Gli attentati terroristici fatti da estremisti musulmani sono diventati negli ultimi anni un fenomeno comune in Occidente, tanto che quelli che avvengono in Africa e Asia vengono ormai trattati con minore interesse. È il caso ad esempio dei crimini compiuti da Boko Haram, gruppo fondamentalista alleato dell’Isis che continua a effettuare attacchi in Nigeria e altri stati africani.

Nel 2014 Boko Haram si fece conoscere in tutto mondo per il rapimento di 276 studentesse da una scuola di Chibok, in Nigeria. Il sequestro fu al centro di una campagna internazionale, diventata famosa con l’hashtag #Bringbackourgirls, che vide coinvolte personalità del calibro di Michelle Obama e vari personaggi noti, mentre le prime ragazze vennero liberate alcuni mesi dopo (negli anni successivi più di duecento altri ostaggi sono stati salvati o sono riusciti a scappare). Nonostante l’alto tasso di risonanza raggiunto, l’attenzione sulla situazione nigeriana si è affievolito poco dopo. Questo ha lasciato un ulteriore vuoto nel problematico stato africano: fra nuovi attacchi e questioni sociali, le donne liberate non sono state in grado di reintegrarsi nella comunità e alcune, poco aiutate, sono tornate dai loro rapitori.

Casi simili fra ex rapite da Boko Haram

Le prestigiose testate New Yorker e Guardian hanno raccolto storie simili di ex ostaggi di Boko Haram che dopo la liberazione hanno deciso di riunirsi ai rapitori. La rivista americana racconta la storia di Aisha, una ragazza proveniente da una famiglia estremamente povera e portata via dai terroristi nell’aprile del 2013. Scelta come terza moglie da uno dei comandanti di Boko Haram, la giovane durante la prigionia ottenne per la prima volta nella sua vita un pasto al giorno e altre comodità a lei sconosciute. Il fatto di essere la compagna di un soldato di alto rango le diede inoltre la possibilità di avere dei servitori a disposizione, dispensandola quindi dal duro lavoro cui era stata abituata sin dall’infanzia nel suo villaggio natale. Per questo le circa dieci ore al giorno di lezioni di Corano, cui lei e le altre donne rapite non potevano sottrarsi, non le pesava più di tanto.

Una volta che l’esercito nigeriano riuscì a entrare nella foresta dove era rintanata la milizia di Boko Haram e liberò Aisha e le sue compagne, le donne furono portate in un centro di recupero statale nella città di Maiduguri. Come molte altre famiglie, i parenti della ragazza non volevano avere a che fare con lei perchè era stata vicina all’Isis e temevano ritorsioni. Nel centro di recupero, alle donne non era permesso di uscire e i viveri scarseggiavano come in molti altri posti pubblici della Nigeria. Dopo qualche settimana, Aisha scappò dal centro e tornò nella foresta dove si diceva era alloggiata un gruppo di Boko Haram.

La storia di Amina

Il giornale inglese The Guardian riporta la simile vicenda di Amina e Zahra, due giovani rapite vicino Chibok. “La vita era dura e incerta, ma avevano abbastanza da mangiare. Come mogli volontarie dei combattenti, erano protette dai predatori sessuali. Partecipavano ai corsi di religione, il primo tipo di istruzione formale che avessero mai ricevuto, e i loro figli andavano a scuola, imparando l’alfabetizzazione e la religione. C’erano tribunali dove le donne potevano denunciare mariti violenti. Al contrario, nelle loro vite ormai emancipate nel campo di recupero, spesso soffrono la fame. Ci sono poche possibilità di lavorare per comprare più cibo, e le carenze hanno contribuito allo sfruttamento sessuale da parte delle forze di sicurezza che le proteggono” scrive l’autrice dell’articolo Azadeh Moaveni che si è recata in quella zona disastrata. Aggiunge poi come l’Occidente si disinteressa di questa parte di mondo, dove si contano due milioni e mezzo di rifugiati, perchè i membri di Boko Haram non compiono attacchi in Europa e non contribuiscono al flusso dei migranti.

Entrambe le storie vanno in un certo senso contro la narrativa che si era creata sui rapimenti di Boko Haram, anche se va ricordato che la maggior parte delle ragazze rapite ha subito stupri e ingiurie durante la prigionia. Di certo i racconti hanno il pregio di riportare sotto la lente d’ingrandimento l’area africana dove avvengono questi fatti e dove la povertà della gente spinge alcuni persone a preferire un gruppo di terroristi armati piuttosto che le malattie e la povertà quotidiana dei normali cittadini.

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