Terrorismo /

Sabato 19 maggio quattro terroristi hanno fatto irruzione in una chiesa ortodossa di Grozny, capitale della Cecenia. Armati di accette, coltelli e un rudimentale fucile a canne mozze si sono scagliati sulle poche decine di parrocchiani riuniti in preghiera. Dopo averne ucciso uno, hanno preso in ostaggio gli altri. L’arrivo della polizia e dei reparti speciali delle forze di sicurezza russe ha causato uno scontro a fuoco in cui hanno perso la vita tutti gli attentatori oltre a due poliziotti che erano di guardia alla chiesa (l’unica presente nella città a maggioranza islamica).

Numerose le reazioni di condanna del mondo religioso russo. Il patriarca Kyril ha espresso piena solidarietà alla piccola comunità ortodossa di Grozny: “Questo cinico e inumano attacco terroristico, che non ha nulla a che vedere con Dio, è stato fatto per sconvolgere la preziosa pace interreligiosa nella regione”. Secondo il presidente del centro di Coordinamento dei Musulmani del Causcaso del Nord, Ismail Berdiev, la finalità degli attentatori è stata quella di creare caos e divisione tra musulmani e cristiani. “Hanno agito appositamente nel mese di Ramadan per destabilizzare la regione”.

Di diverso avviso è invece Ramzan Kadirov. Il leader ceceno con un passato da guerrigliero, oggi vicino al presidente Vladimir Putin, responsabile della relativa pacificazione nelle infuocate regioni del Caucaso, si è detto sicuro che i mandanti di questo attacco contro i cristiani risiedano al di là dei confini russi. “I miliziani che hanno attaccato la Chiesa di San Michele Arcangelo” – ha detto Kadirov davanti alle televisioni accorse sul luogo dell’attentato – “hanno ricevuto l’ordine da un Paese occidentale”.

Per quanto riguarda le modalità di azione dei terroristi non vi sarebbe nulla di particolarmente nuovo o significativo. Le modalità sono pressoché identiche a quelle a cui siamo ormai tristemente abituati da qualche anno: non più di cinque individui (più o meno legati al jihad islamico), armati come possono, decidono all’improvviso di seminare caos e morte. Le dinamiche dell’attacco alla chiesa di Grozny rispecchiano fedelmente questo modus operandi. Ma quando si parla di Cecenia è bene fare attenzione a non generalizzare.

La Cecenia e l’Inguscezia sono infatti il fronte interno in cui si riflette, come in uno specchio, la politica di Putin nei confronti del mondo islamico. Da una parte la lotta senza quartiere agli estremisti radicali, dall’altra una solida alleanza con Paesi arabi e un sincero rispetto per i fedeli musulmani. Le province russe a maggioranza islamica paradossalmente offrono a Putin i suoi più fedeli alleati (è il caso di Kadirov) e nello stesso tempo i suoi più feroci nemici. In Ucraina, così come in Siria, la lingua cecena è parlata su entrambi i lati delle barricate. Nel Donbass i ceceni combattono sia per i filorussi che per le milizie di Kiev. In Siria sono circa tremila i ceceni che in questi anni si sono uniti allo Stato islamico, memori forse di quella lunga storia di amicizia che legava al Qaeda ai movimenti indipendentisti caucasici. Ma dallo stesso Caucaso sono centinaia i musulmani che sono accorsi per combattere insieme alle truppe fedeli a Bashar al Assad.

Intanto le autorità russe hanno reso noti i nomi dei quattro attentatori di Grozny, tutti giovanissimi: i fratelli Amir e Ali Yunusov, Mikail Elisultanov (nati in Cecenia), e Ahmed Tsechoev (residente in Inguscezia). L’attenzione degli investigatori si sta concentrando in particolare su Tsechoev, ritenuto essere l’ideatore e il leader del commando che ha assaltato la chiesa. Il suo nome è legato strettamente a quello di Artur Gatagazhev, fondatore del Malgobek Jamaat. Si tratta di un gruppo terroristico che conta soltanto 15 membri ma che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé. Nell’agosto del 2013 fu proprio un commando del Malgobek Jamaat ad uccidere il responsabile della sicurezza in Inguscezia, Akhmed Kotiev. Sempre Gatagazhev è sospettato di essere il mandante dell’attacco suicida contro alcuni poliziotti federali nel 2012.

Secondo alcuni analisti Gatagazhev sta cercando di imporsi come nuovo leader dei movimenti insurrezionalisti nel Caucaso attaccando direttamente le forze di sicurezza della regione. In controtendenza rispetto al precedente leader Emir Adam che si era sempre rifiutato di colpire frontalmente i reparti dell’esercito, limitandosi ad azioni dimostrative. Le autorità russe lo braccano da anni, ma il giovane capo-banda si nasconde tra le fitte foreste dell’Inguscezia. L’obiettivo di Gatagazhev è quello di catalizzare l’attenzione su di lui e portare sempre più giovani guerriglieri disillusi dalla propria  parte. Se Gatagazhev riuscirà a spodestare i vecchi e quasi inattivi leader della resistenza islamica, la Cecenia tornerà a tingersi di porpora.

Si spiegano in quest’ottica le dichiarazioni di Kadirov, ritenuto un traditore dai militanti islamici di Russia. Il leader ceceno amico del presidente Putin ha forzatamente spostato l’attenzione verso l’esterno per non dover ammettere le proprie responsabilità. In Cecenia, nel Daghestan e nell’Inguscezia, inizia a intravedersi una preoccupante crepa generazionale. I giovani ceceni, delusi dall’attuale inazione  per la causa indipendentista, si lasciano irretire dai racconti degli “eroici” combattenti di ritorno dal califfato e rinnegano la pace col governo centrale pagata a caro prezzo dai loro padri. Gli attacchi degli estremisti islamici si sono certamente attenuati grazie all’azione e alla mediazione di un ex guerrigliero come Kadirov, che detiene un potere e un consenso pressoché assoluto in Cecenia. Ma a ben vedere il filone d’odio e violenza che scorre nascosto nelle profondità del Caucaso non si è mai veramente esaurito. La riapertura di un fronte interno metterebbe in seria difficoltà Putin, oggi decisamente proiettato verso l’esterno.

Dopo anni di silenzio, la causa cecena sembra tornata ai primi posti nell’agenda del terrorismo globale e l’attacco di sabato alla chiesa di Grozny non è l’unico indizio. Il giovane Khamzat Asimov che poche settimane fa ha accoltellato alcuni passanti nel centro di Parigi era ceceno. La gendarmerie francese si è messa subito alla ricerca di possibili complici e nei giorni scorsi ha arrestato a Strasburgo un altro ceceno, anch’egli giovanissimo. Alcune fotografie ritraggono il ventenne Abdul Hakim Anaiev al momento dell’arresto, sulla maglietta nera il disegno di un kalashnikov e una scritta che ben riassume il programma di questa nuova generazione di martiri figli del Caucaso: “Defend Grozny”.

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