Credere che lo Stato islamico sia stato definitivamente debellato e sconfitto sarebbe un grave errore di valutazione poiché esso vive e resiste sotto una forma diversa rispetto a quello con cui l’abbiamo conosciuto quando il suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, nel giugno 2014 proclamò a Mosul la nascita del califfato nei territori caduti sotto il suo controllo in un’area compresa tra la Siria nord-orientale e l’Iraq occidentale. A distanza di quasi quattro anni, infatti, l’Isis è stato confitto sul piano militare e ha probabilmente messo (momentaneamente) da parte il grande sogno di instaurare un Califfato islamico che superi e travalichi gli stati nazionali, ma non ha affatto cessato di esistere come organizzazione terroristica. 

Soltanto quattro mesi fa, il primo ministro iracheno Haider al-Abadi ha dichiarato la sconfitta di Daesh. Tuttavia, come spiega Foreign Policy, in questo periodo l’organizzazione di al-Baghdadi si è rapidamente trasformata e non dà alcun segnale di voler porre fine alla sua campagna di attentati nel nord dell’Iraq. “Il proto-stato dell’Isis non esiste più. La loro bandiera non sventola più sul territorio iracheno”, afferma Fareed Yasseen, l’ambasciatore iracheno negli Stati Uniti. “Ma questo non significa che siano scomparsi. Stanno tornando alle vecchie tattiche usate da Al-Qaeda prima del 2014”.

Lo Stato islamico torna a colpire in Iraq

Come rileva Rhys Dubin su Foreign Policy, nell’ultimo mese Daesh è tornato a colpire attraverso una serie di attentati contro l’esercito iracheno. “Nelle ultime settimane – osserva Dubin – si sono verificati una degli attacchi. Nove poliziotti federali sono stati presi in ostaggi a un falso checkpoint e poi giustiziati da combattenti dello Stato islamico travestiti da milizie sciite”. L’Associated Press riferisce inoltre che tra i 150 e i 200 membri delle forze di sicurezza irachene sono stati uccisi in attacchi condotti dall’Isis negli ultimi mesi.

Queste rappresaglie contro le forze di sicurezze e i civili – spesso utilizzando falsi checkpoint – si sono verificate nelle ex roccaforti del gruppo nelle province di Anbar e Kirkuk, vicino a Mosul e nella provincia di Diyala – una regione rurale particolarmente inospitale situata nel nord-est del paese, in cui si sono spostati e hanno trovato rifugio sicuro molti jihadisti. “È un’area molto inospitale”, afferma il Col. Ryan Dillon, portavoce della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico. “Ma è l’ideale per le persone che vogliono nascondersi, a causa del terreno accidentato. L’Isis è stato in grado di scavare gallerie e immagazzinare armi, munizioni e materiale per la fabbricazione di bombe”.

Da quei territori gli islamisti pianificano probabilmente una nuova insurrezione contro i governativi. “Questo è un periodo critico in cui l’Isis sta gettando le basi per una futura insurrezione”, osserva Hassan Hassan, senior fellow del Tahrir Institute for Middle East Policy e autore di un libro sull’organizzazione terroristica.

La rete globale dell’Isis, dalla Libia alle Filippine

Se l’Europa deve fare i conti con la minaccia incombente dei jihadisti di ritorno, ossia dei Foreign fighters che hanno combattuto in Iraq e in Siria e che ora tenteranno di fare ritorno nel Vecchio continente, in Libia si continua a combattere sul campo di battaglia contro i terroristi affiliati al Califfato. E lo stesso avviene anche a migliaia di chilometri, più precisamente nelle Filippine e nella regione autonoma nel Mindanao Musulmano, nel quale il Biff e il gruppo Maute nella provincia di Maguindanao e di Lanao del Sur e il gruppo Abu Sayyaf nelle province di Basilan, Sulu e Tawi-Tawi, hanno giurato fedeltà al Califfo, a testimonianza di un appeal di cui, nonostante la sconfitta militare, l’organizzazione continua a godere nella fitta rete globale dell’integralismo islamico. 

Operazione militare in Libia contro le bandiere nere

Nel frattempo in Libia si continua a combattere.Come riporta la Reuters, il governo libico di al-Serraj ha lanciato nelle scorse ore un’operazione militare contro i terroristi dello Stato islamico. Le forze locali allineate con il Governo di accordo nazionale (Gna) hanno cacciato Daesh dalla sua roccaforte nella città di Sirte alla fine del 2016, grazie anche all’aiutato dagli attacchi aerei statunitensi, ma i funzionari libici sostengono che l’Isis abbia mantenuto una forte presenza nella Libia occidentale.

”All’alba di oggi, lunedì, è stata lanciata un’operazione militare sotto il nome di Storm of the Homeland, che mira a perseguire i resti dell’organizzazione terroristica di Daesh (Stato islamico)”, ha detto Mohamed al-Sallak, portavoce del primo ministro libico. L’operazione è condotta dalle forze dell’antiterrorismo in un’area a 60 km ad est dalla città di Misurata, alla periferia di altre cinque città: Bani Walid, Tarhouna, Msallata, Al-Khoms e Zliten, dove (ancora) sventolano le bandiere nere.  

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