un carico infiammabile (ad esempio) all’interno del mezzo. La blindatura, per quanto possibile, avverrebbe all’interno del veicolo, cosi da lasciare inalterato il design esterno del mezzo (prerequisito che non serve in Siria o in Iraq, ma che sarebbe imperativo per un attentato nelle aree urbane). Il secondo stadio prevede la riconversione dei mezzi militari sequestrati sul posto (altamente improbabile in un contesto urbano). Nel secondo stadio, il problema è determinato dal quantitativo superiore di esplosivo a bordo che deve essere in grado di sfondare la blindatura standard del mezzo.

L’attentato di Barcellona

Poco dopo le 17 di ieri, un furgoncino bianco si è immesso nella zona pedonale centrale della Rambla de Canaletes, procedendo a zig zag investendo decine di persone ad una velocità stimata di 80 km/h. 13 i morti, oltre cento i feriti. Poche ore dopo, 120 chilometri a sud di Barcellona, nella provincia di Tarragona, a Cambrils, un nuovo attacco effettuato da cinque terroristi, poi eliminati dalla polizia. Sei i feriti: cinque civili ed un poliziotto. Secondo la versione fornita dal governo locale, intorno alle 2 del mattino un altro veicolo, una Audi A3, si è scagliato contro la folla con un bilancio fortunatamente meno pesante di quello di Barcellona. In seguito è nata una sparatoria con la polizia, durante la quale 4 persone sono state uccise sul posto e una è morta successivamente per le ferite riportate. Per la polizia autonoma catalana, l’attacco di Cambrils è collegato a quello di Barcellona.

Barcellona e Cambrils: l’attacco multiplo

La minaccia dinamica impone una costante rivalutazione dei protocolli di controllo ed accesso e la conseguente dotazione specifica di difesa che dovrebbe essere scevra dal politically correct (cosa che non sempre avviene). Un vehicle-ramming attack richiede particolari protocolli di risposta attivi poiché le armi di piccolo calibro delle forze di polizia non riuscirebbero ad arrestare la minaccia. Il paradigma muta notevolmente in presenza di una formazione di veicoli (non ancora avvenuta la protezione balistica del mezzo). La strategia, già testata in Iraq e Siria, prevede un primo VBIED (con componente IED a bordo) utilizzato per sfondare il perimetro difensivo e detonare così da lasciare sgombera l’area. Il secondo VBIED, con un carico esplosivo nettamente maggiore, si dirigerebbe indisturbato verso il punto stabilito. Scenari che impongono una rivalutazione dei protocolli di e risposta armata nell’equazione difensiva. Abu Mohammad al-Adnani, portavoce dell’Isis ucciso il 30 agosto scorso, nella primavera del 2014 annunciò una direttiva rivolta ai militanti sparsi nel mondo: “Quanti non sono in grado di realizzare un IED, potranno sempre spaccare la testa dei crociati con una pietra, macellarli con un coltello o travolgerli con l’auto”. Nel numero invernale di Inspire, magazine di al Qaeda pubblicato il 24 dicembre del 2014, si spiega che l’attentato in se non deve essere visto come la semplice detonazione di un ordigno, ma come uno strumento che possa danneggiare l’economia del nemico. Per la prima volta viene pubblicata la teoria della Neurotmesi: Tagliare i nervi e isolare la testa dal corpo. “Dobbiamo essere innovativi e creativi nell’inventare nuovi modi per colpire l’economia occidentale e maestri nella scelta degli obiettivi più efficaci”. Si espone il concetto della falciatrice finale: “L’idea è quella di utilizzare un camioncino come falciatrice. Non per tagliare l’erba, ma per falciare i nemici di Allah”. Nel quarto numero della rivista in lingua inglese dello Stato islamico, Rumiyah, si fa riferimento proprio ai veicoli per compiere attentati. “Utilizzate i camion come armi per colpire gli infedeli. Un camion di medie dimensioni non desterà sospetti, ma infliggerà più danni di un caccia militare. Un veicolo lanciato ad alta velocità durante un evento di richiamo per i non credenti, farà una carneficina”.

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L’equazione di un attentato è dinamica. Quanto avvenuto poche ore fa a Barcellona e Cambrils, conferma una pianificazione accurata. La scelta di colpire il piccolo comune spagnolo situato nella comunità autonoma della Catalogna, non è casuale. I terroristi erano ben consapevoli che l’attenzione delle forze di sicurezza spagnole si sarebbe concentrata su Barcellona e sulle principali città della Spagna. Avvenuto un episodio X si attivano determinati protocolli per mettere in sicurezza le aree a rischio e le strutture simbolo di un paese Y. Colpire il paesino, al di là della dinamica, ha pienamente senso. L’attacco multiplo di poche ore fa, conferma quindi l’evoluzione della minaccia che, ad oggi, non ha ancora raggiunto la sua forma finale. Aspettiamoci quindi diversi approcci tattici nei prossimi mesi, attacchi multipli con possibile presenza di IED. La minaccia è ancora ad uno stato embrionale. Il terrorismo è un cancro che si adatta, la minaccia si evolve costantemente. Da rilevare, infine, che nella letterature jihadista pubblica (ne esiste anche una riservata che segue altri canali) non si suggeriscono attacchi multipli. La mutazione specifica sta procedendo secondo altri schemi.  

