Nairobi e l’intero Kenya ripiombano nuovamente nell’incubo jihadista. L’attentato che martedì 15 gennaio ha preso di mira la capitale del Paese africano, non è certo il primo che coinvolge questa vasta nazione del continente nero. Ancora una volta il nemico ha un nome ben preciso: Al Shabaab. In lingua somala, il termine indica “i giovani“. Ed in effetti le loro origini sono all’interno delle corti islamiche somale, che dopo aver perso il potere nel 2006 a Mogadiscio lasciano la loro eredità del terrore ai loro più giovani affiliati. Da allora, per la Somalia ma anche per l’intero corno d’Africa, inizia un vero e proprio incubo. 

Chi sono “i giovani” di Al Shabaab

Come detto, l’origine di questo gruppo integralista è da ricercare negli affiliati più giovani delle corti islamiche somale. A sua volta questo gruppo, ritenuto molto vicino ad Al Qaeda, sorge nel contesto del fallimento dello Stato libico a seguito del rovesciamento del governo di Siad Barre. Una situazione di vera anarchia, in cui le idee jihadiste penetrano in lungo e largo nell’ex colonia italiana. Con l’intervento militare del 2006 ad opera del governo provvisorio somalo, troppo modesto in realtà e dunque appoggiato da Etiopia prima e soprattutto Usa poi, le corti vengono sconfitte. Al Shabaab allora, sorto proprio all’interno della coalizione jihadista come movimento di rappresentanza dei miliziani più adolescenti, ne prende in toto l’eredità. 

Nel corso degli anni il gruppo si espande sempre di più, inizia ad avere sempre più seguaci e compie quindi numerosi attentati in Somalia. Ma le mire criminali di Al Shabaab vanno ben oltre il paese del corno d’Africa. Sfruttando la porosità dei confini con il Kenya, il gruppo penetra anche in altre nazioni ed inizia a diffondere la propria strategia del terrore.

I precedenti in Kenya

L’ attentato più cruento attribuito ad Al Shabab in Kenya o, quanto meno, quello che mediaticamente ha maggiore risonanza, è indubbiamente la strage di Garissa. Si tratta di un vero e proprio eccidio compiuto all’interno del campus universitario di questa città keniota: la notte del 2 aprile 2015, un gruppo di miliziani affiliati ad Al Shabaab penetra nella struttura e sorprende nel sonno molti studenti. Vengono impiegate inizialmente due bombe, poi una volta dentro il campus i terroristi svegliano gli studenti: viene chiesta loro la religione di appartenenza, chi non dimostra di sapere il Corano viene freddato sul posto. Alla fine di quella drammatica giornata, si contano 150 morti e 79 feriti. Il Kenya, profondamente sconvolto, conosce ancora una volta l’orrore di Al Shabaab. 

Ma quello non è affatto il primo atto del terrore nel Paese africano. Il 21 settembre 2013 infatti, all’interno di un centro commerciale del quartiere Westlands di Nairobi, un commando islamista prende alcuni ostaggi ed ingaggia una sparatoria con le forze di sicurezza. Si contano, alla fine dell’attacco, 63 vittime. Anche in questo caso, non tarda ad arrivare la rivendicazione di Al Shabaab. Che in Kenya ci dovesse essere un terzo attacco dopo i due sopra citati, sembra da mesi soltanto questione di tempo. Tempo che purtroppo, in questo martedì, termina il suo tragico conto alla rovescia dopo i primi spari al Dusit Hotel, teatro dell’attentato del 15 gennaio. 

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