Il Sahel si è trasformato, nel corso degli anni, in uno dei nuovi fronti caldi del radicalismo islamico. I Paesi della regione, in primis Mali, Niger e Burkina Faso, sono vittime di continui attentati terroristici che contribuiscono a destabilizzare il già fragile tessuto sociale locale. L’aiuto delle potenze occidentali, tra cui spicca la Francia, non è sinora riuscito a contenere l’impatto delle violenze che, in realtà, sembrano espandersi. Non tutto, però, è come sembra. Dietro le quinte del conflitto principale, quello tra attori statali e radicali islamici, è celato uno scontro non meno intenso e tutto interno alla centrale del terrore: i gruppi legati allo Stato Islamico e quelli afferenti ad Al-Qaeda sono infatti impegnati in una lotta fratricida per la supremazia territoriale.

L’origine degli scontri

Rivalità e scontri all’interno della galassia jihadista non sono una novità e si sono già verificati in altri teatri operativi come, ad esempio, in Siria. Nel Sahel, invece, sono emersi grazie ad un articolo pubblicato il 7 maggio su al-Naba, il settimanale dello Stato Islamico. Il report si scagliava contro una serie di attacchi sferrati da Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, ai danni di militanti dello Stato Islamico in  Burkina Faso e Mali. Secondo Ibrahim Maiga, ricercatore presso l’Institute for Security Studies, le relazioni tra JNIM e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) hanno sempre oscillato tra il disprezzo reciproco e la difesa degli interessi comuni. Le relazioni si sarebbero però deteriorate all’inizio dell’anno quando i gruppi rivali hanno iniziato a competere per il controllo delle risorse locali. I gruppi cercherebbero di espandersi l’uno a discapito dell’altro e le tensioni, localizzate, sarebbero legate anche al reclutamento della manodopera. L’ISGS ha anche accusato il JNIM di tradimento e di voler trattare con il governo del Mali cercando, in questo modo, di porsi come il gruppo più autentico e puro della regione.

Chi prevale tra i contendenti

Le alterne fortune dei radicali islamici, sconfitti o ridimensionati tanto in Siria quanto in Iraq, hanno spinto Al-Qaeda e lo Stato Islamico ad espandersi e a puntare molto sul Sahel. Nella regione erano già presenti una serie di milizie, radicatesi grazie alla combinazione di Stati deboli e carenze di risorse naturali e vogliose di stringere alleanze con gruppi più grandi e potenti. Il Sahel è però (relativamente) troppo piccolo per i due rivali e le differenze ideologiche tra i gruppi sono infine esplose. La sfera d’influenza dei due gruppi tende, talvolta, a sovrapporsi e ciò ha può aver funto da detonatore all’incendio. Il JNIM è comunque più radicato a livello territoriale, può contare su un numero maggiore di membri ed è riuscito a resistere all’espansione aggressiva tentata dallo Stato Islamico, che ha incontrato più difficoltà, anche a livello di risorse. La morte di Abdelmalek Droukdel, il leader dell’AQIM ucciso dalle forze speciali francesi all’inizio di giugno, potrebbe però rimescolare gli equilibri tra al Qaeda e lo Stato Islamico. La scomparsa di uno dei punti di riferimento del radicalismo islamico ha il potenziale di disorientare gli operativi sul campo. I leader jihadisti più attivi sono ora tre: Iyad Ag Ghaly and Amadou Koufa, legati ad Al-Quaeda ed Adnan Abou Walid Sahraoui, a capo dello Stato Islamico. Il futuro è legato alla loro capacità gestionale ed alla pianificazione strategica delle prossime mosse da compiere.

Il ruolo della Francia

La Francia e la G-5 Sahel ritengono che lo Stato Islamico nel Grande Sahara costituisca la minaccia più rilevante per la regione. Uno stato di cose che sembrerebbe porre, paradossalmente, Parigi, le nazioni del Sahel ed il JNIM sulla stessa barca. Non c’è nessuna alleanza, ovviamente, tra Francia ed al-Qaeda ma solo una possibile comunanza di interessi. Entrambe vogliono che lo Stato Islamico abbandoni al più presto la regione ed entrambe possono cooperare a tal fine. La rottura del fronte jihadista pone, peraltro, Parigi e la G-5 Sahel in una posizione di forza: potrebbe rivelarsi più semplice trattare con i jihadisti moderati e reprimere quelli più aggressivi. Un quadro, quest’ultimo, forse troppo ottimistico, potenzialmente compromesso dall’uccisione di Droukdel e da quanto recentemente detto da Emmanuel Macron. Il presidente ha affermato, nel corso dell’ultimo summit della G5 Sahel, che una vittoria è possibile nella regione mentre i partner per la sicurezza hanno concordato sulla necessità di potenziare gli sforzi militari. Un auspicio, quello di Macron, che rischia di rivelarsi un’illusione: secondo le Nazioni Unite, infatti, la sicurezza è ormai deteriorata mentre i conflitti nella regione stanno avendo conseguenze umanitarie senza precedenti.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.