Proteggere una città: il jihadismo di quartiere

E’ possibile fortificare un perimetro contro ogni tipo di minaccia, ma non sarebbe realistico per una città. Si possono collocare dissuasori in un’area specifica, ma è impossibile posizionare blocchi di calcestruzzo ad ogni centimetro della strada di ogni città. E questo è un dato di fatto. In una democrazia libera, quello definito come jihadismo di quartiere, non può essere eliminato totalmente. Si potrà fortificare il perimetro di una piazza, ma i terroristi troveranno sempre una strada, un’area da colpire. I bersagli potenziali sono praticamente infiniti per un profilo di minaccia totalmente imprevedibile. Tuttavia il rischio si può attenuare, rivalutando la sicurezza degli spazi aperti senza trasformare le città in fortezze. Esistono già diversi tipi di protezione (più o meno noti). Le barriere nere intorno al palazzo di Westminster, ad esempio, sono progettate per arrestare un autocarro ad alta velocità. Anche sulla strada di Whitehall ci sono delle barriere, ma sono nascoste alla vista. Tutti gli edifici militari e governativi statunitensi dispongono di strutture resistenti ad attacchi esterni (la velocità di attacco stimata di un tir è di 80 km/h). Il Dipartimento di Stato Usa elenca sul proprio sito le “anti-ram vehicle list”, sistemi di protezione per proteggere i perimetri delle sue ambasciate all’estero. Negli Stati Uniti, camion da 16 tonnellate a vuoto caricati con della sabbia (contromisura ulteriore pensata per attutire la possibile deflagrazione di un ordigno) per un peso di 32 tonnellate, sono periodicamente collocati negli incroci e nei punti strategici lungo i percorsi ritenuti a rischio. In Israele, si utilizzano i carri armati. L’Emirates Stadium dell’Arsenal, inaugurato nel 2006, è un modello di difesa. Le panche in calcestruzzo impediscono ad un veicolo di attraversare il piazzale, mentre le strutture che formano il logo del club  costituiscono un ostacolo per i veicoli. Nella ristrutturazione di Times Square, completata l’anno scorso dopo circa sei anni di interventi, i progettisti hanno cercato di proteggere i pedoni senza ridurre i marciapiedi. I paletti antisfondamento sono stati concepiti per non alterare il contesto urbano. L’obiettivo è quindi proteggere il pubblico non trasmettendo una mentalità bunker e senza alcuna consapevolezza (mentalità occidentale, non israeliana) che esista un rischio. In ogni caso, le aree affollate vulnerabili dovrebbero essere rese impenetrabili con barriere antisfondamento poiché la sicurezza non può essere ostaggio del politicamente corretto. La tecnologia per creare barriere esteticamente gradevoli con protezioni incorporate nel design esiste. Quelle che alla vista sembrano delle fioriere, ad esempio, nascondono un’anima di calcestruzzo e metallo: sono asset concepiti per inserirsi esteticamente nella vitta di tutti i giorni. Tuttavia, il playbook delle minaccia terrorista è sterminato. L’apertura delle frontiere tra i paesi dell’Unione europea ha portato ad una maggiore libertà di movimento ed un aumento della criminalità transnazionale e delle attività terroristiche. I Paesi dell’Europa non possono più essere esclusivamente preoccupati delle proprie vulnerabilità, ma devono anche essere consapevoli delle minacce. Alti livelli di comunicazione transfrontaliera e raccolta di informazioni sono ora cruciali per impedire il prossimo attentato. In ogni caso, prevenire questi attacchi è difficile. L’Isis lotta per sopravvivere in Siria e in Iraq, mentre ha già spostato il fulcro delle sue attività terroristiche nell’Occidente. Tali tipi di attacchi sono convenienti, poiché possono essere effettuati dagli attivisti non esperti. Per tale motivo, l’apparato di sicurezza dovrà essere aggiornato di conseguenza alla prevenzione di tali attacchi. Da ricordare infine, che l’Isis utilizza le reti social come moltiplicatore di forze. L’Europa dovrebbe considerare di implementare controlli serrati sulla scena informatica, al fine di impedire l’uso terroristico della dimensione virtuale. E’ il momento di scegliere.

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